
Una volta la politica entrava nelle piazze. Oggi entra nelle liturgie. Non perché sia diventata più religiosa, ma perché è diventata più affamata di consenso. Le polemiche di questi giorni sulla presenza di esponenti politici alla cerimonia per la nomina dei nuovi vescovi offrono uno spunto che va ben oltre la cronaca.
Più del comportamento dei singoli interessa la logica che sembra guidarlo. Una logica che non riguarda un episodio isolato, ma racconta una trasformazione più profonda della politica contemporanea. La politica, oggi, tende a occupare ogni spazio disponibile. Non esistono quasi più luoghi sottratti alla competizione per il consenso.
Una manifestazione sportiva, un festival, una tragedia, una ricorrenza civile, una celebrazione religiosa: tutto può diventare occasione di comunicazione politica, purché permetta di parlare a una comunità, a un’identità, a un pezzo di elettorato. Non è un fenomeno nuovo. Nuovo è, semmai, il suo carattere sistematico. I partiti sembrano sempre meno impegnati a costruire culture politiche e sempre più orientati a presidiare segmenti della società. L’obiettivo non è tanto proporre una visione del Paese quanto mettere insieme, pazientemente, i tasselli necessari a costruire una maggioranza. È la politica delle appartenenze.
Ogni gruppo sociale diventa un bacino elettorale, ogni simbolo un linguaggio di riconoscimento, ogni identità una possibilità di intercettare consenso. In questa prospettiva anche la religione rischia di essere interpretata non per il suo significato spirituale, ma per il suo valore identitario. Sarebbe un errore leggere tutto questo come un problema riconducibile a una sola parte politica. Cambiano gli attori, ma il copione resta sostanzialmente lo stesso. C’è chi cerca consenso nel mondo ambientalista, chi nelle categorie produttive, chi nelle periferie urbane, chi nell’associazionismo, chi nell’universo cattolico tradizionalista.
Ognuno presidia il proprio terreno. Nessun voto può essere considerato marginale. È una strategia comprensibile. In una democrazia il consenso è la condizione stessa dell’azione politica. Diventa però un problema quando la sua ricerca finisce per trasformarsi nell’unico criterio delle scelte. Perché allora tutto il resto arretra: la coerenza, la credibilità, perfino il rispetto dell’autonomia dei luoghi e delle istituzioni. Anche la Chiesa corre questo rischio. Non quello di essere coinvolta direttamente nella competizione politica, ma di essere osservata soprattutto attraverso la lente del suo peso elettorale. La liturgia diventa uno sfondo comunicativo, le dinamiche interne al mondo cattolico un’occasione di posizionamento, la fede un segno identitario da esibire più che un patrimonio culturale e spirituale da comprendere.
Forse questa strategia produce consenso. Saranno i sondaggi e le urne a dirlo. Ma la questione decisiva è un’altra. Se ogni esperienza collettiva viene trasformata in occasione di competizione politica, allora nessuno spazio conserva davvero la propria autonomia. Tutto viene ricondotto alla logica dell’utilità elettorale. La saggezza popolare lo aveva intuito da tempo: in politica, ormai, tutto fa brodo. Ma un Paese non si governa accumulando occasioni, simboli e appartenenze. Si governa elaborando idee, offrendo una visione, assumendo responsabilità.
Quando la politica vuole essere dappertutto, finisce per non abitare più il luogo che le è proprio: quello delle idee.”
Angelo Santoro

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