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“La riforma costituzionale della forma di governo deve includere la riorganizzazione delle Regioni”

La presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, d’intesa con i suoi alleati di governo, ha riproposto la questione dell’esigenza di riformare alcune disposizioni costituzionali, per modificare la forma di governo, nel
senso di un rafforzamento del potere esecutivo.

di Livio Ghersi | 17 Maggio 2023
Il premier Giorgia Meloni e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella (fonte Quirinale.it)

La presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia
Meloni, d’intesa con i suoi alleati di governo, ha riproposto
la questione dell’esigenza di riformare alcune disposizioni
costituzionali, per modificare la forma di governo, nel
senso di un rafforzamento del potere esecutivo.
Al riguardo, il modello istituzionale preferibile è quello
semipresidenziale proprio della Francia; a suo tempo
affermatosi per volontà di Charles De Gaulle.
C’è una grande differenza fra il semipresidenzialismo
e proposte strampalate come l’elezione del “Sindaco
d’Italia”, della quale si fa assertore Matteo Renzi. Nel
semipresidenzialismo resta intatto il ruolo della Assemblea
Nazionale, liberamente eletta dal Corpo elettorale in un
momento diverso rispetto all’elezione del Capo dello Stato.
Dal mio punto di vista, un libero Parlamento,
rappresentativo della Nazione, è un presidio di libertà,
indispensabile come momento di riequilibrio rispetto al
Potere esecutivo.
Qualora la maggioranza parlamentare non coincida
con l’indirizzo politico del Presidente, servirebbe la
capacità politica di quest’ultimo. Emmanuel Macron,
invece, ha evidenti limiti, sia caratteriali, sia di cultura
politica. Lo si descrive come liberale; invece è di
formazione socialista e ritiene, a torto, che basti il
decisionismo, senza preoccuparsi di mediare per allargare
l’area del consenso.
Se cercate autentici liberali europei pensate alla FDP
di Christian Lindner in Germania, o alla VVD di Mark
Rutte nei Paesi Bassi. Macron non c’entra; infatti, piace a
Carlo Calenda e a Matteo Renzi, i quali vorrebbero
collocarsi al centro del sistema politico italiano, ma sono
entrambi ex dirigenti del Partito democratico.

La Francia ha una tradizione rivoluzionaria e
insurrezionale: 1789, 1830, 1848, 1870, fino al maggio 1968.
Mette tristezza, tuttavia, che su un argomento quale la
riforma del sistema pensionistico, possibile oggetto di
mediazioni, si debba assistere ad una guerriglia urbana
inutilmente distruttiva in tante città francesi, grandi e
piccole. Un Capo dello Stato dovrebbe avvertire la
responsabilità di garantire l’unità della società. Non
esasperare le divisioni.
Per quanto direttamente mi riguarda, in passato ho
difeso la forma di governo parlamentare. Ricordo il leader
della destra missina, Giorgio Almirante, il quale chiedeva
che in Italia si adottasse la stessa soluzione voluta da De
Gaulle. Ricordo che, nel mio piccolo, criticai il leader del
Partito socialista, Bettino Craxi, il quale, negli anni Ottanta
del secolo scorso, lanciò la parola d’ordina della Grande
Riforma istituzionale, sia pure espressa in termini ancora
troppo generici.
Quanti oggi si schierano a difesa della forma di
governo parlamentare, sostengono che non ci sia altro
modo per garantire che la Presidenza della Repubblica
resti una istituzione neutra, super partes. Ricordiamo gli
ultimi sei presidenti, eletti in un momento successivo al
maggio del 1978, data dell’uccisione del leader
democristiano Aldo Moro, da parte dei terroristi delle
Brigate Rosse: Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar
Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano,
Sergio Mattarella.
In un sistema politico troppo frammentato, quale
quello italiano, i presidenti della Repubblica hanno finito
per svolgere sempre più incisivi compiti di supplenza
politica. Sono venuti meno i grandi partiti del dopoguerra,
come la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista,
ciascuno dotato di un proprio, effettivo, radicamento nella
società italiana.

