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La politica estera dell’India a un bivio: escalation con il Pakistan, nuova diplomazia economica e connettività strategica 

di Nicola Missaglia. La primavera del 2025 segna un momento cruciale per l’India e per il suo ruolo sulla scena internazionale. Tra le gravissime tensioni con il Pakistan – sfociate in un’escalation militare senza precedenti dagli anni Settanta – e l’accelerazione impressa a un’ambiziosa rete di negoziati commerciali e progetti infrastrutturali strategici, Nuova Delhi si colloca sempre più al centro delle dinamiche geopolitiche globali. Gestendo simultaneamente la pressione del confronto militare e l’urgenza di consolidare la propria ascesa economica in un contesto globale segnato da frammentazione, regionalismi e strategie di de-risking, l’India appare oggi a un punto di svolta della propria politica estera e della propria proiezione internazionale.

di Istituto Ispi | 11 Giugno 2025
May 7, 2025, Siliguri, West Bengal, India: Supporters of Bangiya Hindu Mahamanch waves Indian flag as they celebrate and burst firecrackers for the missile strikes in terrorist camps overnight in Kashmir area in Siliguri. (Credit Image: © Diptendu Dutta/ZUMA Press Wire)

di Nicola Missaglia

La primavera del 2025 segna un momento cruciale per l’India e per il suo ruolo sulla scena internazionale. Tra le gravissime tensioni con il Pakistan – sfociate in un’escalation militare senza precedenti dagli anni Settanta – e l’accelerazione impressa a un’ambiziosa rete di negoziati commerciali e progetti infrastrutturali strategici, Nuova Delhi si colloca sempre più al centro delle dinamiche geopolitiche globali. Gestendo simultaneamente la pressione del confronto militare e l’urgenza di consolidare la propria ascesa economica in un contesto globale segnato da frammentazione, regionalismi e strategie di de-risking, l’India appare oggi a un punto di svolta della propria politica estera e della propria proiezione internazionale. 

La crisi del Kashmir e l’escalation India-Pakistan 

Il 22 aprile un attacco terroristico ha colpito la località turistica di Pahalgam, nella zona del Kashmir conteso che è amministrata dall’India, provocando la morte di 26 civili, in gran parte turisti induisti.169 Si è trattato dell’attentato più grave sul suolo indiano dagli attacchi di Mumbai del 2008 e ha rappresentato un’inquietante evoluzione: per la prima volta da anni, l’attacco non ha preso di mira obiettivi militari, ma è stato rivolto contro un gruppo di civili identificati per la loro appartenenza religiosa. La responsabilità è stata inizialmente rivendicata dal gruppo “The resistance front” (Trf), legato a Lashkar-e-Taiba (Let, il gruppo responsabile degli attacchi di Mumbai), che insieme a Jaish-e-Muhammad (Jem) e Hizb-ul-Mujaheddin è una delle principali organizzazioni terroristiche di ispirazione islamista radicale operative nella regione e basate in Pakistan. Nei giorni seguenti la rivendicazione di Trf è stata smentita, ma Nuova Delhi ha comunque ritenuto Islamabad indirettamente responsabile dell’attentato.170 Da decenni l’India accusa il Pakistan di offrire sostegno e copertura logistica ai gruppi armati attivi nella regione con l’obiettivo di alimentare l’instabilità e i movimenti separatisti nel Kashmir indiano.171 

La ritorsione indiana non si è fatta attendere. Dapprima, le autorità di Nuova Delhi hanno implementato una serie di azioni diplomatiche nei confronti del Pakistan. Tra queste, l’espulsione del personale diplomatico di Islamabad, il blocco dei visti, la chiusura dello spazio aereo indiano ai velivoli pakistani, e soprattutto l’inedita sospensione del Trattato delle acque dell’Indo che dal 1960 regola l’utilizzo e la distribuzione dell’acqua del fiume tra i due paesi: dall’Indo, la cui sorgente si trova in territorio indiano, dipenda oltre il 70% dell’agricoltura del Pakistan e una interruzione o una deviazione del corso d’acqua – a oggi pressoché impossibile dal momento che richiederebbe un’infrastruttura per il momento inesistente – potrebbe mettere in ginocchio il paese, la cui economia è prevalentemente agricola. Non è un caso che Islamabad abbia immediatamente dichiarato che avrebbe considerato l’interruzione dell’afflusso d’acqua come un atto di guerra. A oggi, il Trattato rimane sospeso nonostante tra i due paesi sia stato siglato un cessate il fuoco.172  

