La sfacciataggine della cd “Grande Nazione” (come dicono i tedeschi per sfotterla), della Francia insomma, e l’ingenuità di chi, in Italia, la sostiene
Secondo Di Maio l’Italia può seguire la Francia sulla via dell’aumento del deficit.
Stando ad alcuni osservatori sbaglia, in quanto non ha visto i numeri delle due economie, a partire da quelli riguardanti il pil e le sue dimensioni. In realtà il pil non c’entra nulla con una valutazione del deficit possibile, al contrario di quanto si dovrebbe dire della sua crescita. E certamente il pil non suggerisce molto se non si confronta con altri fattori. Uno di questi è la popolazione, per cui un pil (tutto sommato) simile distribuito su popolazioni diverse non misura la reale ricchezza della nazione, se per nazione si intende la sua popolazione (nel caso in cui, naturalmente, ci sia una ricchezza distribuita in maniera dignitosa: Spagna, insomma, non Brasile). La Francia ha un pil superiore oggi come oggi a quello italiano (non è sempre stato così), sì, ma da spalmare su una popolazione maggiore dell’11%. Inoltre, la Francia ha molta meno economia in nero dell’Italia, economia che se da una parte frena lo sviluppo, dall’altro si sottrae ai numeri delle statistiche economiche. Infine, la Francia ha un peccato originale gravissimo, che l’Italia non ha: la sua dipendenza dalle vaste zone del mondo dove cerca di mantenere ancora un’influenza politica ed economica, a partire dall’area sahariana e subsahariana, residuo di un colonialismo violento che dovrebbe, invece, lasciarsi completamente alle spalle (e di cui si dovrebbe vergognare). La Francia con il sistema monetario del Cfa tiene ancora sotto il tacco ben 14 paesi africani (14!), dai quali, secondo le ultime statistiche, ottiene qualcosa come circa 500 miliardi di dollari (500 milardi!) di rimesse ogni anno per la sua rete bancaria. Rete che sostiene a sua volta le imprese transalpine le quali, pur non avendo spesso la liquidità di quelle (ad esempio) italiane – nel campo della moda, della grande distribuzione, etc – possono contare su un sostegno finanziario più forte in quanto “drogato” appunto dalle entrate africane (le quali, tra l’altro, rappresentano solo un aspetto di tutta la faccenda del rapporto “malato” e corrotto – sì, corrotto – tra la Francia e molte ex colonie di cui non si parla mai in Europa, e questo è molto, molto strano…).
Conclusione: chi mette a confronto Italia e Francia per fare commenti a favore di quest’ultima dimostra scarsa lucidità, e sostiene una nazione che invece meriterebbe di essere messa sotto i riflettori (di un tavolo di interrogatorio poliziesco) per il suo mancato rispetto di un sistema internazionale di concorrenza realmente libero e serio. La Francia azzoppa il mercato drogando la sua economia e non merita quindi alcun complimento, come non lo merita quando, ancora una volta contro il mercato, impedisce di comprare le proprie aziende invocando ogni volta questioni di sicurezza nazionale (anche quando si tratti di imprese nel campo dei latticini): ovviamente può fare questo innanzitutto grazie, e torniamo al punto e a capo, a un sistema finanziario drogato, senza il quale avrebbe molte meno aziende non potendole più difendere con soldi “nazionali” come vorrebbe. E’ questo è esattamente quanto non ha mai potuto fare la tanto bistrattata Italia.
Ad avviso di chi scrive, la Francia non merita quindi di sentirsi fare i complimenti dai giornali di un diretto concorrente come il nostro paese, a cui sottrae clienti, o addirittura mercati, grazie a manovre talvolta sfacciate e volgarissime. Quella della Libia è un caso eclatante (volgarissimo anche perché deciso da un energumeno di nome Sarkozy – a proposito, l’hanno finalmente arrestato? Le accuse contro di lui erano gravissime -), ma di casi del genere se ne possono portare altri: ancora di recente per paura che l’Italia potesse sviluppare rapporti coi paesi sahariani approfittando dei colloqui sui migranti, il ministro dell’interno del poverissimo Niger ha fatto per l’ennesima volta da ventriloquo di Parigi, e ha detto di non volere la presenza militare e logistica delle forze italiane al fine di salvaguardare – ohibò – la sovranità del proprio paese (quello stesso, cioè, in cui non cade foglia senza che Parigi non voglia). Un’affermazione che sembra in effetti una comica. A questo punto occorrerebbe capire quante persone – politici (come certi ministri degli interni sahariani appunto), burocrati, uomini d’affari africani – stiano sul libro paga di Parigi. Ovviamente questo discorso ci porterebbe molto lontano, e ci farebbe toccare anche la questione degli appalti dati dai governi esteri (soprattutto se fragili) alle multinazionali che spesso – si sa – sono bravissime a oliare gli ingranaggi (comprese quelle italiane, per carità: Eni, parrebbe, e Finmeccanica in primis. Ma se così fan tutte…): Parigi, però, mi sembra davvero, in Europa, la prima della classe, mostrando una volta di più una rapacità che noi italiani abbiamo ben presente, derubati come siamo stati nei secoli dai (troppo spesso) disonesti, avidi e prepotenti cugini d’oltralpe.
Se mi si permette di andare a ruota libera in questa conclusione, aggiungerei che la pugnalata che durante la Seconda Guerra Mondiale l’Italia (peraltro tristemente fascista, non dimentichiamolo) ha inferto alla Francia già crollata sotto i panzer nazisti non compensa affatto – se si può dire così – le tante pugnalate che la Francia “liberatrice” solo a chiacchiere ha inflitto nei secoli alla nostra penisola.
Fabrizio Amadori

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