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La rivincita dei “maiali”, i paesi vittime della Troika

di Francesco Cancellato | 28 Dicembre 2014

In Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna è passata la troika. E ora i partiti anti Euro volano

Il primo sarà il Portogallo, a ottobre del 2015. Poche settimane dopo, a dicembre sarà il turno della Spagna e nel giro di qualche mese, al più tardi in aprile, sarà il turno dell’Irlanda. In caso di caduta del governo Samaras nelle prossime settimane, poi, potrebbe andare al voto pure la Grecia, all’inizio del prossimo anno.

Le elezioni che si avvicinano, tuttavia, non sono l’unica cosa che unisce questi quattro paesi. Insieme all’Italia, infatti, Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna sono i paesi che formano il poco lusinghiero acronimo di “Piigs”, maiali. Una sigla coniata per definire le nazioni più deboli e sprecone di Eurolandia, con le loro bolle immobiliari, i loro elefantiaci apparati pubblici e i loro debiti pubblici da record.

Non solo: i quattro “paesi-maiali” – Italia esclusa, per ora – sono gli unici quattro ad aver dovuto chiedere aiuto alla famigerata Troika, il consesso a tre formato dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Centrale e dalla Commissione Europea, che presta soldi in cambio di un’ingerenza pressoché totale nelle politiche fiscali e di spesa del paese richiedente. Ora, alla fine della cura, tutti questi paesi si ritrovano coi conti in ordine (o quasi) e pieni di problemi. Ciò che più conta, però, è che a un anno circa dalle elezioni, si ritrovano pure con i partiti anti-austerità e anti-euro in testa nei sondaggi.

La Troika all’opera
L’Irlanda, nel 2010, è stata la prima, a causa dello scoppio della bolla immobiliare e del collasso del sistema del credito, ad aver avuto bisogno di un mega-prestito di 78 miliardi di Euro, in cambio del quale è stata costretta a tagliare i salari e a infliggere una stretta fiscale pari al 19% del Prodotto interno lordo. Allieva modello, la (fu) Tigre Celtica è uscita nel 2013 dal piano di aiuti della Troika, rimborsando in blocco le ultime rate del prestito. Tutto benissimo? No. La disoccupazione è ancora al 13%, il disavanzo di bilancio è del 7.6% del Pil, il debito pubblico è salito al 125% e quello delle famiglie è ancora pari al 200% circa del loro reddito.

Lo stesso, più o meno, si può dire del Portogallo, che sempre nel 2010 ha dovuto chiedere aiuto alla Troika a causa di un debito pubblico finito fuori controllo. Anche qui, le misure richieste per far fronte al prestito dell’idra a tre teste sono state draconiane: dal prelievo forzoso sulle pensioni, al taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici, dall’aumento delle ore di lavoro ai licenziamenti di massa, dalle privatizzazioni delle società statali all’aumento esponenziale della pressione fiscale, arrivata al 47%, con l’Iva balzata dal 13% al 23% nel giro di pochi mesi. Anche in questo caso, nel giro di tre anni la Troika è stata rimborsata, ma ancora oggi il debito pubblico è al 127% del Pil, la disoccupazione è ancora al 13,9%, seppur in lieve calo.

La Spagna, i suoi problemi, li ha avuti tra il 2011 e il 2012, complice anche in questo caso lo scoppio della bolla immobiliare, che ha contagiato a sua volta il sistema bancario. E anche in questo caso, dopo averci provato invano da soli, sono stati chiesti soldi alla Troika – 40 miliardi di euro, per la precisione – che in cambio ha preteso un programma di tagli di spesa pari a 65 miliardi circa su base biennale. Anche in questo caso, i conti sono tornati a posto, ma i problemi sono rimasti: il tasso di disoccupazione è ancora oltre il 25%, mentre deficit e debito sono tornati a crescere.

Potremmo farla breve sulla Grecia, il cui caso è probabilmente il più noto. Tuttavia, una rinfrescata alla memoria male non fa. Nel 2010, un debito pubblico arrivato al 167% del Pil e il declassamento dei titoli di stato ellenici a spazzatura, ha costretto i greci a richiedere complessivamente 275 miliardi di euro (130 dei quali nell’ottobre del 2011 e 35 nel 2012). In cambio, il solito mix di sforbiciate e nuove tasse: sospensione dal lavoro di 30mila dipendenti statali, pensioni a 67 anni, continui tagli alla sanità, prelievo forzoso dai conti correnti, nuove tasse patrimoniali sulla casa. Il risultato? Il solito: conti (più o meno) a posto, ma disoccupazione giovanile di oltre il 50%, disoccupazione tout-court al 26%, stipendi dimezzati.