Nella notte tra il 6 e il 7 maggio l’esercito indiano ha lanciato l’operazione militare “Sindoor”: la scelta del nome è simbolica, in quanto si riferisce al nome del vermiglio che orna i capelli delle donne hindu sposate come segno della loro devozione, a rimarcare il fatto che nell’attentato di Pahalgam sono stati colpiti solo uomini e tutti, salvo uno, di fede induista. Secondo diverse fonti, nell’operazione sarebbero stati impiegati droni, missili supersonici BrahMos PJ-10, missili cruise Scalp-EG e bombe teleguidate Aasm-hammer in dotazione dell’aviazione indiana.173 Secondo fonti indiane, sarebbero stati nove gli obiettivi colpiti, situati sia nel Kashmir controllato dal Pakistan che – anche questa una dimensione inedita di questa escalation – nel Punjab pakistano, ovvero nell’entroterra avanzato del paese. Secondo fonti governative indiane, sarebbero state colpite infrastrutture utilizzate da gruppi terroristici, con l’eliminazione di circa 100 militanti, tra cui almeno cinque leader delle organizzazioni Let e Jem.174 Immagini satellitari successivamente diffuse hanno confermato danni a infrastrutture sensibili.175 

La reazione pachistana all’operazione Sindoor è stata immediata: attacchi con droni e missili hanno preso di mira basi militari indiane a Jammu, Pathankot e Udhampur. Nonostante le difese indiane abbiano intercettato gran parte dei proiettili, diversi impianti sarebbero stati danneggiati e cinque militari indiani sono rimasti uccisi. Islamabad ha inoltre dichiarato di aver abbattuto alcuni aerei Rafale e Mirage in dotazione della Indian air force (Iaf).176 Nei due giorni successivi lo scontro ha raggiunto livelli che non si vedevano dalla guerra del 1971 tra Pakistan orientale e occidentale, quando l’India intervenne a sostegno del Pakistan orientale, che sarebbe poi diventato il Bangladesh, nella guerra di secessione dal Pakistan occidentale. Gli attacchi, questa volta, hanno coinvolto obiettivi strategici in profondità nei rispettivi territori, superando la consueta dinamica delle schermaglie lungo la Linea di controllo (Line of control, Loc) definita dall’Organizzazione delle nazioni unite nel 1972 per stabilire un confine nelle zone del Kashmir conteste dai due paesi.177  

Fig. 7 – Mappa dei principali scontri tra Cina e Pakistan dal 22 aprile 2025 

La comunità internazionale ha seguito con allarme l’evolversi della crisi.178 La possibilità concreta che due potenze nucleari entrassero in guerra ha indotto un’azione diplomatica immediata. Gli Stati Uniti (Usa) hanno assunto un ruolo guida:179 delegati dal presidente Donald Trump, il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, hanno condotto negoziati intensivi con entrambe le parti. Anche Onu, paesi del Golfo, Russia e Cina – quest’ultima confinante sia con il Pakistan che con l’India, con la quale tra l’altro intrattiene una disputa territoriale relativa all’estremità orientale del Kashmir, l’Aksai Chin, che Pechino amministra dal 1959 – hanno esercitato forti pressioni per una de-escalation.180 Il 10 maggio il presidente Trump ha annunciato sul social Truth che i due paesi avevano raggiunto un cessate il fuoco grazie alla mediazione di Washington. L’annuncio è stato poi confermato sia da Nuova Delhi che da Islamabad: entrambe le nazioni hanno rivendicato la vittoria, e nonostante l’accusa reciproca di aver violato il cessate il fuoco nei giorni successivi, per il momento la situazione appare stabile. Oltre al ruolo di Washington nella mediazione, non deve passare inosservato il ruolo decisivo che in questa crisi di portata potenzialmente globale hanno svolto potenze “medie” come l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti, con cui sia l’India che il Pakistan intrattengono intense relazioni politiche e commerciali.181  