Presidenti quali Napolitano e Mattarella sono stati
determinanti nello stabilire i rapporti fra l’Italia e le
istituzioni della Unitone Europea, le quali, come è noto, si
reggono su un accordo politico fra il Partito popolare
europeo e quello dei Socialisti e dei democratici. I
medesimi presidenti hanno avuto un ruolo pregnante nella
politica estera; ad esempio, nel ribadire la fedeltà dell’Italia
alla Alleanza Atlantica (Nato). Scusate se vi pare poco.
Le vicende del Partito Democratico dimostrano
ampiamente che la neutralità del Presidente della
Repubblica è soltanto un mito. Il PD, indipendentemente
dal buono o cattivo esito delle elezioni, tende a far parte di
quasi tutti i governi. Reale partito di potere, deve le sue
fortune al fatto di essere interprete fedele della volontà
politica del Capo dello Stato.
La finta neutralità dei Presidenti della Repubblica ci
induce a chiederci fino a che punto un governo
dichiaratamente di destra possa coesistere con un Capo
dello Stato che non fa mistero di avere un indirizzo politico
di centrosinistra Ciò che è più grave, il pensiero del Capo
dello Stato penetra nell’opinione pubblica attraverso gli
organi di informazione di massa; diventa senso comune,
fondamento della ideologia del politicamente corretto.
Così può capitare che un intellettuale noto, quale Gad
Lerner, definisca la politica sull’immigrazione che il
Governo Meloni sta cercando di definire “ingiusta,
disumana, inefficiente”. Giudizi riportato in prima pagina
da un importante quotidiano e poi accettato come senso
comune. Peccato che tale giudizio concordasse con quanto
dichiarato da un dirigente politico francese (del partito di
Macron).
I progressisti leggono la nostra Costituzione e ne
traggono la conseguenza che debbano trovare realizzazione
tutti i diritti fondamentali di ogni persona umana, a
prescindere da ogni logica di copertura finanziaria, ossia a

prescindere dalle risorse finanziarie di cui lo Stato
effettivamente disponga.
Per fare meglio comprendere la posta in gioco, ricordo
l’intervento che Claudio Martelli, al tempo dirigente
politico emergente, svolse nel 1982 a Rimini, in una
Conferenza programmatica del PSI. Martelli parlò di meriti
e di bisogni come di un binomio indissolubile.
Pure l’idea dei meriti è affermata nella Costituzione: «I
capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto
di raggiungere i gradi più alti degli studi» (art. 34, terzo
comma, Cost.). La logica egualitaria, tuttavia, tende a
contrapporsi a quella meritocratica. Il recente movimento
degli studenti universitari ha ragione di chiedere che si
rendano disponibili nuovi alloggi per i fuori sede nelle
residenze universitarie e nelle case dello studente; così
come ha ragione di protestare contro il caro affitti. Temo
però che a nessuno verrebbe in mente che la possibilità di
entrare, o di permanere, nelle residenze universitarie debba
essere sottoposta alla condizione di ottenere un certo
rendimento negli esami universitari. L’idea dei meriti va
oltre la considerazione delle condizioni materiali delle
persone e fa appello ad esigenze spirituali: la forza di
volontà, la tenacia, la capacità di sacrificio, l’autodisciplina.
Ad esempio, nei Paesi nordici e in quelli anglosassoni c’è
l’istituto del prestito d’onore, concesso a condizioni di
favore agli studenti per consentire loro di frequentare e di
concludere il corso di studi che hanno scelto, ma prestiti
che loro stessi si impegnano a restituire a distanza di un
certo numero di anni dalla conclusione degli studi.
Tra i princìpi fondamentali della Costituzione c’è
l’articolo 5, secondo cui: «la Repubblica, una e indivisibile,
attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio
decentramento amministrativo, adegua i princìpi ed i
metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e
de decentramento».

