Gli italiani non meritano un governo indeciso a tutto tranne che nel cacciare i migliori uomini di Stato, anche in posizioni strategiche (ora è la volta dei vertici del Tesoro, se non addirittura del ministro) e sostituirli con segugi meno competenti. Il regime incipiente, capeggiato dal “Vis-Conte dimezzato” non ha nulla a che vedere con tutti quelli del passato, compreso quello di Mussolini. Il paragone che all’estero fanno tra alcuni tonitruanti ministri attuali e quelli di un secolo fa si fonda sulla scarsa informazione del nostro passato. Però, se Oltralpe la vera storia d’Italia è poco nota o viene addirittura falsata non dipende da chissà quale complotto: è solo la conseguenza del pluridecennale sottoutilizzo di istituti culturali dello Stato e del piacere “sadomaso” di elevare a oracoli chi all’estero ha motivo di narrare l’Italia come sequenza di dittature e di maschere carnevalesche: il Paese dei Cola di Rienzo, dei Masaniello, di comici che s’impancano a profeti, circondati da nullità spacciate come “capi politici”. Basti ricordare quanto incenso la “storiografia” italiota (soprattutto “di sinistra”) ha bruciato in onore di Denis Mack Smith. I “sorrisi beffardi ” riservatici dall’estero (tutti ricordano quelli di Merkel e Sarkozy…) nascono dalla debolezza della nostra “proposta culturale”, che ancor oggi, nel Centenario della Vittoria, non dice una parola chiara sull’Italia (unitaria? federalista? sabauda? borbonica? o addirittura asburgica e papista), confermandosi “a noleggio” e sempre più scarna e irrilevante. Basti, a conferma, il silenzio che quest’anno ha avvolto il Venti Settembre e fa temere il peggio per il 150° anniversario di Porta Pia.
Di sicuro quel che manca al governo attuale, a parte i ministri degli esteri e del Tesoro, è il senso elementare della “continuità dello Stato”: un bene prezioso e assoluto, che sta al di sopra delle cangianti compagini ministeriali susseguitesi nei decenni e venture. Lo Stato è la Carta costituzionale, l’insieme delle sue leggi e dei Corpi chiamati a dar loro forza e vigore. Valga d’esempio la Battaglia del Grano del 1925, oggi oscurata da quella “per la grana”, che ogni giorno di più risulta la principale “ragione sociale” del Contratto del governo per il cambiamento… di cadreghe.
Tra le monete più belle del Regno d’Italia spicca quella d’argento da 10 lire, con Re Vittorio Emanuele III sulla faccia e l’Aratrice sul retro. Fu coniata nel 1936, in risposta alle “sanzioni” contro l’Italia approvate il 18 novembre dalla Società delle Nazioni (che non comprendeva gli USA, l’URSS e la Cina, ma era un co-dominio anglo-francese) per la guerra mossa contro l’Etiopia. Di gran lunga superiori per pregio artistico e per valore intrinseco furono però due monete d’oro. La prima, da 50 lire, fu incisa da Luigi Giorgi e venne coniata nel 1910, nel 1912 (cioè in piena età giolittiana, dopo la dichiarazione di sovranità dell’Italia su Tripolitania e Cirenaica), nel 1926 e nel 1927. Essa ebbe una stupenda “sorella minore”, sempre d’oro, da 20 lire. Nel 1919 fu emessa la popolarissima moneta in rame da 5 centesimi, ornata sul retro da una ricca spiga di grano. Venne coniata sino al 1937. Nello stesso 1919 e nel 1921-1924 la spiga figurò in molti simboli di partito, e non solo di quelli dichiaratamente “agrari” (tendenzialmente conservatori) ma anche di liberaldemocratici, oltre che di socialisti riformisti. Lì, nei campi del mite Abele, era la roccaforte del Paese, mentre Caino occupava le fabbriche e proclamava di voler “fare come in Russia”, incluso lo sterminio della Casa Reale (c’è da stupirsi che Vittorio Emanuele III non si sia schierato a fianco del Partito comunista d’Italia?). Ciò che però più conta è la continuità dell’emissione di quelle monete tra il 1910 e il 1937. Esse erano il simbolo di un’Italia che anno dopo anno usciva dalla fame atavica, grazie alla scienza, all’impegno civile, al “senso dello Stato”coltivato e instillato personalmente dal sovrano, “re borghese” secondo alcuni, “re socialista” a giudizio di altri. In verità era il Re. Lo ha riconosciuto persino Giuliano Procacci nella storia degli italiani.