La crisi ha messo in evidenza l’irrisolto contenzioso sul Kashmir, retaggio della partizione del 1947 tra India e Pakistan. Sebbene la Loc sia stata di fatto formalizzata con l’Accordo di Simla del 1972, le tensioni restano elevate e soggette a riaccendersi in presenza di episodi violenti o provocazioni. Inoltre, la deterrenza nucleare non ha impedito un’escalation potenzialmente catastrofica: in un contesto segnato da un’instabilità diffusa, da una militarizzazione del territorio portata quasi all’eccesso (si stima la presenza di 500-800 mila soldati indiani nel solo Kashmir indiano), dalla presenza di gruppi armati, nonché da un risentimento radicato nei confronti delle istituzioni e dall’inasprimento delle retoriche nazionaliste dei paesi confinanti, il rischio che la crisi del Kashmir possa aggravarsi resta estremamente concreto. Alla luce del cessate il fuoco raggiunto in pochi giorni, è tuttavia possibile affermare che, nonostante l’escalation sia stata più grave del solito, entrambi i paesi coinvolti si siano dimostrati in grado di calibrare la propria azione diplomatica e militare al fine di evitare di alimentare un conflitto su larga scala, consapevoli delle potenziali gravissime ricadute economiche e geopolitiche. Nonostante la fermezza dell’operazione Sindoor, in particolare il governo di Narendra Modi ha dichiarato fin dall’inizio che avrebbe perseguito una strategia di ritorsioni mirate volte a colpire il terrorismo e al contempo a evitare una escalation, consapevole che una guerra con il Pakistan comprometterebbe non solo la stabilità interna e regionale, ma anche gli obiettivi strategici di sviluppo economico e di ascesa geopolitica che per l’India sono oggi la priorità. 

Il modo in cui la crisi è stata contenuta è rappresentativo del punto di svolta a cui si trova l’India sulla scena internazionale: la risolutezza con cui gli Stati Uniti hanno offerto la propria mediazione segnala da un lato la crescente rilevanza indiana nei dossier globali – con l’India come attore fondamentale nella regione dell’Indo-Pacifico e partner necessario nelle strategie di de-risking e di contenimento nei confronti di Pechino –, dall’altro i limiti strutturali ancora presenti nella capacità autonoma di gestione regionale. In un contesto internazionale sempre più frammentato, l’India appare però sempre più come un attore capace di muoversi su più livelli, bilanciando assertività militare e diplomazia multilaterale. 

La nuova proiezione commerciale dell’India: diversificazione e nuovi partenariati 

Nel nuovo contesto globale, segnato da tensioni commerciali, instabilità geopolitica e strategie di de-risking, l’India ha accelerato la propria trasformazione economico-diplomatica. La tradizionale cautela indiana verso gli accordi vincolanti sembra lasciare oggi spazio a una strategia più dinamica e proattiva. 

Il 6 maggio è stato siglato l’accordo di libero scambio tra India e Regno Unito.182 Si tratta dell’intesa commerciale più ampia firmata da Londra dall’uscita dall’Unione Europea (UE). L’accordo prevede la graduale eliminazione dei dazi su oltre il 90% delle esportazioni britanniche (tra cui whisky, macchinari, dispositivi medici) e il 99% delle esportazioni indiane verso il Regno Unito (tessile, gioielleria, agroalimentare). Sono previste inoltre agevolazioni fiscali per lavoratori indiani e facilitazioni per visti temporanei in settori culturali e professionali. L’intesa potrebbe generare, secondo le stime, fino a $34 miliardi annui di commercio bilaterale entro il 2040. 

