
La Festa della Repubblica dovrebbe essere il giorno in cui l’Italia si riconosce nei suoi valori fondativi, quelli che hanno dato vita alla Costituzione e alla scelta del 1946.
È la ricorrenza che dovrebbe ricordare al Paese che la Repubblica nasce dal ripudio della guerra, dalla dignità civile, dalla responsabilità collettiva.
E invece, ogni anno, il 2 giugno si trasforma in una parata militare che sembra più un’esibizione di forza che una celebrazione della democrazia.
Divise, cavalli, fanfare, mezzi blindati: un rituale che si ripete senza interrogarsi sul suo senso, come se la Repubblica avesse bisogno di mostrarsi armata per sentirsi solida.
Quest’anno, però, la retorica si è sgretolata prima ancora che la parata cominciasse.
Durante le prove notturne a Roma, qualcuno ha pensato bene di far esplodere fuochi d’artificio “per scaramanzia”, come se ci si trovasse in una festa di paese e non in mezzo a decine di cavalli schierati.
Chiunque abbia mai avuto a che fare con un cavallo sa perfettamente che basta un rumore improvviso per farlo impazzire: il cavallo è un animale di fuga, non ragiona, non valuta, scappa. È la sua natura. Non serve essere esperti, basta il buon senso.
E invece il risultato è stato devastante: cavalli in fuga lungo la Cristoforo Colombo, militari feriti, una poliziotta ferita, animali travolti dalle auto, quindici cavalli lesionati e uno talmente ridotto male da dover essere abbattuto sul posto dal veterinario.
Una scena assurda, crudele, grottesca, che ha trasformato le prove della parata in un caos da film, con sirene, lampeggianti, animali terrorizzati e cittadini increduli.
I giornali parlano di “tragicommedia”, di “disertori”, di “botti scaramantici”, ma la verità è più semplice e più grave: è stata una catena di irresponsabilità. Perché se metti decine di cavalli in un contesto urbano, di notte, con luci, rumori, traffico, e poi fai esplodere petardi, non stai organizzando una parata, stai preparando un disastro.
E il disastro è arrivato puntuale.
L’incidente non è un imprevisto: è la conseguenza diretta di una gestione dilettantesca, di una cultura che confonde la tradizione con l’abitudine e la sicurezza con la superficialità.
E così, mentre la Repubblica dovrebbe celebrare se stessa, si ritrova a fare i conti con un cavallo morto, con feriti, con polemiche e con un’immagine internazionale che oscilla tra il ridicolo e il tragico. La Festa della Repubblica dovrebbe essere il momento in cui il Paese mostra la sua parte migliore, non la sua incapacità di proteggere nemmeno gli animali che mette in prima linea per una parata.
Quest’anno, invece, resta l’immagine di cavalli terrorizzati, di un animale abbattuto, di feriti, di improvvisazione elevata a metodo. E allora la domanda non è più come celebrare la Repubblica, ma se le persone incaricate di organizzarne la festa siano davvero all’altezza del compito, perché una Repubblica non perde credibilità da sola: la perde quando viene rappresentata da figure che confondono la tradizione con la superficialità, la sicurezza con la scenografia, il rispetto con la retorica.
Finché a gestire il rito civile più importante del Paese saranno persone incapaci di prevedere l’ovvio, nessuna parata potrà restituire dignità a ciò che la loro incompetenza ha già compromesso.
La verità è che non sono i cavalli ad aver perso il controllo: sono coloro che dovevano garantire ordine, sicurezza e buon senso.
E quando chi guida sbaglia così, il problema non è la Repubblica, il problema sono i suoi rappresentanti, che non sono all’altezza nemmeno di organizzare la sua festa.
Angioletta Massimino

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