
Va detto in premessa che sono una psicoterapeuta ed ho svolto il tirocinio, durante la scuola di specializzazione, presso il Reparto di Psiconcologia a Careggi (Firenze) e posso quindi testimoniare quanto sia utile un sostegno psicologico ai malati oncologici. Sono rimasta allorchè stupita quando ho saputo che la Regione Toscana offre contratti a tempo indeterminato e paga i sacerdoti e le suore per quel che potrebbero fare e già fanno gli psicologi negli ospedali. La Regione Toscana infatti arriva a spendere 2 milioni di euro l’anno per offrire conforto religioso-cattolico negli ospedali pubblici, fornendo sacerdoti e suore di contratti a tempo indeterminato e di stipendi intorno ai 1600 euro. La situazione è resa anche paradossale da questo fatto: i reparti di psiconcologia (pochissimi fra l’altro) si reggono molto su psicologi tirocinanti o volontari, comunque già laureati e in corso di specializzazione. Essi così danno la loro professionalità in maniera gratuita e non retribuita; mentre, invece, i sacerdoti e le suore che dovrebbero farlo, loro sì, in maniera gratuita e per solidarietà e carità vengono pagati e muniti di contratto a tempo indeterminato. Cioè quello che dovrebbero avere gli psicologi per lavorare adeguatamente ed offrire il loro impegno scientifico.
Credo che questo paradosso vada visto e risolto. Non solo perché il provvedimento regionale è un provvedimento selettivo e di natura confessionale in quanto viene offerto un servizio solo a una parte della popolazione, la parte cattolica, ma anche perché questo tipo di servizio è un servizio religioso e non scientifico-professionale, quindi non regolarizzabile da contratti professionali. ( per di più a tempo indeterminato!) Chi invece dovrebbe essere destinatario di contratti si trova ad essere sorpassato da servizi religiosi e non professionali e scientifici. Si assiste così al rovesciamento della logica: chi porta il conforto religioso viene pagato quando dovrebbe essere volontario, chi invece porta un contributo di natura scientifica e professionale si trova ad essere volontario e non considerato. So che al “Policlinico Gemelli”, a Roma, la situazione è simile anche se non vengono pagati sacerdoti e suore al posto degli psicologi. Infatti su 580 dipendenti ci sono 3 psicologi assunti, mentre 280 in tirocinio o volontari.
Ma torniamo alla Regione Toscana che privilegia il contributo religioso rispetto a quello laico e scientifico con la conseguenza che viene tenuta fuori tutta una branca della psicologia che, invece, nel resto d’Europa, è quanto mai presente e attiva: la psicologia ospedaliera. Essa si propone di inserire lo psicologo ospedaliero come parte integrante di un’equipe multidisciplinare. La sua funzione non è tanto quella diagnostica che è riservata al medico, ma piuttosto quella psicoterapeutica in quanto prende in carico tutti quegli aspetti emotivi e psicologi afferenti alla malattia, più o meno grave, e al ricovero.
La malattia, infatti, è una specie di evento traumatico all’interno della vita di una persona. Essa può portare sentimenti di ansia, di incertezza, di depressione, paura, paura della morte, regressione a stati di dipendenza dagli altri. Comporta cambiamenti di equilibri a livello familiare, con gli amici, sul posto di lavoro, cambiamenti nella vita quotidiana. Il ricovero porta e acutizza sentimenti di depersonalizzazione e demoralizzazione. Spesso il paziente vive il ricovero come un tempo sospeso, non come una vera vita, una specie di limbo che quasi non gli appartiene. La vita dell’ospedale inoltre dettata da regole rigide, come gli orari dei pasti, gli orari di visita, il fatto di stare tanto a letto o in pigiama, il fatto di non avere più la propria privacy, il fatto di dipendere molto dagli altri, acuisce quei sentimenti di depressione oppure di rabbia e di ansia, ma anche incertezza paura, preoccupazione, timore, alienazione. Lo psicologo ospedaliero può intervenire proprio su questo. Egli mira a facilitare e promuovere la fase dell’accettazione della malattia e della reazione alla patologia prendendo anche in carico tutti questi aspetti emotivi e psicologici che invece restano ad esclusivo carico del paziente e della famiglia. In poche parole si tratta di:
-attenuare le emozioni dolorose;
-aiutare il paziente ad adattarsi alla condizione di malato e accettare la nuova immagine di sé;
– sostenere la capacità di sopportare la dipendenza, l’isolamento, la demoralizzazione, i pensieri intrusivi, i disturbi del sonno, altre difficoltà legate alla malattia e all’ospedalizzazione;
-sostenere i familiari e aiutarli nella gestione e comprensione delle difficoltà;
-riportare nella cartella clinica anche la valutazione psicologica del paziente.
