
La politica promette sempre di più, anche quando sa che molte di quelle promesse sfiorano l’utopia. Eppure, nella crescente complessità della vita quotidiana, noi elettori continuiamo a credere che un cambiamento sia possibile. Non perché siamo ingenui, ma perché nessuno rinuncia volentieri alla speranza di vivere un po’ meglio.
Forse è questa la ragione per cui, nell’ultimo decennio, ci siamo lasciati conquistare da messaggi che, col senno di poi, si sono rivelati spesso illusioni. Siamo entrati nella cabina elettorale come in un luna park, attratti dalla promessa di una vita diversa, dimenticando che le scorciatoie raramente portano lontano e che, in politica come nella vita, ogni promessa troppo semplice merita qualche dubbio.
Così siamo passati dall’otto volante alle autoscontro, da un’attrazione all’altra, convinti ogni volta che il giro successivo sarebbe stato quello decisivo. Con lo zucchero filato in mano e gli occhi spalancati abbiamo applaudito i giocolieri della politica, persuasi che questa volta qualcuno avrebbe davvero trovato la formula giusta.
E, con ogni probabilità, molti di loro ci credevano sinceramente. Altrimenti sarebbe difficile spiegare come, nell’arco di pochi anni, una parte consistente dell’elettorato abbia affidato le proprie speranze prima a Renzi, poi a Di Maio, quindi a Salvini, a Meloni e oggi guardi con interesse a Vannacci. Figure profondamente diverse, accomunate però dalla promessa di rappresentare una svolta. Ognuno si è presentato come l’interprete di un cambiamento atteso, convinto di poter offrire una risposta ai problemi del Paese. Noi li abbiamo seguiti non per capriccio, ma perché avevamo bisogno di credere che fosse possibile invertire la rotta.
Dalla ruota panoramica, però, il panorama è rimasto avvolto nella foschia; sulle autoscontro gli urti sono stati più violenti del previsto. E ogni volta siamo scesi con qualche illusione in meno. Abbiamo cercato di sconfiggere la povertà, inseguito il sogno della Padania, riscoperto il richiamo del centro, rincorso l’equità sociale. Ogni stagione politica prometteva di semplificare la vita degli italiani e invece, troppo spesso, ha aggiunto una nuova complicazione a quelle che già c’erano. Il danno più profondo, però, non è stato economico né amministrativo. È stato civile e morale, prima ancora che politico.
Ogni promessa mancata ha consumato un pezzo della fiducia dei cittadini, perché votare non significa semplicemente scegliere un simbolo ma consegnare a qualcuno una parte delle proprie aspettative, delle proprie paure e del proprio futuro. Quando quella fiducia viene tradita non si cambia soltanto leader o partito: si diventa più diffidenti, più disillusi, più inclini a pensare che nulla possa davvero cambiare. È così che cresce l’astensionismo, si alimenta il risentimento e si indebolisce il legame tra cittadini e democrazia.
Ora ci prepariamo ancora una volta a scegliere. Ascolteremo nuove promesse, nuovi salvatori della patria, nuove ricette definitive. Eppure la richiesta degli italiani è molto più semplice di quanto la politica immagini. Non chiedono miracoli e non pretendono il paradiso in terra. Chiedono soltanto una vita meno complicata. È una promessa meno spettacolare di tante altre. Ma è forse l’unica che valga davvero la pena di mantenere.
Angelo Santoro

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