
Il 25 aprile viene raccontato come il giorno della Liberazione, una data trasformata negli anni in una liturgia civile dove tutto appare semplice: da una parte i liberatori, dall’altra i colpevoli. Ma la storia non è mai lineare, soprattutto quando attraversa una guerra civile, un Paese spaccato e una resa dei conti che ancora oggi continua a dividere.
L’Italia non venne liberata dai partigiani. La liberazione militare arrivò con l’avanzata degli Alleati, dagli sbarchi in Sicilia fino alla risalita della penisola. Furono gli americani, con uomini, mezzi, logistica e capacità industriale, a sostenere il peso principale della campagna italiana. Senza l’intervento alleato e senza la pressione militare angloamericana, il fascismo non sarebbe crollato nei tempi e nei modi che conosciamo. Le brigate partigiane, da sole, non avrebbero mai avuto mezzi, organizzazione e capacità strategica per abbattere un esercito esperto, armato e strutturato come quello tedesco.
La Resistenza ebbe un ruolo, nessuno lo nega, ma non fu un blocco compatto e nemmeno una categoria morale perfetta. Esistevano brigate comuniste, cattoliche, monarchiche, liberali. Alcune combattevano per liberare il Paese, altre vedevano nella guerra l’occasione per regolare conti politici e personali. Ridurre tutto alla favola dei partigiani liberatori significa ignorare una parte della realtà.
Negli ultimi mesi della guerra e subito dopo la fine del conflitto, l’Italia fu attraversata da esecuzioni sommarie, vendette e regolamenti di conti. Non morirono soltanto gerarchi o collaborazionisti accertati. In molti casi bastò un sospetto, una denuncia, una rivalità privata. La linea tra giustizia e vendetta diventò sottile, spesso inesistente.
Il caso più evidente resta quello di Benito Mussolini, l’uomo che trascinò l’Italia dentro il Patto d’Acciaio con Hitler e contribuì a portare il Paese verso la rovina. Catturato durante la fuga verso il nord, venne ucciso senza processo. Non ci fu un tribunale, non ci fu un dibattimento, non ci fu una sentenza pubblica.
Da ebreo, guardando alla storia, resta inevitabile un paragone. Gli aguzzini nazisti finirono davanti a un tribunale internazionale, giudicati e condannati attraverso un percorso formale che lasciò alla storia responsabilità precise e documentate. Avrei preferito per Mussolini lo stesso destino: un processo, una ricostruzione pubblica, una condanna pronunciata davanti al mondo. Quanto avvenne tra Dongo e Piazzale Loreto lasciò invece l’impressione di una resa immediata, più emotiva che storica.
Accanto a Mussolini morì anche Claretta Petacci. Non era un capo militare, non guidava eserciti, non firmava leggi. Era la donna che gli era rimasta accanto fino all’ultimo. Il suo corpo venne esposto insieme a quello del Duce, dentro una scena che ancora oggi resta difficile da osservare senza interrogarsi sul confine tra giustizia e umiliazione.
Piazzale Loreto è diventato il simbolo di quella giornata. Corpi appesi, folla inferocita, sputi, rabbia, vendetta. Un’immagine che racconta più il clima di fine guerra che la costruzione di una giustizia condivisa.
Dentro le celebrazioni del 25 aprile torna puntualmente anche la polemica sulle Brigate Ebraiche. Reparti reali, composti da volontari ebrei della Palestina mandataria, inseriti nell’esercito britannico e impegnati sul fronte italiano. Combatterono contro il nazismo, portarono la propria bandiera, pagarono un prezzo umano come tanti altri reparti. Eppure ogni anno la loro presenza diventa terreno di scontro ideologico, quasi che la memoria debba sempre piegarsi alle tensioni del presente.
Il problema del 25 aprile non è ricordare la fine della guerra o la caduta del fascismo. Il problema nasce quando la memoria diventa dogma e non accetta più domande. Quando esistono pagine obbligatorie da celebrare e altre da nascondere.
Oggi questa ricorrenza viene spesso usata da una certa corrente politica come un riflesso automatico. A ottant’anni di distanza si continua a definire fascista qualsiasi avversario, mentre tutto ciò che non appartiene all’orizzonte culturale della sinistra viene liquidato come reazionario. È un linguaggio stanco, ripetitivo, incapace di leggere il presente senza riesumare continuamente categorie del passato.
Il risultato è un Paese che fatica a liberarsi davvero delle proprie recite ideologiche. Un Paese che continua a usare la storia come arma identitaria invece che come terreno di comprensione. Forse è anche per questo che l’Italia, da troppo tempo, assomiglia ancora a un teatro dove tutti interpretano una parte già scritta.
Piero Terracina

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