
L’emendamento che salva le liste bloccate conferma una politica che preferisce la fedeltà ai capi al giudizio diretto degli elettori.
C’è una domanda che la politica continua a evitare: perché tanta paura delle preferenze? Se davvero il Parlamento fosse composto dai migliori rappresentanti del Paese, nessuno dovrebbe temere il giudizio diretto degli elettori. E invece, ogni volta che si apre la discussione, prevale la stessa scelta: lasciare ai vertici dei partiti il potere di decidere chi entrerà in Parlamento e chi ne resterà fuori. È esattamente ciò che è accaduto con l’emendamento approvato dalla maggioranza, che ha salvato ancora una volta il sistema delle liste bloccate. Una decisione che va ben oltre un compromesso tecnico. È una precisa idea di politica, nella quale conta più la fedeltà al capo che il consenso conquistato tra i cittadini. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Troppi parlamentari trascorrono cinque anni seduti sugli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama senza aver mai dovuto convincere un solo elettore a scrivere il loro nome sulla scheda. La loro vera competizione non si svolge nelle piazze, nei quartieri o nei territori, ma all’interno dei partiti, dove ciò che conta è ottenere un posto utile in lista. Una volta raggiunto quell’obiettivo, l’elezione diventa spesso una semplice formalità. La politica, però, dovrebbe essere un’altra cosa. Dovrebbe significare conquistare la fiducia delle persone, ascoltare i problemi dei territori, costruire credibilità attraverso il lavoro e i risultati. Dovrebbe significare meritare il voto, non riceverlo per investitura. Noi avevamo chiesto una cosa semplice: restituire ai cittadini, nello spirito della Costituzione, la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Non una rivoluzione, ma il ripristino di un principio elementare della democrazia. Perché se sono gli elettori a decidere chi li rappresenta, il Parlamento diventa più autorevole. Se invece decidono esclusivamente le segreterie dei partiti, il rapporto di responsabilità si sposta dai cittadini ai leader politici. La domanda, allora, è inevitabile. Quanti degli attuali deputati e senatori siederebbero oggi in Parlamento se avessero dovuto conquistare le preferenze degli elettori? È una domanda che attraversa gli schieramenti. È successo al centrodestra, era accaduto con la Lega e prima ancora con il Movimento 5 Stelle. Cambiano le maggioranze, ma il meccanismo resta identico: le grandi vittorie elettorali trascinano in Parlamento anche candidati che, da soli, difficilmente avrebbero raccolto un consenso personale sufficiente. Nel frattempo il Paese continua a reggersi soprattutto sul lavoro di chi ogni giorno produce ricchezza, crea occupazione, amministra bene i territori e si assume responsabilità concrete. Una classe dirigente spesso lontana dai riflettori della politica, che considera l’impegno pubblico un servizio e non una professione da difendere a ogni costo. Il voto con cui la maggioranza è andata sotto proprio sull’emendamento relativo alle preferenze è il segnale di una contraddizione che non può essere ignorata. Da una parte si afferma di voler rafforzare il rapporto tra cittadini e istituzioni; dall’altra si continua a difendere un sistema che quel rapporto lo indebolisce. Provate a osservare i curricula, l’esperienza e il radicamento sul territorio di molti parlamentari. Poi chiedetevi, con sincerità, quanti sarebbero arrivati a Montecitorio o a Palazzo Madama se fosse stato il consenso personale, e non la collocazione in lista, a determinarne l’elezione. È questa la domanda che la politica continua a eludere. Ed è per questo che continueremo a batterci per il ritorno delle preferenze. Perché il Parlamento non dovrebbe essere il luogo in cui si entra grazie alla benevolenza di un capo, ma quello in cui si arriva grazie alla fiducia dei cittadini. Solo restituendo agli elettori il diritto di scegliere sarà possibile rafforzare la qualità della nostra democrazia e ricostruire quel rapporto di responsabilità tra eletti ed elettori che oggi appare sempre più fragile.
Angelo Santoro

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