Per correggere la sua vocazione centralistica, la socialdemocrazia europea dovrebbe ora orientare la sua azione verso il potenziamento dell’autonomia e della libertà dei gruppi sociali.
Il libro-intervista del filosofo iraniano Ramin Jahanbegloo, “Conversazioni con Michael Walzer. Il pluralismo, la libertà, la sinistra”, offre lo spunto per una riflessione sul pensiero del quale potrebbe essere portatrice una sinistra autenticamente riformista riguardo al problema del pluralismo politico e culturale.
Walzer, l’intervistato, è una figura chiave del pensiero “liberal” americano ed ha sempre accolto la connotazione del suo modo di pensare in senso socialdemocratico sin dai tempi, quelli del maccartismo, in cui ha iniziato a collaborare con la rivista “Dissent”. Il suo atteggiamento critico, soprattutto all’interno della società americana, è sempre stato volto a costruire un baluardo universale di difesa contro ogni forma di violazione dei diritti dell’uomo. Il suo universalismo garantista, tuttavia, è sempre stato sull’assunzione, che mai ha abbandonato, che l’universalità del valore di fondo del rispetto dei diritti dell’uomo assuma forme particolari nei diversi contesti sociali.
L’elemento universale della sua prospettiva ideale si è perciò configurato come “moralità minima” e, per questo motivo, non ha mai rifuggito la definizione di “universalista soft”, per via del fatto che dalla moralità minima ha sempre ricavato un’idea di multiculturalismo che ha rifiutato l’ideologia del “melting pot”, implicante per le minoranze esistenti all’interno dei singoli sistemi sociali una comune adesione obbligata ai valori dei gruppi dominanti. Walzer, da sempre, ha sostenuto che la sfera politica e quella economica sono ambiti di condivisione, di integrazione ed anche di assimilazione su cui fondare una cittadinanza comune ed un’economia aperta. Dal punto di vista culturale, però, tutte le minoranze, etniche o religiose, dovevano avere la possibilità di conservare la loro identità attraverso un’organizzazione istituzionale articolata del sistema sociale; all’interno di questo, i gruppi dovevano poter organizzarsi in associazioni intermedie con cui sostituire all’ideologia del “melting pot” quella del “salad bowl” (insalatiera). Quest’ultima ideologia, in alternativa a quella dell’assimilazione obbligata, doveva offrire a tutti i gruppi sociali la giustificazione della pretesa di conservare, pur in presenza del comune rapporto di cittadinanza, la loro specifica individualità.
A tal fine, Walzer ha, perciò, sempre ritenuto necessario riservare alle minoranze specifici spazi sociali con cui garantire ai gruppi l’espressione della loro cultura identitaria; e poiché le minoranze erano gruppi sociali organizzati su base volontaria, e non a carattere corporativo, i loro confini non dovevano essere presidiati dallo Stato. Su tale assunto, Walzer ha fondato il suo pensiero socialdemocratico, differenziato dalla tradizione europea.
La tradizione della socialdemocrazia europea è sempre stata di tipo statalista; lo Stato è stato considerato un fattore indispensabile per il cambiamento sociale e soprattutto per realizzare l’equità distributiva, ma anche per una conservazione “accanita” della struttura sociale il più possibile unitaria. Questa “tradizione centralistica” della socialdemocrazia ha condotto spesso lo Stato, all’interno dei contesti sociali in cui le organizzazioni dei gruppi sociali tendevano a darsi una organizzazione volontaria, a svolgere un ruolo eccessivo, rivelando a volte “la stessa ferocia della tradizione giacobina delle politica francese”. Una tradizione, questa, che non ha rispettato abbastanza il “principio di separazione” e l’indipendenza di tutte le istituzioni in cui si articolava la società civile, né ha valorizzato il ruolo che tali istituzioni potevano svolgere ai fini di una politica ridistribuiva.
Per correggere la sua vocazione centralistica, la socialdemocrazia europea dovrebbe ora orientare la sua azione verso il potenziamento dell’autonomia e della libertà dei gruppi sociali, correggendo la logica con cui opera tendenziale il welfare, orientato a cambiare prevalentemente la condizione materiale dei singoli gruppi, ma che sinora ha svolto la funzione di “premio di consolazione” per quelli più deboli, trascurando la possibilità di ampliare le potenzialità dei gruppi stessi, non solo, come afferma Roberto Mangabeira Unger in “Democrazia ad alta energia”, attraverso politiche ridistribitive, ma anche attraverso modifiche delle istituzioni tradizionali; in particolare, di quelle destinate a potenziare il ruolo dei singoli gruppi all’interno di ciò che è rimasto, dopo il processo di globalizzazione, dei vecchi Stati-nazione. La sinistra nella fase attuale dovrebbe, perciò, impegnarsi a sviluppare un riformismo in grado di contrastare il capitalismo nazionale e quello globale, i cui effetti sinora hanno causato l’aumento delle disuguaglianze sociali a livello dei singoli sistemi nazionali ed a livello internazionale.
In conclusione, per Walzer, se all’interno di ogni sistema sociale la socialdemocrazia riuscirà a realizzare le riforme istituzionali utili a presidiare la libertà e l’autonomia dei gruppi sociali in cui si articola la società civile contribuirà a garantire che la tradizionale contrapposizione tra gruppi intermedi e Stato si trasformi in un binomio a tutela dell’autonomia dei gruppi sia dallo Stato che dalla logica di funzionamento destabilizzante dei liberi mercati.
Ramin Jahanbegloo
Conversazioni con Michael Walzer. Il pluralismo, la libertà, la sinistra
€ 14,00 – Marsilio – Pagine 183

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