La consultazione di questo tipo non è tanto quella di diagnosticare una malattia, ma soprattutto di comprendere come il malato si è ammalato e la sua dimensione interpretativa della sofferenza. La consultazione deve quindi portare a mettere in atto un intervento che possa modificare lo stato di disagio legato alla malattia, personale e relazionale.
Lo psicologo ospedaliero spesso si occupa anche dei familiari e dell’equipe curante, mirando a contenere ed elaborare tutte le emozioni angosciose e depressive inerenti alla malattia e al ricovero. Le tecniche sono, principalmente, il colloquio individuale, ma anche il gruppo terapeutico sia dei malati che dei familiari dove è possibile la condivisione, ma anche il sostegno e il contenimento reciproco. Possono esserci delle tecniche espressive come l’arte terapia, o la scrittura autobiografica che facilitano l’espressione e l’elaborazione di queste emozioni. Se i familiari sono più informati e sostenuti riescono ad essere più validi come “curanti” e sostenere meglio il paziente. Così come il gruppo degli infermieri. Ma soprattutto vediamo che un paziente che viene accolto e sostenuto su un piano emotivo, che viene capito nelle sue angosce e nei suoi bisogni è un paziente che è anche più collaborativo con le cure , con la farmacologia, con tutte le analisi post-degenza e che quindi è un paziente che va molto più probabilmente degli altri a migliorare. Inoltre, dato che siamo un’unità mente/corpo, un paziente a cui viene sostenuto il tono dell’umore è un paziente che risponderà meglio anche sul piano fisico.
I reparti in cui sembra esser più necessario una presenza dello psicologo, cioè quelli più a rischio, sono l’oncologia, la rianimazione, ortopedia traumatologica, (per esempio nei casi di un’amputazione di un arto in cui deve essere rivista la rappresentazione corporea di sé) ustioni, (perché ad alto rischio morte) cardiochirurgia, pediatria, geriatria, malattie infettive (per esempio malati di aids che devono sopportare anche una forte stigmatizzazione sociale), trapianti d’organo. Essi sono reparti che presentano pazienti ad alto rischio di stress e anche probabilità di morte. In questo caso, come in rianimazione, se il paziente è ancora in grado a livello cognitivo-neurologico va sostenuto e accolto in tutte le sue paure e angosce di morte. Importante, in questi casi, anche il gruppo coi familiari che vanno accolti e sostenuti nelle loro preoccupazioni e timori, nelle fasi di incredulità, rabbia e infine accettazione e la probabile elaborazione del lutto. Nei casi di fine vita è fondamentale che lo psicologo sappia valorizzare l’equipe come “contenitore” solido e ampio per raccogliere le ansie e i dolori, come un punto di riferimento saldo che riesce ad attutire e comprendere gli stati di angoscia. Deve valorizzare il lavoro di gruppo dei medici, infermieri e degli altri operatori sanitari, cioè costruire una rete, sia per i pazienti che per i familiari.
Termino richiamando le conclusioni del Convegno di Terni nel marzo 2011 dove si evidenzia che la presenza degli psicologi che sono intervenuti sullo stress ha prodotto: … una riduzione in media di due giorni dei tempi di degenza in ospedale e questi malati, dopo tre mesi, stanno meglio degli altri, sia fisicamente che psicologicamente. Il paziente ci guadagna ma anche l’ organizzazione che spende 1400 euro al mese in meno (due giorni di degenza) per quel malato, potendo destinare tali somme ad altre attività assistenziali o avere i posti letto per altri pazienti, garantendo un ospedale migliore in termini di efficienza e qualità.
Sibilla Abrami

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