
Il politico del territorio, quello eletto nel collegio sotto casa non è che avesse una vista d’aquila, un udito da pipistrello e parlasse come la Treccani. Aveva però una qualità oggi diventata merce rara: conosceva il territorio e soprattutto sapeva che prima o poi avrebbe dovuto tornarci. Aveva quella sensibilità accompagnata da quel sano opportunismo che obtorto collo lo costringeva ad ascoltare, promettere e qualche volta persino mantenere la parola. Sapeva infatti che se non l’avesse fatto gli elettori gli avrebbero fischiato sotto casa. E se si fosse rifugiato a Roma prima o poi qualcuno avrebbe trovato il modo di ricordargli le promesse non mantenute. Peggio ancora: la sua poca serietà sarebbe stata rinfacciata alla famiglia, al bar, al circolo, al mercato. Insomma la politica aveva ancora un luogo fisico nel quale rendere conto delle proprie azioni. Poi è arrivata la politica moderna, quella che ha trasformato il parlamentare in un soldatino agli ordini del generale di turno. Con l’avvento del finto premierato inventato dal Cavaliere non è cambiata soltanto la percezione della politica: è cambiato il rapporto tra eletto ed elettore. Gli ufficiali dell’esercito politico hanno cominciato a essere scelti dai generali. Ergo dai segretari dei partiti. E questo accade ancora oggi. Perché se non ti mettono in lista puoi anche essere il miglior politico del mondo ma resti a casa. L’unica alternativa è fare un partito tutto tuo come ha fatto Berlusconi. Un’operazione che evidentemente ha fatto scuola. Ora il Centrodestra seguendo quell’esempio ha voluto affinare ulteriormente la legge elettorale introducendo cambiamenti destinati a rendere i partiti ancora più monolitici e autoreferenziali. E la cosa checché se ne dica fa comodo anche ai big del Centrosinistra. Perché quando il sistema è costruito per premiare i grandi partiti i piccoli diventano fastidiosi, ingombranti, talvolta persino inutili. Un modo come un altro per scrollarsi di dosso quei movimenti più piccoli che nel bene e nel male hanno custodito una tradizione liberale che oggi nel mondo sembra essere diventata una specie in via di estinzione. Basta guardarsi intorno. Putin, Xi Jinping e in ultimo e inaspettatamente Trump hanno dato ciascuno a modo loro una spinta a un Occidente che continua a definirsi democratico mentre di democrazia, almeno nel senso più nobile della parola, sembra essere rimasto sempre meno. Non so come andrà a finire. E francamente credo che non lo sappia nessuno. Ma un’indicazione di ciò che ci aspetta nei prossimi cinque anni l’avremo già nei mesi a venire quando Italia, Francia e Spagna vedranno una nuova orda di politici parlare dagli scranni dei rispettivi parlamenti sparando sciocchezze portate al cubo. E qui sta il punto. La politica non sembra più avere bisogno di convincere nessuno. Le basta dividere. Non deve più parlare all’elettore che non la pensa come lei: deve parlare a quello che la pensa esattamente come lei. Il consenso non si conquista più necessariamente con le idee, con i programmi o con la capacità di amministrare. Si conquista con una frase ad effetto, una provocazione, un nemico da indicare e possibilmente una telecamera accesa. Così il parlamentare non ha più bisogno di conoscere il territorio. Non deve necessariamente frequentare il mercato, il bar, la piazza, il circolo. Non deve conoscere il nome di chi gli chiede una strada migliore, un ospedale che funzioni o un treno che arrivi in orario. Gli basta conoscere l’algoritmo. Una dichiarazione al mattino, una polemica sui social a mezzogiorno, un passaggio in televisione la sera. E la giornata è fatta. Il problema è che in questo modo la politica rischia di diventare una gigantesca macchina che produce rumore e consuma attenzione ma non necessariamente produce soluzioni. L’elettore intanto è rimasto dall’altra parte. Guarda, ascolta, si arrabbia e sempre più spesso non crede più a nessuno. E quando la realtà presenta il conto c’è sempre un colpevole pronto all’uso: l’Europa, i migranti, la sinistra, la destra, i giudici, i giornali, Bruxelles, i poteri forti o più semplicemente quelli che c’erano prima. L’importante è non fermarsi mai a spiegare perché una promessa non è stata mantenuta. Un’apericena dei contenuti ce la sta offrendo in Italia Vannacci tanto per tornare alla politica nostrana. Una politica che ormai sembra aver sviluppato tre straordinarie capacità: non vedere ciò che accade, non ascoltare ciò che le viene detto e parlare, parlare, parlare. A vanvera. E forse il paradosso è proprio questo: la politica non ha mai avuto tanti strumenti per ascoltare i cittadini come oggi. Social network, sondaggi, televisioni, piattaforme digitali, messaggi istantanei. Può sapere in tempo reale cosa pensa un Paese. Eppure sembra ascoltarlo meno di prima. Perché ascoltare davvero significa anche rischiare di cambiare idea. E cambiare idea nella politica di oggi sembra essere diventato un peccato imperdonabile. Meglio avere sempre ragione. Anche quando si ha torto. Meglio parlare più forte. Anche quando non si ha nulla da dire. E soprattutto meglio non guardare troppo lontano. Perché potrebbe capitare di vedere quello che gli elettori prima o poi potrebbero chiedere di spiegare. E allora sì che tornerebbe utile avere una vista d’aquila, un udito finissimo e magari qualcosa di intelligente da dire.
Angelo Santoro

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