Contemporaneamente, Nuova Delhi sta negoziando un accordo con gli Usa.183 Il governo indiano ha proposto una riduzione del proprio differenziale tariffario medio dal 13% a meno del 4%, chiedendo in cambio garanzie sui dazi futuri e l’accesso preferenziale a mercati strategici (energia, semiconduttori, farmaceutica, agroalimentare). I negoziati, guidati dal ministro del Commercio e dell’Industria Piyush Goyal, al momento proseguono. L’obiettivo comune è quello di raddoppiare l’interscambio commerciale tra i due paesi, portandolo a $500 miliardi entro il 2030. Inoltre, il governo di Modi spera naturalmente che un accordo di questo tipo possa mettere l’India al riparo dalle politiche commerciali introdotte o minacciate dalla nuova amministrazione Usa. 

Anche con l’UE i negoziati sono entrati in una fase cruciale.184 L’undicesimo round di colloqui, conclusosi il 16 maggio a Nuova Delhi, sembra aver posto le basi per finalizzare un accordo entro l’anno. Dopo anni di trattative segnate da difficoltà su agricoltura, farmaceutica e veicoli, India e UE stanno ora accelerando per chiudere quello che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito “il più grande accordo di questo tipo al mondo”. Tra i punti chiave figurano l’accesso a beni e servizi, le indicazioni geografiche e anche le misure climatiche europee (come il Cbam), che l’India considera potenzialmente discriminatorie specie nei settori dell’acciaio, dell’alluminio e del cemento. Restano in discussione anche i dazi elevati imposti dall’India su auto e alcolici europei, così come la richiesta di Nuova Delhi di maggiore accesso per i propri farmaci, tessili e lavoratori qualificati nel mercato europeo. In caso di successo, si tratterebbe del primo accordo globale tra India e un blocco commerciale multilaterale di questa portata, con potenziali benefici significativi per entrambe le economie, in particolare nei settori dei semiconduttori, delle tecnologie pulite e dell’intelligenza artificiale. L’accelerazione dei negoziati tra India e UE si inserisce in un contesto di crescente incertezza legata alle politiche commerciali della nuova amministrazione statunitense.185 L’alternanza tra imposizione e sospensione di dazi doganali – che colpiscono non solo i competitor, ma anche i principali partner economici di Washington – ha spinto entrambe le parti a cercare strategie alternative. In questo scenario, rafforzare le partnership e diversificare le relazioni commerciali diventa cruciale per aumentare la resilienza di fronte ai potenziali shock economici generati dall’approccio della nuova amministrazione americana al commercio globale.186 

La nuova postura indiana mira non solo a rafforzare la propria autonomia strategica e a sostenere la propria crescita economica dei prossimi anni con una maggiore apertura agli investimenti e agli scambi commerciali con l’estero,187 ma soprattutto a posizionarsi come fulcro produttivo alternativo alla Cina nella ridefinizione delle catene globali del valore. Le strategie industriali di diversificazione note come “China + 1” trovano così nell’India un partner privilegiato per via della concreta attuazione da parte di Nuova Delhi di una diplomazia economica più attiva, orientata al multilateralismo e alla resilienza, ma soprattutto a fare dell’India e del suo mercato interno in espansione una destinazione attraente per diversificare le catene di approvvigionamento.188 

Per sostenere questa ambizione, negli ultimi anni l’India ha implementato iniziative come il programma “Make in India” e gli schemi di incentivi legati alla produzione (Production linked incentives, Pli), che mirano ad attrarre investimenti esteri e a potenziare la capacità manifatturiera nazionale in settori strategici quali elettronica, veicoli elettrici e farmaceutica.189 Inoltre, Nuova Delhi mira a rafforzare la propria posizione strategica attraverso la partecipazione a iniziative multilaterali come la Supply chain resilience initiative (Scri)190 con Giappone e Australia, e l’India-Middle East-Europe economic corridor (Imec), volte a sviluppare la connettività tra diverse regioni e a promuovere catene di approvvigionamento resilienti, incardinate sulla centralità del Subcontinente nelle rotte e nelle relazioni economico-commerciali tra oriente e occidente. Queste strategie, insieme alla conclusione di nuovi accordi commerciali e alla graduale riduzione delle barriere tariffarie, contribuiscono a posizionare l’India come un partner sempre più indispensabile e proattivo nell’attuale panorama geoeconomico globale.191  

