Nelle celebrazioni di Pietro Ingrao non c’è stato spazio per i suoi gravi errori. Nel silenzio su Mauro Ferri persa l’occasione per ricordare tutti i coloro che dalle macerie edificarono un Paese moderno.
Avverto chi mi legge: a Mauro Ferri, già presidente della Corte Costituzionale, ministro, segretario del PSI-PSDI unificati e poi del PSU, ero legato da uno speciale rapporto di affetto mai venuto meno. La splendida zuccheriera di argento che fu suo dono di nozze un tempo ormai troppo lontano, quando era segretario nazionale del mio partito, da decenni fa bella vista nella mia casa. Per onestà lo dichiaro prima, nello scrivere della sua morte in parallelo con quella di Pietro Ingrao, verso il quale, peraltro, non avevo, e non ho, motivi di particolare malanimo.
Ferri apparteneva alla parte riformista dello schieramento che ha governato l’Italia fino al 1992. Ha vissuto da protagonista la storia di entrambi i partiti nei quali a lungo si sono divisi i socialisti italiani: il PSI ed il PSDI. Dei socialdemocratici fu il segretario quando, nel 1969, tornarono a dividersi dai socialisti, dopo tre anni di sofferta unificazione. Posso dire che nei confronti dei suoi ex compagni rimasti nel PSI non gli ho mai sentito pronunciare parole astiose. Anzi, la divisione non aveva mutato i sentimenti di affetto e simpatia che continuava a nutrire nei loro confronti. Diciamola tutta: c’era anche della nostalgia per le sue prime battaglie politiche e per i suoi vecchi compagni. A quei tempi la passione politica era di gran lunga più forte di oggi. Eppure, succedeva che le lacerazioni politiche non facessero venir meno amicizia e rispetto.
Ingrao è stato, nel PCI, il leader della sinistra del partito. Ed ha ricoperto un prestigioso incarico istituzionale, quello di presidente della Camera dei Deputati.
Sono morti negli stessi giorni così che il diverso trattamento loro riservato dalla stampa e dalle Istituzioni che entrambi avevano servito, risulta ancora più stridente e fuorviante per le giovani generazioni.
Nella profluvie di elogi e rimpianti, è scomparso completamente il senso della vita politica di Ingrao che, in maniera addirittura più ostinata degli altri storici dirigenti del PCI si colloca dalla parte di chi le ha sbagliate tutte: dall’elogio verso Stalin ed i suoi crimini, alla opposizione ostinata all’opera di industrializzazione e modernizzazione del Paese. Nel silenzio che ha avvolto Ferri è stata tagliata non solo la sua memoria ma anche un lungo tratto di storia italiana. Che fu di lacerazioni, e nella quale possono riconoscersi grandi meriti collettivi ed altrettanto gravi errori. E’ certo che Ferri sarebbe stato ricordato più ampiamente, se oltre ad essere stato presidente della Corte Costituzionale non si fosse “macchiato della colpa” di essere stato protagonista della storia dei socialisti e dei socialdemocratici italiani, che grandemente contribuirono a portare l’Italia dalle rovine della Guerra al livello delle Nazioni più progredite.
Una volta avevamo una memoria collettiva nitida, magari ingenua, certo encomiastica: Garibaldi, Mazzini, Pellico, Enrico Toti: gli eroi del Risorgimento che si voleva concluso con la prima Guerra Mondiale. Oggi viene da chiedersi: chi potranno ricordare e come i nostri figli? Se gli uomini del Risorgimento hanno fatto l’Italia, chi l’ha modernizzata, tolto l’analfabetismo, industrializzata, dato benessere? Gli Ingrao, i Togliatti e tutti gli altri protagonisti di una storia tragica e di una lunga catena di errori? O i De Gasperi, Einaudi, Saragat, La Malfa ed i molti ancorchè dimenticati, donne e uomini, che hanno governato il Paese per decenni dopo la Liberazione?
Tutti devono restare nella memoria. Ma ricordando correttamente, di tutti, sia i meriti che gli errori. Una memoria opaca e confusa spiega, almeno in parte, perché anche il nostro presente ed il futuro si presentano opachi e confusi.

Lo sai vero Nicola, che il merito non è mai di chi lavora, ma di chi grida.