
C’è un’Italia che non compare nei convegni sulla sanità del futuro, nelle presentazioni in PowerPoint o nelle conferenze stampa che celebrano l’ennesima riforma. È l’Italia degli anziani, delle pensioni minime, dei piccoli comuni e dei quartieri popolari.
L’Italia che non chiede l’intelligenza artificiale applicata alla medicina, ma semplicemente un medico da chiamare quando sta male. Per decenni il medico di famiglia è stato il pilastro silenzioso del nostro sistema sanitario. Non era soltanto un professionista. Era un punto di riferimento. Conosceva i pazienti, le loro fragilità, le loro storie cliniche e spesso anche le loro difficoltà economiche e familiari. Era il volto umano della sanità pubblica. Oggi quel modello viene progressivamente smantellato in nome di una modernizzazione che rischia di trasformarsi in una gigantesca operazione burocratica.
Le Case di Comunità vengono presentate come la soluzione a tutti i problemi, ma la domanda resta inevasa: chi sostituirà il rapporto diretto tra il cittadino e il suo medico? La verità è che si sta confondendo l’organizzazione con l’assistenza. Si costruiscono contenitori mentre mancano i contenuti. Si inaugurano strutture mentre diminuiscono i medici. Si promettono servizi digitali a una popolazione composta in larga parte da persone che spesso faticano persino a prenotare una visita online. La politica parla di innovazione, ma molti cittadini sperimentano soltanto una crescente distanza. Non si tratta di essere contrari al progresso.
Nessuno rimpiange i tempi delle cartelle scritte a mano o delle telefonate fatte dal centralino del paese. Il problema nasce quando la tecnologia diventa un fine anziché uno strumento. Quando la vicinanza viene sacrificata sull’altare della centralizzazione. Quando si pretende che un algoritmo o una piattaforma possano sostituire la conoscenza personale costruita in anni di rapporto tra medico e paziente. Nel frattempo migliaia di cittadini restano senza medico di base. Intere aree del Paese soffrono una carenza cronica di professionisti. E mentre il problema diventa emergenza, il dibattito pubblico sembra concentrarsi più sugli edifici che sulle persone.
La stessa politica che si è progressivamente allontanata dai territori sembra non comprendere più il valore della prossimità. È accaduto con i parlamentari, sempre meno legati alle comunità che rappresentano. Sta accadendo con i medici di famiglia, sempre più sostituiti da modelli impersonali e centralizzati. Eppure la democrazia e la sanità funzionano allo stesso modo: hanno bisogno di presenza, conoscenza diretta e fiducia. I vecchi medici condotti, espressione che oggi fa sorridere qualche tecnocrate, godevano di un prestigio che non derivava dal reddito o dalla carriera. Erano rispettati perché erano utili. Erano conosciuti perché erano presenti.
Erano autorevoli perché rispondevano ai bisogni reali delle persone. Forse è arrivato il momento di chiedersi se il vero progresso consista nel moltiplicare le strutture o nel rafforzare ciò che ha funzionato per decenni. Perché una sanità che perde il contatto umano rischia di perdere anche la propria ragione d’essere. La politica continua a parlare di cittadini. Sarebbe opportuno che ricominciasse ad ascoltarli. Scoprirebbe che molti non chiedono nuove sigle, nuovi progetti o nuovi edifici. Chiedono qualcosa di molto più semplice: un medico che li conosca, li ascolti e sia raggiungibile quando ne hanno bisogno. In altre parole, chiedono una sanità che torni a essere vicina alle persone invece di costringerle a rincorrerla.
Angelo Santoro

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