Imec: la connettività strategica avvicina l’India all’Europa 

L’India-Middle East-Europe economic corridor (Imec) si sta affermando come una delle più ambiziose iniziative strategiche al centro della politica estera indiana. Presentato nel settembre 2023 durante il G20, il progetto mira a collegare l’India all’Europa attraverso una rete multimodale di infrastrutture logistiche, energetiche e digitali che attraversano la penisola Arabica e il Mediterraneo orientale. L’obiettivo è costruire un’alternativa sostenibile e sicura alle rotte commerciali dominate dalla Cina, a partire dalla Belt and road initiative (Bri), e offrire nuove opportunità di integrazione tra Asia, Medio Oriente ed Europa. 

La tratta orientale del corridoio, che connette l’India ai paesi del Golfo, è già in fase avanzata grazie all’impegno di partner chiave come gli Emirati arabi uniti e l’Arabia Saudita. Imec è visto da Nuova Delhi come un vettore di cooperazione energetica (anche sull’idrogeno verde), digitalizzazione e logistica avanzata. Secondo le stime ufficiali, il corridoio potrebbe ridurre i tempi di trasporto tra India ed Europa del 40% e i costi fino al 30%.192 

La tratta occidentale, che dovrebbe unire il Golfo ai porti del Mediterraneo, è invece meno sviluppata. In Europa è in corso una competizione tra Francia, Italia e Grecia (che pure non è tra i paesi firmatari dell’iniziativa) per diventare il punto di approdo finale del corridoio.193 Parigi propone il porto di Marsiglia, Atene punta su Salonicco e il Pireo, mentre Roma ha ufficialmente candidato il porto di Trieste, confermando il proprio interesse a svolgere un ruolo centrale nell’iniziativa con la recente nomina di un inviato speciale per Imec, decisiva per la promozione del ruolo italiano nel progetto.194 Trieste gode di un’integrazione logistica consolidata con Europa centrale e orientale, che la rende particolarmente competitiva. 

Non mancano, tuttavia, ostacoli di tipo normativo e commerciale. La mancanza di accordi di libero scambio tra India e alcuni paesi chiave lungo il tracciato potrebbe ridurre l’efficacia del progetto. In questo senso, il potenziale accordo di libero scambio che UE e India stanno negoziando con maggiore risolutezza rispetto al passato potrebbe sicuramente rappresentare una chiave di volta anche per un’accelerazione nello sviluppo di Imec. A maggior ragione alla luce del fatto che il governo indiano, considerando Imec una leva strategica per la diversificazione delle rotte, ha ribadito la volontà di proseguire il rafforzamento delle catene di approvvigionamento e l’espansione dell’influenza indiana verso ovest. 

Per l’Europa, Imec rappresenta un’occasione per rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo, investire in infrastrutture tecnologiche (inclusi i cavi digitali sottomarini) e consolidare relazioni economiche con attori chiave dell’Indo-Pacifico. Tuttavia, senza una visione unitaria e un coordinamento efficace, il rischio è quello di perdere un’occasione storica a vantaggio di altri attori globali.195 

Sul piano interno, Nuova Delhi spera che Imec possa promuovere lo sviluppo industriale in stati come Gujarat e Maharashtra, generando opportunità occupazionali in settori quali logistica, infrastrutture e tecnologia dell’informazione. Sul piano internazionale, invece, per l’India il corridoio incarna i tratti salienti di una nuova proiezione strategica: autonomia, cooperazione trilaterale e presenza in un’Asia connessa ma multipolare.196 Quella che appare profilarsi con Imec, e con l’apertura di Nuova Delhi a nuovi accordi e partnership commerciali, è una postura inedita per il Subcontinente, che stimolando proattivamente nuove iniziative economiche multilaterali e facendosi promotrice di accordi e infrastrutture strategiche inter-regionali cerca di affermarsi come attore chiave nell’economia globale. 

Nicola Missaglia

(da Ispionline.it)

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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