Radicali vecchi e nuovi
Non sembra essere un caso, insomma, che in ognuno di questi quattro paesi sia esploso un forte sentimento di rivalsa – se non peggio – verso l’Europa e verso le istituzioni finanziarie che hanno imposto loro tutti questi sacrifici. Prendiamo gli ultimi sondaggi: inPortogallo, il Partito Social Democratico di José Barroso, pro austerità e pro-troika – che a dispetto del nome è un partito di centro-destra – è fermo al 25,2%, laddove il Partito Socialista, che ha rifiutato un patto di unità nazionale è arrivato a lambire il 38%.  Nel frattempo, come se non bastasse, c’è pure il 10,1% della Unione Democratica Portoghese, mashup di verdi e comunisti, a complicare il quadro.

In Irlanda è di qualche giorno fa il sondaggio choc che ha registrato l’avanzata del Sinn Fein, storico partito molto radicato nell’Ulster – braccio politico dell’Ira durante i Troubles – e molto meno nella Repubblica d’Irlanda. Per dire, nel 2002 il partito di Gerry Adams aveva percentuali che lambivano il 2%. Da lì, una crescita costante: dal 6,9% del 2007 al 19% delle ultime elezioni europee fino al 26% circa dell’ultima rilevazione demoscopica. Secondo la quale, particolare non irrilevante, è diventato il primo partito del paese, sopravanzando i laburisti (pro-euro) del Fine Gael e i conservatori del Fianna Fáil.

In Grecia, la questione è ancora più spessa. E non solo perché il partito conservatore guidato dall’attuale premier Antonis Samaras (24,1%) è sotto di 3,1 punti percentuali rispetto a Syriza (27,2%), partito di sinistra guidato da Alexis Tsipras, decisamente critico nei confronti dell’Europa-così-come-è. In Grecia, infatti, c’è anche l’estrema destra neo-nazista di Alba Dorata, la quale, col suo 6,4%, è pronta a raccogliere tutto il malcontento che dovesse emergere se Tsipras, una volta al governo, non mantenesse le proprie promesse o se le sue politiche non dessero i frutti sperati.

E poi c’è Podemos, in Spagna, che per molti è la vera big thing che rivoluzionerà lo scenario politico europeo. Nato nel gennaio del 2014, sull’onda delle proteste degli Indignados di Madrid, il movimento guidato dal giovane professore di scienze politiche Pablo Iglesias ha oggi quasi 200mila iscritti e un consenso elettorale del 28,3% che lo pone davanti al Psoe e al Ppe. Sembrano lontanissime le elezioni europee di qualche mesi fa, in cui era stato salutato come uno straordinario successo il raggiungimento del 7,9%.

Il nemico? A Bruxelles
Più che di destra e sinistra, ai membri di Podemos, Sinn Fein, Syriza, Psp piace ragionare di altre contrapposizioni: quella tra chi ha sempre di più e chi ha sempre di meno, quella tra il nord e il sud dell’Europa, quella tra le politiche necessarie a crescere e le politiche di contenimento del deficit, intrinsecamente recessive. Comunque la si guardi, il grande nemico di ognuno di loro sono le istituzioni europee e, all’interno dei loro paesi, chi le sostiene.

Podemos, nel suo programma, non ha la fine dell’Europa, ma, tra le altre cose, la flessibilizzazione del patto di stabilità. Sinn Fein ha fatto proprio lo slogan «L’austerità non è la risposta», così come Syriza(armatevi di Google Translate) ha fatto suo il cambiamento di ruolo della Bce, affinché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico. Il Psp, infine. António Costa, il loro leader, ha trionfato alle primarie di due mesi grazie ai voti degli euro-scettici del suo partito. E alla sua sinistra c’è una fetta di iscritti che preme affinché una volta al Governo, Costa rinegozi unilateralmente un debito pubblico che è ancora, dopo tutti i tagli e i sacrifici, al 127% del Pil.

Se si sgonfieranno come da noi si è sgonfiato il Movimento Cinque Stelle dopo le elezioni dello scorso febbraio, o se continueranno la loro crescita, contaminando anche l’Italia, non è dato saperlo oggi. Quel che è certo è che nel giro di diciotto mesi, ognuno di questi partiti – con ogni probabilità anche Syriza in Grecia – affronterà la prova elettorale contemporaneamente da grande favorito e da grande minaccia per la stabilità di Eurolandia. Dovessero vincere, ne vedremo delle belle. Forse, pure prima.

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