Ci sono battaglie che vanno combattute, anche quando l’esito è molto incerto e la strada irta di ostacoli. Quando i luoghi comuni, i pregiudizi, le certezze acquisite, le ingiustizie travestite da privilegi, i ricatti morali e materiali sembrano insormontabili, c’è pur sempre qualcuno che ha il coraggio di ribellarsi e di spendere la propria vita, o buona parte di essa, per ristabilire una forma accettabile di giustizia sociale. Lilly Ledbetter, operaia della Goodyear, in Alabama, ha combattuto per dieci anni la battaglia della equità salariale, riuscendo a portarla fino alla Corte Suprema che si è divisa in due pareri ed ha quindi lasciato aperta la porta all’intervento legislativo del Presidente degli Stati Uniti, dopo che l’amministrazione Bush aveva respinto per ben tre volte la richiesta di Lilly. In due parole: la Ledbetter ha denunciato una realtà che purtroppo sussiste in molti, troppi paesi, compreso il nostro, ovvero la disparità salariale fra uomini e donne che svolgono la stessa mansione lavorativa nello stesso numero di ore. Una disparità che si aggira fra il 20 ed il 30% in meno di retribuzione, cifre rese pubbliche di recente da Emma Bonino nel corso di un convegno internazionale dedicato a questo tema. La battaglia di Lilly è stata lunga e spossante perché si è scontrata contro il muro di gomma della discriminazione sessuale che, come sempre accade, trova complicità ed omertà a tutti i livelli, soprattutto per l’evidente motivo che il potere è tuttora declinato al maschile e tende con tutte le proprie forze a conservare le proprie posizioni, non importa se a prezzo di pesanti ingiustizie, tanto, chi protesta?! Lilly ha protestato e non si è arresa quando i suoi ricorsi sono via via stati respinti con motivazioni sempre più pretestuose; inizialmente perché si sosteneva che la disparità salariale fosse dovuta al minor numero di ore di lavoro effettuate, poi, quando Lilly è riuscita a dimostrare, prove alla mano, che ore e mansioni erano le stesse, è stata nuovamente fermata da un presunto ritardo nella presentazione della sua causa che non permetteva una retroattività di giudizio. In questo estenuante balletto di rinvii e pretesti volti a sfiancare la battaglia di una donna che era purtroppo sola a combattere, si è infine inserito un fatto nuovo, ovvero la lunga corsa per le primarie prima e poi per le elezioni presidenziali che ha visto fra i partecipanti Obama, che ne è uscito vincitore. La Ledbetter si è avvicinata a lui che l’ha voluta vicina in tutto il suo percorso elettorale, ed è interessante notare che non è stata Hillary Clinton, che pure si presentava come la paladina delle donne, forte di un elettorato femminile pronto a votare per lei, a raccogliere la sfida di Lilly – bianca e wasp, sia detto per inciso – ma il candidato che in effetti era maggiormente sensibile al tema della discriminazione, di qualunque genere essa sia. Il 29 gennaio, a nove giorni dal suo insediamento, Obama ha firmato la legge contro la disparità salariale alla quale ha voluto dare il nome di Lilly Ledbetter Fair Pay Act, per legare per sempre il nome di una donna coraggiosa al risultato della sua lunga battaglia, ovvero una legge che consente di fare un essenziale passo avanti sulla strada delle pari opportunità a tutte le donne americane. Ora, guardiamo per un momento in casa nostra. La disparità salariale fra uomini e donne è una realtà più volte dimostrata e persino quantificata dal diverso ammontare dei salari, ma chi se ne preoccupa? Nessuno. Abbiamo una Presidente donna di Confindustria che una volta ha fatto un vago accenno alla questione senza peraltro mai più riprenderla o quantomeno approfondirla, non sia mai che poi in certi salotti del potere qualcuno si sturbi. Abbiamo un Ministro delle Pari Opportunità il cui unico pensiero sembra essere quello di multare le prostitute come se l’equità della nostra vita sociale dipendesse solo da quello. Abbiamo in Parlamento donne come la Perina e la Meloni che al solo sentir prospettare l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni hanno tirato fuori argomentazioni da Consigli per le brave bambine degli anni ’50. E cosa non abbiamo invece? Due elementi essenziali: donne che invece di farsi stordire dall’eccesso di tutele maternali si battano per i loro autentici diritti. E un Presidente come Obama, of course. Ma d’altronde, ogni paese ha i rappresentanti che si merita. E noi siamo ancora fermi al Verbo di Andreotti.
ChiBo

Lascia un commento