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La paura occidentale del futuro
LA MALATTIA SENILE DEL CAPITALISMO

Mettiamo da parte il populismo e impariamo a gestire la globalizzazione con strumenti nuovi. Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 8 Febbraio 2009

Protezionismo? Malattia senile del capitalismo. Credevamo di averle viste veramente tutte in questi mesi da cardiopalma: dalla scomparsa di Lehman, alla nazionalizzazione delle banche e delle auto Usa, a una Casa Bianca che ormai parla con accenti comunisti contro top manager e finanzieri. Mancavano solo le tentazioni autarchiche: et voilà.

Il caso più eclatante arriva proprio dagli Usa con il piano Obama, che non passerà tanto alla storia per le sue dimensioni (che comunque crescono ogni giorno) quanto per aver riportato ufficialmente in auge accenti nazionalistici ottocenteschi che credevamo dimenticati per sempre, con la ormai celebre clausola “buy american”. Una clausola che prevede non solo che per le colossali opere pubbliche dovrà essere utilizzato solo acciaio prodotto in America, ma anche, per esempio, che tutte le uniformi degli enti pubblici dovranno essere prodotte sul territorio nazionale. Ed ha già scatenato la protesta dell’Unione europea e dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), le quali hanno già ottenuto una prima vittoria. Ieri, infatti, Obama ha fatto marcia indietro, facendo votare un emendamento che la renderà inapplicabile se in contrasto con gli obblighi internazionali degli Usa. Tradotto, significa che non potrà contrastare né con gli accordi bilaterali con gli altri Paesi (in primo luogo la Cina) né tantomeno con i patti multilaterali su cui veglia la stessa Wto.

Un dietrofront che segnala un ulteriore passo falso della nuova Amministrazione. Dopo il mancato raggiungimento di un’intesa bipartisan sullo stesso piano di “stimulus”, dopo il clamoroso autogol sulla nomina (poi ritirata) del ministro della Sanità Daschle inguaiato in una vicenda di frode fiscale, dopo le sparate del Segretario al Commercio Geithner sulla Cina, adesso arriva un altro svarione, in soli quindici giorni.

Ma a parte i seri problemi politici di una presidenza su cui forse si sono proiettate troppe aspettative, la vicenda del “buy american” ha generato un paradosso che la dice lunga sullo “stato di salute” della globalizzazione, e cioè la reazione dei gruppi siderurgici americani. I quali, invece che festeggiare, come ci si sarebbe aspettato, sono in prima fila a fare lobbying per abolire questa legge. Infatti, dopo aver ampiamente delocalizzato la produzione e dopo aver differenziato negli anni le fonti di approvvigionamento importando ormai il 90% di minerali ferrosi dall’estero per abbattere i costi e difendersi dalle fluttuazioni valutarie, oggi, se fosse applicata la norma nazionalista, rischierebbero semplicemente di chiudere bottega.

Altro paradosso interessante è quello di una Cina che, con il “comunismo al potere”, almeno formalmente, è rimasta l’unica paladina del libero mercato. Lo si è visto a Davos, con il premier Wen Jabao che nel tempio del capitalismo mondiale è stato l’unico a parlare un linguaggio “liberal”, mentre i top manager e gli statisti occidentali mancava poco, quest’anno, che si presentassero in eskimo e col libretto rosso di Mao sottobraccio. Da qui si può tentare una riflessione più ampia: a chiedere il protezionismo, oggi, sono i paesi maturi. Sono quelli che nel Novecento hanno più guadagnato dalla globalizzazione. I “giovani”, invece, i cosiddetti Bric – cioè Brasile, Russia, India e Cina – non si sognano nemmeno di mettere in atto misure del genere (se si esclude qualche scaramuccia tra Cina e India sui giocattoli tossici). E, non a caso, sono i paesi che crescono di più: basta pensare che nel 2007 questo gruppo, che rappresenta solo l’11,5% del pil mondiale, ha raggiunto un ritmo di crescita del 22% (con l’Asia in particolare che rappresenta il 19,1% di pil globale ma cresce del 24,7%). Al contrario i paesi “maturi” (Usa, Giappone, Germania, Francia, Spagna, Uk, Italia, Canada e Paesi Bassi) hanno rappresentato il 62% del pil mondiale ma hanno contribuito solo per il 38% alla crescita della ricchezza. Sono le economie che arrancano, quelle oggi più impegnate nella messa in atto di misure autarchiche.

Non c’è solo il “buy american”: la voglia di protezionismo circola indisturbata per tutto l’Occidente. Dagli scioperi in Gran Bretagna contro i lavoratori stranieri (nella patria del libero mercato) alla Francia schierata più che mai a difesa dei propri campioni nazionali, alla stessa Italia in cui ancora si sta celebrando il mito delle banche nostrane che ci hanno salvato perché “non parlano inglese”.

L’Occidente, insomma, tenta di difendersi dalla crisi cercando di rimuovere il fatto che la globalizzazione, e il commercio internazionale, sono alla base della sua prosperità. Ci si scorda, in particolare, che si è parte di organismi come la Wto e la stessa Unione Europea, che hanno nella libera circolazione dei capitali e delle merci la loro pietra angolare.

Ma, soprattutto, ci si illude di poter abolire la globalizzazione. Senza pensare che la dimensione internazionale dei mercati è ormai una condizione data del sistema economico e che l’opzione nazionale non è semplicemente più praticabile. Il problema vero, se si mettessero da parte per una volta il populismo e la paura del futuro, sarebbe semmai quello di arrivare a gestirla con strumenti nuovi, con un’architettura globale fatta di regole e strumenti più moderni ed efficaci. Per il momento, comunque, a farla da padrone è la paura del futuro. L’Occidente è schierato a difesa delle sue rendite di posizione, contro le invasioni barbariche in arrivo dall’esterno. Contro i giovani che scalpitano ai suoi confini è diventato, ormai, il “pensionato globale”.

Enrico Cisnetto
da Terza Repubblica – giornale on line di Società Aperta

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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