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La Russia contro l’Europa: la negazione della realpolitik

Se i Paesi NATO reagissero con fermezza, potrebbero infliggere alla Russia danni enormi in pochi giorni. Sono le stesse forme di arroganza che hanno indotto Putin all’errore, sottovalutando gli ucraini che pensava di poter conquistare con una marcia trionfale su Kiev in una settimana.

di Angelo Santoro | 4 Settembre 2026

Se i Paesi NATO reagissero con fermezza, potrebbero infliggere alla Russia danni enormi in pochi giorni. Sono le stesse forme di arroganza che hanno indotto Putin all’errore, sottovalutando gli ucraini che pensava di poter conquistare con una marcia trionfale su Kiev in una settimana.

Con una differenza: noi europei siamo davvero convinti di essere immuni dalle polveri radioattive conseguenti a decisioni irresponsabili? Oppure crediamo sul serio che, dove ha fallito Napoleone, possano riuscire personaggi da fumetto come i nostri leader, convinti di avere sempre la soluzione in tasca?

Altro che le discutibili iniziative del mandato d’arresto internazionale per Putin e Netanyahu, a capo di due potenze nucleari. Qualcuno sa dov’è finita la realpolitik? Il problema non è stabilire chi abbia ragione in una guerra. È capire che cosa succede quando, per dimostrare di averla, si decide di alzare continuamente la posta. La politica estera non è una gara a chi urla più forte né un torneo di buoni sentimenti. È l’arte, assai meno nobile ma infinitamente più utile, di impedire che interessi contrapposti diventino una guerra senza ritorno.

La Russia di Putin non è l’Unione Sovietica ma dispone di un arsenale nucleare che nessun leader europeo può fingere di ignorare. E l’Europa, piaccia o no, non ha né la forza militare né quella politica per affrontare da sola uno scontro diretto con Mosca senza dipendere dagli Stati Uniti. Si può considerare Putin un criminale, un aggressore, un autocrate e tutto ciò che si vuole. Ma governare significa anche fare i conti con la realtà, soprattutto quando la realtà possiede migliaia di testate nucleari.

La domanda non è se dobbiamo essere forti o deboli. È molto più semplice: che cosa vogliamo ottenere? Se l’obiettivo è difendere l’Ucraina, bisogna stabilire fino a dove siamo disposti a spingerci e quale prezzo pagare. Se invece l’obiettivo è mettere la Russia in ginocchio, qualcuno dovrebbe spiegare come farlo senza trasformare l’Europa nel teatro di una guerra che nessuno sarebbe in grado di controllare. La deterrenza funziona perché dall’altra parte c’è qualcuno che sa che la guerra avrebbe un costo insopportabile per tutti. Quando la politica confonde la deterrenza con la provocazione, la forza con la propaganda e il coraggio con l’irresponsabilità, il rischio non è più quello di perdere una partita diplomatica. È quello di non avere più nessuna partita da giocare. E qui sta l’assurdo. Abbiamo costruito per decenni un sistema internazionale nel quale perfino i peggiori nemici erano costretti a parlarsi perché sapevano che una guerra totale non avrebbe avuto vincitori.

Oggi sembriamo invece affascinati dall’idea che basti aumentare la pressione, moltiplicare le minacce, inviare armi sempre più sofisticate e pronunciare parole sempre più bellicose per ottenere automaticamente il risultato desiderato. Non funziona così. La storia non è un videogioco e Vladimir Putin non è un avversario che, esauriti i punti vita, scompare dallo schermo. È il presidente di una potenza nucleare, con un esercito, un territorio immenso e una classe dirigente che considera la sopravvivenza del proprio regime una questione esistenziale. Questo non significa arrendersi alla Russia. Significa prendere sul serio la politica.

Difendere l’Ucraina non obbliga a desiderare una guerra europea. Essere alleati di Kiev non significa rinunciare alla diplomazia. E cercare una soluzione negoziale non equivale a tradire qualcuno. La pace non si costruisce premiando l’aggressore, ma nemmeno immaginando che la realtà possa essere piegata ai nostri comunicati stampa. Prima o poi anche le guerre finiscono attorno a un tavolo. La questione è arrivarci dopo aver costruito le condizioni per un accordo oppure dopo aver trasformato ogni compromesso in una resa e ogni apertura in un tradimento.

La realpolitik non è cinismo. È prudenza. È la consapevolezza che il mondo non funziona secondo i nostri desideri e che le tragedie più grandi sono spesso cominciate con qualcuno convinto di poter controllare perfettamente le conseguenze delle proprie decisioni. Forse è questa la lezione che abbiamo dimenticato: essere forti significa anche sapere quando fermarsi. Perché con le potenze nucleari non esistono guerre intelligenti, vittorie chirurgiche o marce trionfali. Esiste soltanto la possibilità che qualcuno sbagli i calcoli. E quando a sbagliare i calcoli sono due potenze nucleari, non c’è nessun vincitore. Ci sono soltanto le polveri radioattive.

Angelo Santoro

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Angelo Santoro

Angelo Santoro è un giornalista e scrittore. Editorialista di “Avanti Online”

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