
di Ennio Ricanelo
politologo e giornalista, nostro corrispondente in Brasile per Pensalibero.it.
SAN PAOLO – A marzo in Argentina viene approvata, dopo un lungo dibattito parlamentare, la cosiddetta riforma del lavoro, o come l’ha definita il governo, la “modernizzazione dei diritti dei lavoratori”. L’intenzione di Milei era accelerare la crescita economica promuovendo la piena occupazione. Sette mesi dopo, la realtà del Paese è molto diversa e l’Argentina è vicinissima alla recessione economica.
Sono molti i motivi che spiegano la situazione attuale sotto il governo argentino. Milei ha vinto proponendo il taglio del debito pubblico e una riforma liberalizzante dello Stato. Nella pratica, il presidente ha tagliato drasticamente i programmi sociali e il valore delle pensioni, trasferendo sul popolo, soprattutto sulle fasce più povere, i costi dello Stato. L’aiuto governativo era fondamentale per mantenere il potere d’acquisto delle famiglie.
Una famiglia povera non riesce a far girare la ruota dell’economia. L’evidente arretramento dell’economia argentina rappresenta un problema per l’ondata di estrema destra in Sudamerica: difendere uno Stato minimo in un Paese che storicamente ha sofferto di un’atroce disuguaglianza sociale significa far precipitare la nazione in un gigantesco abisso di insicurezza alimentare e sociale.
Per Milei, perdere rilevanza nel gioco politico sudamericano significa indebolire il trumpismo a livello regionale. È per questo che, nell’ultima settimana, il presidente argentino ha compiuto il suo quinto viaggio in Nord America in meno di un anno per fare visita a Trump.
È difficile fare previsioni su un possibile aiuto economico all’Argentina da parte del governo degli Stati Uniti. Il ministro dell’Economia, Caputo, si è recato in viaggio per negoziare con il FMI al fine di ottenere nuovi fondi per sostenere le riforme. Il sistema è ormai vicino al collasso.
La sopravvivenza di questo baluardo dell’estrema destra in Sudamerica dipenderà dall’aiuto internazionale per non far affondare il Paese. La “motosega” di Milei ha funzionato soltanto contro la base della piramide, i più bisognosi; davanti ai più potenti, la motosega si è trasformata in una mano generosa, pronta ad accettare tutto e a dire di sì a qualunque cosa.
Dietro la figura del “macho latino” si nasconde un politico debole, un outsider che dipende sempre dall’esistenza di un presunto nemico della patria, che urla costantemente chiedendo la fine della “pacchia”. Senza qualcosa in cui credere, è un semplice agente del caos che lavora per mantenere il disordine perché si nutre del disagio. L’esistenza di uno Stato lucido, efficiente e risolutivo anestetizza il suo discorso incendiario: ecco perché per Milei vale la regola del “tanto peggio, tanto meglio”. La devastazione del dibattito pubblico è il suo unico modo per sopravvivere.
La scelta di ridurre i diritti dei lavoratori ha determinato una crescita dell’informalità, mentre il lavoro formale si è ridotto drasticamente. A dicembre 2023 la disoccupazione era al 5,7%, oggi è pari al 7,9%. Secondo Milei questo non rappresenta una minaccia, se si ricorda l’era dell’iperinflazione del 2002, quando la disoccupazione sfiorava il 20%, tuttavia, la somma di questi provvedimenti può rappresentare un enorme problema.
Le riforme “liberalizzanti” dello Stato comprendono anche la diminuzione degli investimenti pubblici nelle opere strategiche delle infrastrutture statali. Come si è visto nella grande crisi economica degli Stati Uniti negli anni ’20, il settore privato non è disposto a investire per mantenere in equilibrio il sistema; pertanto, la decelerazione a cui assistiamo è solo l’inizio di un possibile e profondo aggravamento della situazione economica.
In un’intervista alla rivista Piauí, Nicolas Andrés Pozdzik, professore dell’Università di Buenos Aires (UBA), ha raccontato che, senza il suo secondo lavoro come autista di Uber, non riuscirebbe a pagare le bollette.
I tagli agli investimenti nell’istruzione sono gravissimi. Dati alla mano, la svalutazione degli stipendi dei docenti è pari al 40% dall’inizio del governo Milei. La mancanza di fondi ha colpito anche la manutenzione degli edifici: le università non riescono più a mantenere in sicurezza le proprie strutture.
L’Ateneo ha avvertito il governo che, senza un aumento dei fondi destinati alla manutenzione, nei prossimi anni potrebbe chiudere i battenti, lasciando una grande quantità di studenti nell’impossibilità di concludere gli studi.
Per qualsiasi governo al mondo questo rappresenterebbe una minaccia per il futuro della Nazione, ma per Milei sembra una situazione normale, poiché per lui l’istruzione pubblica e universale non è affatto una priorità.
Il successo di Javier Milei è la chiave per il mantenimento del fronte ultraliberista in Sudamerica: lo stesso Flávio Bolsonaro, in vista dei ballottaggi in Brasile, dipende dalla tenuta economica dell’Argentina per sostenere la narrativa della destra brasiliana. Un crollo rappresenterebbe il fallimento dell’era trumpista sudamericana. È per questo che il presidente Milei ha proibito la parola “recessione”, pur trovandosi proprio sull’orlo di quest’ultima.
Ennio Ricanelo

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