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La Regina amata dagli italiani

Vittorio Emanuele, principe di Napoli ed erede al trono d’Italia, conobbe Elena quando tutto aveva in mente (storia, geografia, numismatica, viaggi…) tranne che la Corona.

di Aldo A. Mola | 22 Agosto 2017

Elena fu a lungo tra i nomi femminili più diffusi in Italia: omaggio di ogni ceto alla consorte di Vittorio Emanuele III. Elena Petrovic-Niegos nacque dal principe (poi re) di Montenegro: uno Stato piccolo ma pugnace, bastione della cristianità contro l’islamizzazione della penisola balcanica, giunta sino alle porte di Vienna e respinta col soccorso dei polacchi. Più tardi a ricacciarli fu Eugenio di Savoia, uno dei grandi condottieri della storia.

Elena di Montenegro studiò alla Corte dello zar Nicola II, che aveva alle spalle l’assassinio del nonno, Alessandro II (1881), autore di importanti riforme, come  l’abolizione delle  arcaiche servitù dei contadini. Anarchici ed estremisti colpiscono sempre i riformatori perché questi falciano l’erba nel prato dei fondamentalisti. Ogni epoca, tragicamente, ha i suoi fanatici. Così oggi Erdogan oscura il ricordo di Ataturk, massone e padre della Turchia moderna.

Vittorio Emanuele, principe di Napoli ed erede al trono d’Italia, conobbe Elena quando tutto aveva in mente (storia, geografia, numismatica, viaggi…) tranne che la Corona. Per il fidanzamento andò a Cettigne, capitale modesta e tuttavia avamposto dell’Europa cristiana in una visione storica matura. Poliglotta, Elena coltivava pittura, musica ed esoterismo. Nelle prime pagine del celebre Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896 Vittorio Emanuele annotò: “(1896) Agosto. 5, Gaeta e Napoli; 6. A Napoli; 12. Da Napoli; 16. Da Antivari a Cettigne”. Ricordò la gran festa il 18, onomastico di Elena, e il rientro, da Cettigne a Napoli, alla volta di Firenze e Monza. Dopo settimane di viaggi (Stresa, La Spezia per il varo della “Carlo Alberto”) e Firenze, ripartì per Cettigne. Vi giunse il 19 ottobre. Il 21 era a Bari. Nel viaggio Elena passò dal culto ortodosso a quello cattolico, perché così esigeva lo Statuto. Il 24 ottobre, finalmente, il “Marriage”, come nell’Itinerario annotò il futuro re.

Da sposi, Vittorio ed Elena servirono lo Stato con un seguito vertiginoso di missioni ufficiali in Italia e all’estero, ma furono anche liberi di vivere la loro vita, che riservò loro la “media di felicità”, secondo la formula usata da Giovanni Giolitti in una celebre lettera alla moglie. Ebbero cinque figli: Mafalda, sposata con il principe d’Assia e morta per le conseguenze di un bombardamento dei “liberatori” sul campo concentramento ove era detenuta dai nazisti (ne ha scitto Mariù Safier in una sua eccellente biografia, edita da Bompiani); Jolanda, sposa del conte Calvi di Bergolo; Umberto principe di Piemonte (14 settembre 1904, poi Umberto II, re d’Italia), Giovanna (sposata da Boris III, zar dei Bulgari, e madre di Simeone ora gagliardo ottantenne, esecutore testamentario di Umberto II) e Maria.

La regina Elena fu designata Rosa della Carità dalla Santa Sede. Ne è in corso la causa di beatificazione. Dopo l’intervento dell’Italia nella grande guerra allestì al Quirinale l’Ospedale Territoriale n. 1 per curare i feriti gravi. Si prodigò per lenire le conseguenze del conflitto. Promosse innumerevoli iniziative umanitarie, coinvolgendo aristocratiche, borghesi e popolane, unite in un sacrificio dalle dimensioni impreviste. Visse sempre con regale discrezione il suo rango, consapevole degli immensi pesi gravanti sull’unico regno d’Italia, unica grande monarchia dell’Europa continentale sopravvissuta alla tragedia della Grande Guerra che spazzò via lo zar di Russia, il kaiser di Germania, l’imperatore d’Austria-Ungheria e il sultano turco. Accanto a Vittorio Emanuele III, tutto mente, nervi e alto senso dello Stato e della Dinastia, la Regina governò l’“altra metà” di un regno che era fatto di simboli, sentimenti, emozioni e “religiosità”, cioè vincolo tra cittadini. Gli emblemi e i monumenti, come insegna il Premio Acqui Storia, che armonizza vincitori, premi alla carriera (come Giuseppe Galasso due anni orsono e Domenico Fisichella questo 2017) e “testimoni del tempo”, non sono orpelli, ma sostanza di un Paese. Vanno rispettati e onorati, quale ne sia l’origine. Sono la Memoria. Toccarla significa condannarsi a subire la medesima sorte. È quanto accade proprio a Napoli ove si oscurano le statue di Enrico Cialdini e di Camillo Cavour e si cancella via Vittorio Emanuele III, nel silenzio costernato dei  monarchici locali. Tanto vale abbattere il pino marittimo che da sempre orna la cartolina con vista sul Rosso Maniero della Nunziatella, San Martino, Castel dell’Ovo e il Vesuvio. La rivendicazione di una memoria capovolta nella città dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici di Benedetto Croce e dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Gerardo Marotta, degli Illuministi e del principe Raimondo Sangro di San Severo, primo gran maestro di una gran loggia massonica italiana, è avvilente scippo della storia, messo a segno da sprovveduti smemorati e, diciamolo, di “parricidi”.