Nel diciannovesimo secolo si riteneva, giustamente,
che fosse sbagliato presumere che un unico centro
decisionale, portatore di identiche procedure
amministrative, potesse amministrare territori
geograficamente lontani ed aventi caratteristiche sociali,
economiche, culturali, molto differenti fra loro. Veniva
criticato e respinto il modello amministrativo napoleonico.
Il mondo umano del ventunesimo secolo è del tutto
diverso: oggi tutte le attività economiche e finanziarie
hanno rilevanza e si influenzano reciprocamente nella
dimensione globale, così come le distanze geografiche
hanno sempre minore importanza perché le comunicazioni
sono veloci e le informazioni sono disponibili quasi
immediatamente. Ne consegue che il concetto di
autonomia regionale non possa più essere concepito come
lo intendeva Carlo Cattaneo nel 1848, ma richieda un
radicale ripensamento.
È errato ritenere che tutte le regioni elencate
nell’articolo 121 della Costituzione costituiscano realtà
istituzionali consolidate, con una propria tradizione storica.
Si può fare l’esempio della Emilia – Romagna, i cui centri
abitati erano riconducibili a tre diverse entità statuali: 1) i
territori dello Stato Pontificio (con l’importante città di
Bologna 2) )il Ducato di Modena e Reggio -Emilia; 3) il
Ducato di Parma e Piacenza.
L’istituto regionale fu molto valorizzato nella cultura
politica del Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Pure
questo è un retaggio della diffidenza che i cattolici
nutrivano nei confronti dello Stato italiano unitario. La
concezione della autonomia territoriale ebbe un valore
fondamentale anche in quella parte del Partito
repubblicano che si richiamava al pensiero di Carlo
Cattaneo. Tra i deputati repubblicani membri della
Assemblea Costituente va ricordato Oliviero Zuccarini,
significativo esponente di tale tendenza.

I repubblicani seguaci di Giuseppe Mazzini, invece,
erano fortemente unitari. Temevano che la rivendicazione
delle autonomie fosse un espediente per mantenere in vita,
in forme diverse, i vecchi Stati preunitari.
Benedetto Croce, nella qualità di membro
dell’Assemblea Costituente e di presidente del Partito
liberale (PLI), l’11 marzo del 1947 intervenne per valutare
complessivamente il progetto di Costituzione elaborato
dalla Commissione dei 75. Nell’occasione criticò «la
tendenza a costituire le regioni, a moltiplicarne il numero,
ad armarle di poteri legislativi e di altri di varia sorta». Il
discorso al quale faccio riferimento è titolato “Il disegno
della nuova Costituzione dello Stato italiano”. Croce
sapeva di interpretare un punto di vista minoritario: sia i
socialisti di Pietro Nenni, sia i comunisti di Palmiro
Togliatti, ed anche alcuni liberal-radicali come Francesco
Saverio Nitti, erano a favore dell’istituto regionale. Secondo
Croce, dopo il fascismo e la guerra sciagurata, l’Italia si
trovava nelle condizioni di «un organismo che ha sofferto
una grave malattia». Si era smarrito così il senso che il
massimo bene ereditato dal Risorgimento fosse l’unità
dello Stato italiano. Il regionalismo era paragonabile ad un
male morale: alimentava le divisioni, i contrasti, le gelosie.
Si risvegliavano malanni antichi, quali i contrasti di Nord e
di Sud, di Italia insulare e di Italia continentale.
Ben venti articoli della Costituzione entrata in vigore
l’1 gennaio 1948, dal 114 al 133, si occupavano delle
autonomie regionali e locali. Questa (Titolo quinto della
parte seconda) è la parte della Costituzione che ha subìto le
più rilevanti modifiche. Ciò è avvenuto con la legge
costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, approvata quando era in
carica un governo con indirizzo di centrosinistra. Quella
riforma non fu felice; anche se fu confermata dal Corpo
elettorale, in un Referendum troppo poco partecipato.