Dopo la grande Esposizione Agricola di Cuneo (1905), nel 1908, di concerto con il presidente del Consiglio Giolitti, Vittorio Emanuele III dette vita all’Istituto Nazionale per l’Agricoltura, che a buon diritto va considerato antesignano dell’Organizzazione dell’ONU per l’Agricoltura e l’Alimentazione, non per caso sedente in Roma.
Dalla Grande Guerra l’Italia uscì stremata. Alle rovine materiali, economiche, sociali e della psicologia delle masse, studiata con acume dal gesuita Agostino Gemelli, si aggiunsero le pandemie, come la “spagnola” che mieté più vite di quelle stroncate dalla guerra. Nella memoria collettiva le sue vittime rimasero una sorta di effetto collaterale del conflitto, anche se non vi fu alcun nesso diretto, come documenta Laura Spinney in “1918. L’influenza spagnola” (Marsilio). L’Europa sino a poco prima positiva e razionale si prostrò dinnanzi al Fato, come ai tempi delle ottocentesche epidemie di colera, come quella del 1867, evocata dall’insuperabile (ma oggi quasi dimenticato) Riccardo Bacchelli e recentemente da Stefano Tomassini in “La guerra di Roma dal 1862 al 1870” (ed. Il Saggiatore). Nel dopoguerra ci vollero sforzi enormi per risalire la china. Da un canto fu abolito il “prezzo politico” del pane, una regalia a chi poteva pagarlo anziché un beneficio per chi comunque tirava la cinghia. Dall’altro si puntò a migliorare la produzione cerealicola. In quell’impresa titanica l’Italia ebbe due veri campioni di livello mondiale, il genetista Nazareno Strampelli e l’agronomo Francesco Todaro.
Strampelli (Crispiniero di Castelraimondo, Macerata, 1867-Roma, 1942), laureato in agraria all’Università di Pisa, dopo anni di insegnamento e di ricerche sperimentali nel 1919 fondò l’Istituto nazionale di genetica, ma già nel 1914 aveva selezionato “Carlotta”, il seme di grano dedicato alla moglie, Carlotta Parisani. Seguirono altre sue conquiste, compreso l’“Ardito”, una qualità di grano il cui stelo risultava particolarmente robusto. Premio Reale dei Lincei, nel 1929 Strampelli fu creato senatore del Regno.
Identico traguardo raggiunse nel 1934 Francesco Todaro (Cortale, Catanzaro, 1864- 1950), a sua volta laureato a Pisa, docente all’Istituto superiore agrario di Bologna e fondatore dell’Istituto di allevamento vegetale per la cerealicoltura. Fu universalmente apprezzato per i miglioramenti introdotti nella coltura di grano, avena, mais, orzo e riso. Organizzò la produzione scientifica delle sementi, base per la redditività dei campi coltivati. Tra i suoi “ibridi” ebbe speciale successo quello resistente al vento, adottato nel lontano Messico, già arato da Mario Calvino, il massone sanremasco che insegnò al figlio Italo “la via di San Giovanni”, come ricorda Marzia Taruffi nel Quaderno dedicatogli nel 2016 dai Martedì Letterari del Casinò di Sanremo.
Strampelli e Todaro avevano in comune l’appartenenza alla Massoneria, marchiata come “sostanzialmente segreta” e quasi malavitosa dalla storiograficamente inconsistente Relazione della Commissione parlamentare “antimafia” presieduta da Rosy Bindi. Strampelli fu affiliato alla “Giuseppe Petroni” di Terni. Todaro alla celeberrima “VIII Agosto” di Bologna. Qualunque sodalizio (dalla Gran Bretagna agli USA alla Francia: Paesi nei quali la massoneria non costituisce problema, a differenza di quanto oggi accade in Italia) andrebbe fiero di due “soci” di quel calibro. Grazie a loro migliorarono nettamente la produzione di grano, vale a dire di pane quotidiano e pasta pregiata perché più nutriente, e la pace sociale, un bene fondamentale in un Paese arrivato tardi all’unità nazionale, con tanti nemici al suo interno, alcuni alleati “pro tempore” e nessun vero amico all’estero. Ieri come oggi.
