
Mentre i politici, i datori di lavoro e i colletti bianchi lavorano e dormono con l’aria condizionata, i lavoratori faticano e schiantano sotto il sole.
Il caldo non è una sorpresa. Non è una notizia. È estate, e l’estate in Italia è diventata sempre più calda, torrida, insopportabile. Lo sappiamo tutti. Ma ogni anno ci si comporta come se fosse un’emergenza imprevista. Come se le cosiddette “ondate di calore” fossero ancora “eccezionali” un fenomeno imponderabile. Come se non ci fosse niente da fare se non aspettare che passi.
Ci sarebbero leggi da scrivere, investimenti da fare, protocolli da rendere operativi e vincolanti. Invece ci sono solo morti. Morti sul lavoro, nei campi, nei cantieri, nelle fabbriche. Operai svenuti nei reparti a 40 gradi, braccianti sfruttati come bestie, rider pagati a cottimo che consegnano pizze sotto il sole, senza acqua né diritti. Ogni vita spezzata è una sconfitta, ci dicono. Ma le sconfitte si contano ormai a centinaia ogni anno. E nessuno cambia nulla.
Intanto si firmano protocolli, si lodano intese, si annunciano fondi. Poi tutto continua come prima.
Serve una legge, semplice e chiara, che vieti il lavoro nei momenti in cui lavorare è pericoloso. Per tutti: subordinati e autonomi. Lavoratori indigeni e migranti. In fabbrica, nei campi, nei cantieri e in bicicletta.
A volte basterebbe copiare bene.
In Spagna una legge del 2023 obbliga le imprese a sospendere o riorganizzare il lavoro durante le allerte di caldo, a garantire ambienti sicuri e a includere il rischio climatico nei piani aziendali. I lavoratori possono interrompere l’attività senza penalità e ottenere permessi retribuiti in caso di emergenza. Previste sanzioni fino a un milione di euro per chi viola le regole.
E mentre si celebravano da parte del governo protocolli inefficaci, qualcuno proponeva bonus di pochi spiccioli per lavorare sopra i 40 gradi. Come se il rischio si potesse comprare. Come se la dignità si potesse trattare. Come se la salute avesse un prezzo.
I lavoratori (muratori, asfaltatori, contadini, fattorini) che, lavorano all’aperto, sono particolarmente esposti a situazioni di stress termico e al rischio di “colpo di sole”.
Ma in realtà, tutti i lavoratori anche in ambienti chiusi, rischiano il “colpo di calore” se si realizza la combinazione di “alta temperatura, elevata umidità e assenza di ventilazione”. I capannoni delle nostre zone industriali sono invivibili in questi giorni d’estate: lavorare diventa una tortura.
Non ci si può affidare per una questione così importante per le condizioni dei lavoratori a protocolli generici e a ordinanze regionali a macchia di leopardo.
Serve una legge. Serve ora. Prima che l’estate si trasformi, come sempre, in una conta dei caduti. E prima che la vergogna diventi abitudine.
Enrico Rossi

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