Non contribuisce certamente all’efficienza del sistema
amministrativo italiano il fatto che ci siano ventuno
differenti ordinamenti giuridici (19 regioni più due
province autonome). Per chi, come me, prende molto sul
serio la problematica della partitocrazia, nel senso definito
da Giuseppe Maranini (1902-1969), è evidente che 19
regioni e due province autonome costituiscano lo scenario
ottimale per classi politiche irresponsabili. Altro che bene
comune! Altro che amor di Patria! Soltanto ruoli
istituzionali, cariche ben remunerate, tanta visibilità
pubblica, gestione del potere, per un alto numero di
professionisti della politica.
Se poi si entra nel merito della riforma del Titolo
quinto attuata nel 2001, si nota come quattro livelli di
governo territoriale (comuni, città metropolitane, province,
regioni) siano davvero troppi. Per questa via si crea il
massimo di confusione istituzionale, nel senso che agli
occhi dei cittadini non è più chiaro quale istituzione sia
competente. Si assiste ad un continuo rimpallo di
responsabilità fra le istituzioni, perché ciascuna sostiene
che un determinato intervento avrebbe dovuto essere posto
in essere da altra istituzione. Così tutti diventano
irresponsabili.
Per non parlare della problematica del federalismo.
Questo, in linea teorica, dovrebbe servire a federare, ossia a
mettere insieme, ad unire, realtà statuali, o comunità
sociali, che siano fra loro separate; cosicché, dopo la
federazione, abbiano un governo unitario.
Negli anni Novanta del secolo scorso si affermò,
invece, un curioso federalismo italiano. Doppiamente
curioso perché l’Italia era Stato unitario dal 1861 e perché la
nostra Costituzione dava già fin troppo spazio al sistema
delle autonomie, regionali e locali. Il leader della Lega
Nord, Umberto Bossi, e raffinati giuristi come Gianfranco
Miglio, intesero il federalismo in senso opposto: per loro si

trattava di allentare i vincoli che legavano la Lombardia e il
Veneto al resto del Paese. Chiedevano che la maggior parte
delle entrate finanziarie derivanti dal gettito fiscale e dalla
riscossione dei tributi in genere, restasse nei territori del
Nord, là dove era avvenuta la riscossione. Avevano
fondamentalmente due obiettivi polemici. Il primo era
«Roma ladrona», ossia la burocrazia ministeriale, la quale,
per definizione, era presentata come inefficiente e corrotta.
La polemica si sviluppava poi contro i Meridionali, i
terroni, descritti come gente con poca voglia di lavorare, di
null’altro desiderosi che di essere assistiti con la spesa
pubblica. La Lega Nord dichiarava di ribellarsi a questo
supposto parassitismo dei meridionali.
L’attuale Segretario della Lega, Matteo Salvini, ha una
linea politica ben differente rispetto a quella prima
espressa da Bossi ed ha puntato a costruire un partito
nazionale, presente anche al Sud.
Il Governo in carica, tuttavia, vuole utilizzare l’articolo
116 della Costituzione (come modificato dalla riforma
costituzionale del 2001) per attivare forme e condizioni
particolari di autonomia a vantaggio della Lombardia, del
Veneto, dell’Emilia-Romagna.
Anche in questo caso, tutto si riduce ad una questione
di soldi: il Veneto, ad esempio, non può sopportare di
trattenere una quota dir risorse inferiore a quella spettante
alla confinante regione del Trentino – Alto Adige, la quale
gode di autonomia differenziata. Non aveva torto, dunque,
Benedetto Croce quando parlava di malattia morale!
Cercherò di meglio precisare il mio punto di vista in
un successivo articolo. Ora è sufficiente affermare che mi
sono convinto di due cose; 1) in un sistema così
istituzionalmente frammentato e così partitocratico quale è
l’Italia, una riforma della forma di governo in senso
semipresidenziale, potrebbe servire a rendere più forte,
stabile ed autorevole, il governo del Paese; 2) la eventuale

riforma costituzionale non può limitarsi al predetto
aspetto, sempre che si segua veramente l’esigenza di
perseguire il bene comune, l’interesse a rafforzare la
Nazione. C’è la stringente necessità di riformare
radicalmente il sistema delle autonomie regionali e locali. I
finti democratici ed i finti autonomisti si opporranno con
tutte le loro forze, perché hanno troppo da perdere. Mi sia
consentito, da modesto intellettuale, di indicare quelle che,
in coscienza, sono mie convinzioni profonde e che, nel
contempo, mi sembra non manchino di un fondamento
razionale.

Livio Ghersi
(Prima parte di due).

Pubblicato in : EditorialeTag: 1861, aldo moro, anni, benedetto croce, bettino craxi, bossi, capo dello stato, carlo azeglio ciampi, centrosinistra, commissione, consenso, consiglio dei ministri, costituzione, craxi, democrazia, di pietro, elezioni, fascismo, federalismo, finanziaria, francia, germania, giorgio napolitano, governo, importanza

Info Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

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