Sarà anche poco salubre nutrire nostalgia per la Prima Repubblica, come sostiene Angelo Panebianco, ma è molto peggio continuare a credere che la Seconda sia quella che si è sognato che fosse, e ancor di più è immaginare che sia in qualche modo “riformabile”. A parte il fatto che come ha scritto lo stesso Panebianco, i primi 45 anni della nostra Repubblica non sono un’unica stagione politica, ma si articolano in momenti diversi, che distribuiscono in modo diseguale luci e ombre, e dunque quando si parla di rimpianti si dovrebbe distinguere. Ma al di là di tutto, sarebbe davvero ingeneroso crocifiggere la Prima Repubblica, specie se questa denigrazione postuma che rimane inchiodata alle parole d’ordine del 1992-94 fa perdere di vista il giudizio sulla Seconda e pretende, volente o nolente che sia, di attribuire meno demeriti alla stagione che stiamo vivendo rispetto a quella passata. La Seconda Repubblica è finita e oggi stiamo vivendo le ultime battute di una stagione fallimentare, e quando ci decideremo a fare il consuntivo, non potremo che arrivare alla conclusione che la Prima sia sta nel suo complesso infinitamente migliore della Seconda.
Tuttavia su una cosa Panebianco ha ragione: è inutile stare con lo sguardo rivolto all’indietro, non è produttivo. Al contrario, bisogna guardare avanti e semmai pensare a come passare, presto e bene, alla Terza Repubblica. Ecco dove gli intellettuali – razza in estinzione, nota giustamente Pierluigi Battista – dovrebbero dare il loro contributo: indicare la strada per un passaggio meno opaco e fragile di quello di 18 anni fa. Abbiamo suggerito l’Assemblea Costituente come luogo dove riscrivere le regole e definire un sistema politico all’altezza della sfida – tremenda – che abbiamo dinnanzi, e cioè reinventarci noi e reinventare l’Europa dopo la più grande e profonda crisi che mai ci sia stata dal dopoguerra in poi. Conosciamo le difficoltà e persino i pericoli di questa opzione, ma la considero ugualmente la più utile. Tuttavia, altri dicano altro. Ma tutti insieme cerchiamo di spostare il dibattito in avanti, sul progetto di paese e di Europa che pensiamo sia opportuno adottare.
Non è dato sapere, ovviamente, come andranno a finire le elezioni regionali, specie dopo una campagna elettorale demenziale come questa. Ma una cosa è certa: subito dopo ci sarà una generale resa dei conti, i cui prodromi sono ben visibili fin da ora. E questo, considerato che nei prossimi tre anni non ci sarà più alcun appuntamento elettorale a fungere da momento catartico, si potrebbe tradurre in una fine anticipata della legislatura e con essa della Seconda Repubblica. Un passaggio che non è difficile pronosticare “sanguinoso”, e che per questo sarebbe bene fosse il più possibile breve. Ma per esserlo, breve, occorre che già ci sia idea di cosa debba esserci “dopo”. In caso contrario, il risultato sarà una transizione maledettamente lunga e tale da lasciare il paese in mutande più di quanto già non sia.
Finora si sono viste solo grandi e piccole manovre “distruttive”, niente di costruttivo. Bisogna invece creare luoghi e momenti di riflessione, di analisi e di proposta su “come uscirne”. E dobbiamo farlo prima che l’incendio che metterà fine in via definitiva alla Seconda Repubblica divampi così tanto da annullare ogni margine di manovra. Perché non sappiamo se, come sostiene Geronimo – alias Paolo Cirino Pomicino –, ci sia dietro l’angolo un pericolo autoritario. Forse bisognerebbe temere maggiormente una situazione farsesca, stile repubblica delle banane. Ma in tutti i casi è chiaro che senza un exit strategy, come si usa dire adesso, il paese rischia davvero molto. Insomma, dopo aver detto che la peggior cosa che ha fatto la Prima Repubblica è averci dato la Seconda, non vorremmo trovarci a dover sostenere che la peggior cosa che ha fatto la Seconda è darci la Terza.
Da Terza Repubblica ( giornale on line di Società Aperta )

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