Nel 1936 anche Elena donò l’anello nuziale nell’offerta dell’“oro alla Patria”. La guerra per la conquista dell’Etiopia era stata decisa dal governo, con plauso delle Camere. Era un’impresa dell’Italia, come lo erano state quelle coloniali di Francia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Stati Uniti… Anche Benedetto Croce si associò. A ragion veduta, nessuno glielo rimprovera. I fatti vanno capiti nel loro contesto storico, non con il preteso “senno di poi”. Diversamente dovremmo radere al suolo tutti i monumenti del pianeta (incluse basiliche d’ogni tempo e di ogni culto), perché in massima parte frutto di imprese discutibili (come la “vendita delle indulgenze”. Ma chi ce ne dà diritto? Non è meglio “capirli”?

Nel 1940-1946 Elena di Savoia condivise le sofferenze degli Italiani. Sua figlia Mafalda, come detto, ebbe tragica sorte. Il 9 maggio 1946 partì col Re, abdicatario, alla volta di Alessandria d’Egitto. Come in passato fu al suo fianco: letture, fotografie, brevi escursioni, la pesca, i pensieri non detti, i lunghi silenzi in attesa di una visita del figlio Umberto, partito dall’Italia il 13 giugno 1946 alla volta del Portogallo, ove dal 5 precedente aveva inviato la Regina, Maria José, e i quattro figli, Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice: tutti piccini, inconsapevoli che il padre sarebbe stato condannato all’esilio perpetuo. Ora che siamo tanto solleciti verso migranti, profughi, clandestini ed esuli un po’ di riflessione va fatta anche sulla nostra storia…

Vittorio Emanuele III si ammalò la vigilia di Natale del 1947: una infreddatura, poi una trombosi (secondo il generale Paolo Puntoni, già suo aiutante di campo, che ne scrisse “de relato”) e, in breve, il decesso. Morì il 28 dicembre. Era un cittadino italiano all’estero. Tre giorni dopo la Costituzione decretò l’esilio per “gli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi”, identificando “discendenti” ed “eredi” alla corona: una differenza formale e sostanziale sfuggita ai costituenti. La salma del Re Soldato riposa nel retro dell’altare della chiesa cattolica di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto. Una lapide lo ricorda sobriamente: “Vittorio Emanuele di Savoia, 1869-1947”. Non lasciò memorie. Quelle pubblicate da giornali di breve respiro e recentemente ripubblicate sono apocrife. A serbarne il ricordo più vivido fu Elena, che si trasferì a Montpellier, nel clima mite del Mezzogiorno di Francia. Vi morì nel 1952. È inumata sotto una lapide che ne ricorda il nome e, in caratteri romani, le date.

In Oriente Elena è Santa Elèna, moglie di Costanzo Cloro e madre di Costantino il Grande. Di umili origini, tenne salda la rotta. Le si attribuisce il rinvenimento della Santa Croce. I solenni cori del culto ortodosso la associano al figlio con accenti che volgono alla meditazione. Senza devozione per il passato non vi è prospettiva di futuro. Perciò esso va recuperato, custodito, tramandato: patrimonio di civiltà. Tutto intero. Anche quello troppo a lungo trascurato, come la memoria di Vittorio Emanuele III e di Elena di Savoia.

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: abolizione, anni, bari, belgio, benedetto croce, chiesa, chiesa cattolica, contadini, costituzione, dinastia, discendenti, estero, europa, figlio, firenze, francia, futuro, germania, giornali, governo, gran bretagna, grande guerra, italia, mezzogiorno, missioni

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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