
La scena la ricorderanno in pochi, eppure valeva più di mille convegni. L’imam di Carmagnola, anni fa, fu posto sotto accusa per proselitismo jihadista, il cortile della sua moschea era invaso dalle telecamere, politici e opinionisti facevano la fila per dire la loro. Poi arrivò lei, una delle mogli, burqa integrale, gli occhi truccati con cura e un perfetto accento milanese, da bar di periferia. In quella lingua così nostra, con una naturalezza glaciale, disse in sostanza che non avevamo capito niente: l’Islam, da lì a breve, si sarebbe divorato l’Occidente con l’espansione demografica e le culle, non con le bombe.
Quella frase, buttata lì davanti alle telecamere, era la versione cruda di una paura che in Israele non è folklore, ma materia quotidiana di governo. Perché il punto di partenza, piaccia o no, è semplice. Israele nasce per essere insieme stato ebraico e democrazia. Tenere insieme queste due parole in uno spazio minuscolo, circondato e intrecciato con un mondo arabo numeroso e giovane, crea una tensione permanente. Dentro quella tensione nasce l’ossessione per la famosa bomba demografica.
Se guardi i numeri nudi, dentro Israele entro la Linea Verde la maggioranza è ancora ebraica e la minoranza araba resta minoranza. Ma se allarghi lo sguardo a tutto lo spazio fra il Mediterraneo e il Giordano, includendo Cisgiordania e Gaza, il rapporto si avvicina alla parità e in alcune proiezioni sembra già sul filo del cinquanta e cinquanta. Da qui l’idea, radicata in molta parte dell’opinione pubblica israeliana, che un’unica entità politica da mare a fiume, con diritti uguali per tutti, nel medio periodo cancellerebbe il carattere ebraico dello Stato.
Non è una fantasia da bar. Da decenni la classe politica israeliana ragiona di minaccia demografica e di rischio di stato binazionale. Molte scelte strategiche, dai ritiri parziali ai piani di separazione, sono state giustificate con lo stesso argomento: evitare a ogni costo di ritrovarsi con un solo stato fra mare e fiume, con metà o più della popolazione araba.
Dentro questo schema, la convivenza non viene più pensata come progetto politico condiviso, ma come trappola. Se inglobi troppi arabi come cittadini a pieno titolo, prima o poi finisci in minoranza. Se invece li tieni fuori, ti accusano di apartheid. È il bivio che molti riassumono sempre nello stesso modo: o stato ebraico non pienamente democratico, oppure stato democratico che non è più davvero ebraico.
La narrazione più dura che gira in certi ambienti israeliani è brutale quasi quanto le parole della moglie dell’imam. Se li lasciamo entrare davvero ci mangiano con la demografia. La base è semplice. Per anni il tasso di natalità arabo, soprattutto palestinese, è stato più alto di quello ebraico, e questo ha alimentato un terrore numerico molto concreto. Oggi la situazione è più sfumata, la natalità araba è scesa e quella ebraica resta alta soprattutto negli ambienti più religiosi, ma l’ansia demografica rimane un pilastro psicologico.
Israele sa quindi che non esiste convivenza? Qui bisogna separare la matematica dalla politica.
Sul piano dei numeri, la consapevolezza è chiara. Se consideri tutto il territorio controllato da Israele, compresi i milioni di palestinesi che non hanno gli stessi diritti di un cittadino israeliano, l’idea di uno stato unico con pari diritti viene percepita come la fine dell’egemonia ebraica nel giro di una o due generazioni. Non è necessariamente odio viscerale verso gli arabi in quanto tali. È la paura che una maggioranza diversa possa riscrivere simboli, leggi, diritto al ritorno, bandiera, inno, equilibri fra religione e Stato. Per il sionismo classico, questa è la sconfitta esistenziale.
Sul piano politico, però, il discorso si sporca. Dire che gli arabi si mangerebbero Israele tende a trasformare un problema reale di numeri e di potere in una caricatura etnica, come se l’altro fosse per natura un’orda vorace e non una popolazione che, prevedibilmente, voterebbe in modo diverso e porterebbe altre richieste sul tavolo. Il linguaggio qui non è neutro, serve a preparare e giustificare in anticipo muri, check point, diritti limitati, controllo permanente.
Da fuori, quello che si vede è un sistema che prova a tenere insieme tre elementi che non stanno in piedi tutti insieme: il controllo effettivo di quasi tutto il territorio storico di Palestina e Israele, con coloni, esercito, amministrazioni parallele; il mantenimento di una chiara maggioranza ebraica dentro i confini che contano davvero per la cittadinanza piena; l’immagine di democrazia liberale, modello occidentale, con il voto per tutti e le sentenze della Corte Suprema.
Finché sposti i confini di chi è dentro e chi è fuori, il problema lo nascondi ma non lo risolvi. Se domani annettessi formalmente la Cisgiordania ma non dessi gli stessi diritti ai palestinesi che ci vivono, avresti un sistema a due livelli. Se invece li includessi davvero, l’equilibrio identitario cambierebbe per forza.
Da qui nasce la sensazione, diffusa in molta parte della società israeliana, che la convivenza sia impossibile. Ma è un’impossibilità costruita. È impossibile mantenere per sempre uno stato a forte identità etnica, con controllo militare su un’altra popolazione, e allo stesso tempo pretendere che tutto questo sia percepito come normale, stabile, legittimo. Non è la matematica a vietare la convivenza, è il modello politico scelto.
Esistevano ed esistono voci israeliane e palestinesi che provano a immaginare altro: uno stato binazionale con una costituzione rigida, federazioni, confederazioni, due stati veri con frontiere aperte. Tutte idee che puntano sulla convivenza invece che sulla separazione etnica. Ma restano minoritarie dentro un clima generale polarizzato, pieno di paura e di ferite.
Alla fine la frase Israele sa perfettamente che non è possibile una convivenza fotografa bene l’umore di una parte del paese, quella che pensa solo in termini di maggioranze, minacce e controllo del territorio. Ma è una profezia che si autoavvera. Se per trent’anni costruisci muri materiali e mentali, è quasi inevitabile che nessuno creda più alla possibilità di vivere insieme.
La demografia non è un destino scritto nelle stelle, è un’arma retorica. Puoi usarla per dire o noi o loro e prepararti a un eterno stato di emergenza, oppure puoi prenderla sul serio e chiederti che tipo di architettura politica servirebbe per far convivere due popoli, due memorie, due paure nello stesso fazzoletto di terra.
Che questo passo oggi sembri lontanissimo è vero. Che sia impossibile per definizione, altamente probabile. L’impossibilità sta nello sguardo di chi ha già deciso che l’unica forma di sopravvivenza è il conflitto congelato, il tempo fermo, la linea del fronte trasformata in confine permanente. Le culle e i numeri, in tutta questa storia, sono solo la scusa più comoda.
Questo Netanyahu lo ha capito perfettamente. Non a caso continua a ripetere che, finché esisterà Israele, non ci sarà spazio per uno Stato palestinese, ammesso che un giorno riesca davvero a nascere.
È la traduzione politica, nuda e semplice, di tutto questo incubo demografico.
Piero Terracina

Lascia un commento