Nel 1922 il nuovo presidente del Consiglio, Benito Mussolini, asceso alla guida di un governo di unità costituzionale (con il giolittiano Teofilo Rossi di Montelera all’Industria) tutto fece tranne che allontanare dai loro ruoli i funzionari dello Stato capaci e meritevoli. A Capogabinetto del Ministero degli Esteri confermò il massone Giacomo Paolucci di Calboli Barone, come ricorda il suo biografo, Giovanni Tassani in “Diplomatico tra le due guerre”(Le lettere, Premio Acqui Storia). Altrettanto avvenne in tutti i corpi dello Stato, dall’Istruzione alla Sanità ai Prefetti, e in tutti i gangli fondamentali dell’amministrazione pubblica, che all’epoca privilegiava la meritocrazia. Se ne occupa analiticamente Guido Melis in “La macchina imperfetta: immagine e realtà dello Stato fascista” (ed. il Mulino), meritatamente vincitore del Premio Acqui Storia 2018. L’elenco dei massimi dirigenti liberali o semplicemente ante-fascisti rimasti “al loro posto” durante il regime è eloquente. Il primo a non fidarsi di squadristi, picchiatori e fascistoidi da strapazzo era proprio il “duce”, che li conosceva uno per uno. Alcuni “dissidenti” vennero selvaggiamente picchiati (Cesare Forni, Alfredo Misuri…); altri spediti al confino. Taluni, infine, furono ridotti a “ras di provincia”, come Roberto Farinacci: il fanatico antisemita che aveva per segretaria Jole Foà e si proclamò antimassone, ma per opportunismo (far dimenticare la sua antica affiliazione al Grande Oriente d’Italia).
L’11 giugno 1925 Mussolini indisse la “Battaglia del Grano”. L’Italia doveva liberarsi dalle importazioni. Ma chi era in grado di farlo? Erano i “Fratelli” Strampelli e Todaro, che non solo rimasero al loro posto ma, anzi, vennero avvolti nel laticlavio di Senatori del Regno, un Corpo dello Stato tuttora in attesa di storia veridica. Grazie a loro, con una superficie coltivata pressoché identica il prodotto crebbe anno dopo anno. Era la vittoria della scienza. Forse un po’ pelagiana? Forse neognostica? Chissà? Di sicuro sappiamo (elenchi alla mano) che il meglio di quel mondo di scienziati e imprenditori affollò subito i Rotary Club d’Italia. E di sicuro il Paese registrò un netto progresso materiale, riconosciuto anche dall’estero, senza il quale non vi sarebbe stato l’innegabile “consenso” di cui scrisse Renzo De Felice.
Nel V volume della “Storia della rivoluzione fascista” Giorgio Alberto Chiurco pubblicò una fotografia che fa da pendant alle monete d’oro del 1910, 1912 e all’Istituto Internazionale per l’Agricoltura: un Mussolini passabilmente calvo, avvolto in impermeabile bianco, si china sotto il sole cocente porgendo la destra a Vittorio Emanuele III. A capo coperto e con sorriso enigmatico il Re gliela accoglie, in nome dell’“Itala gente da le molte vite”, della Grande Madre tutt’intorno biondeggiante. Era il suggello della continuità dello Stato in nome della scienza, contro le superstizioni. Con le dita della sinistra il Re fa un “segno” che gli osservatori più attenti sapranno interpretare. Quella emblematica fotografia, quasi sintesi storica del Ventennio, è riproposta da Giovanni Gualtieri nel volume “La Battaglia del grano” (ed. Ravenna): un libro salutare mentre tanti combattono per la spartizione della torta, per “la grana”. La parabola scientifica e istituzionale di Strampelli e Todaro insegna: prima lo Stato (come ha orgogliosamente rivendicato il ministro Giovanni Tria), poi le fazioni, tutte effimere come dimostra la storia del Paese e come dal Colle ricorda Sergio Mattarella. Capo di uno Stato giunto tardi e faticosamente all’unità nazionale: bene comune e irrinunciabile, almeno così come ancora è; da tenere al sicuro dalle mene di chi lo corrode e mira a smontarlo pezzo dopo pezzo, nella sciagurata illusione che “uno vale uno”. L’Italia uscì dalla fame grazie a due cittadini che non erano come tanti altri. Erano la Scienza, fiancheggiata dalla Diplomazia e dalle Leggi, di cui a buon diritto l’Italia si vantava genitrice e custode, col motto “Pax in iure Gentium”.
Aldo A. Mola

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