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La scalata

Ad un modesto risparmiatore italiano verrà pur spontaneo domandarsi come sia possibile che un azionista di Mediobanca, scambi i suoi titoli con quelli di Mps, perché per un profano come lui è, sembrerebbe un pessimo affare. Mps è una banca che è stata appena salvata miracolosamente dal crack e che potrebbe ancora subire delle ricadute giudiziarie, quando Mediobanca è reputata un’eccellenza dell’investimento finanziario internazionale, con conti irreprensibili per tutta la sua storia. Questa discrepanza fra i due istituti è l’aspetto più evidente della scalata a piazzetta Cuccia, tralasciando pure aspetti tecnici che dovrebbero comunque pesare qualcosa, tipo le dimensioni di Mps, una banca di origine locale di carattere commerciale, quando non rurale, rispetto ad una più rinomata banca d’affari. Poi, per carità, può essere benissimo che il vertice di Mps sia considerato geniale nel campo della ristrutturazione finanziaria e gli azionisti si siano lasciati sedurre dalla bontà di un progetto avveniristico, o anche la sola credibilità della dirigenza, abbia influito.

di Riccardo Bruno | 2 Dicembre 2025

Ad un modesto risparmiatore italiano verrà pur spontaneo domandarsi come sia possibile che un azionista di Mediobanca, scambi i suoi titoli con quelli di Mps, perché per un profano come lui è, sembrerebbe un pessimo affare. Mps è una banca che è stata appena salvata miracolosamente dal crack e che potrebbe ancora subire delle ricadute giudiziarie, quando Mediobanca è reputata un’eccellenza dell’investimento finanziario internazionale, con conti irreprensibili per tutta la sua storia.

Questa discrepanza fra i due istituti è l’aspetto più evidente della scalata a piazzetta Cuccia, tralasciando pure aspetti tecnici che dovrebbero comunque pesare qualcosa, tipo le dimensioni di Mps, una banca di origine locale di carattere commerciale, quando non rurale, rispetto ad una più rinomata banca d’affari. Poi, per carità, può essere benissimo che il vertice di Mps sia considerato geniale nel campo della ristrutturazione finanziaria e gli azionisti si siano lasciati sedurre dalla bontà di un progetto avveniristico, o anche la sola credibilità della dirigenza, abbia influito. Magari gli azionisti hanno considerato che l’epoca d’oro di di Mediobanca fosse alle spalle e cercato nuove prospettive più attraenti. Chissà.

Questioni che rientrano perfettamente nelle scelte di come uno vuole amministrare i suoi soldi. Semmai lascia perplessi la testimonianza riportata dello Ad di Unicredit, Andrea Orcel, che rileva come l’offerta di pubblico acquisto fosse limitata, tanto da non essere riuscito a partecipare e anche qui non si capisca perfettamente se questo limite sia stato temporale o cosa. Magari Orcel la mattina si è svegliato in ritardo e non è riuscito a partecipare in tempo e si lamenta dell’orario troppo ristretto. Elementi che semmai interesseranno la magistratura e su cui fare qualche speculazione sarebbe inutile.

Invece si può benissimo commentare il polverone di dichiarazioni sollevato dagli ambienti della maggioranza di governo nei confronti del ministro dell’Economia Giorgetti, il quale potrebbe risultare, in modo non contestualizzato, lambito dall’inchiesta. Il fatto che Giorgetti sia persona capace, fidata e per bene, come dalla Lega a Noi moderati, si sono precipitati a dire, non significa un bel niente. Nessuno muove dei dubbi sul senso istituzionale di Giorgetti e può essere benissimo che egli nemmeno sia un conoscitore del sistema bancario, che non distingua Mps da Mediobanca, che non detenga un conto corrente, che metta i suoi soldi nel materasso. Giorgetti è persona perfettamente specchiata, ci mancherebbe. Disgraziatamente non sono specchiate le relazioni dello Stato con il sistema bancario, dal momento che lo Stato è azionista di Mps, il vincitore della partita e non di Unicredit, che si lamenta, o di Mediobanca, che è stata scalata.

Allora è inutile correre in difesa delle qualità personali, istituzionali e politiche dell’eccellente ministro del governo Meloni. Se lo si voleva tenere al riparo da ogni illazione, bisognava dismettere tutte la commistioni di interesse tra Stato e sistema bancario, su cui, a torto o ragione, i magistrati oggi stanno indagando. Ovviamente il governo non ci ha nemmeno pensato, non ha dismesso proprio in bel niente. Per cui a questo punto, diciamola con Shakespeare, il governo si prepari ad “andare incontro al tempo, come il tempo ci aspetta”, Cymbaline. Purtroppo questo vale anche per l’ottimo Giorgetti.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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