
Per decenni abbiamo sentito ripetere la stessa frase: gli Stati Uniti pagano la difesa dell’Europa. È una semplificazione che funziona bene negli slogan politici, ma racconta solo una parte della storia.
Washington ha certamente sostenuto il peso principale della NATO, investendo molto più degli alleati europei nelle proprie forze armate. Ma quel denaro non è mai stato una forma di beneficenza. È stato uno degli investimenti strategici più redditizi della storia contemporanea, capace di garantire agli Stati Uniti un ritorno immenso sotto il profilo militare, economico, industriale e finanziario.
La presenza militare americana in Europa ha consentito a Washington di mantenere basi avanzate, proiettare la propria potenza in tre continenti, controllare le principali rotte commerciali e consolidare il dollaro come valuta di riferimento dell’economia mondiale. Ogni portaerei, ogni base aerea, ogni centro logistico della NATO ha rappresentato un moltiplicatore della potenza americana.
C’è poi un aspetto spesso dimenticato. Gran parte delle spese militari sostenute dagli alleati finiva comunque nell’economia statunitense. Aerei, sistemi missilistici, radar, tecnologie satellitari, software, intelligence e servizi venivano acquistati prevalentemente da aziende americane. In altre parole, una parte consistente del denaro investito nella sicurezza occidentale ritornava direttamente negli Stati Uniti sotto forma di esportazioni, occupazione qualificata, ricerca tecnologica e profitti industriali.
Per oltre settant’anni questo sistema ha funzionato perché conveniva a tutti. L’Europa poteva concentrare maggiori risorse sul proprio sviluppo economico, mentre Washington consolidava una leadership globale senza precedenti.
Oggi, però, il quadro è profondamente cambiato.
L’invasione russa dell’Ucraina ha dimostrato che il continente europeo non può più considerare la propria sicurezza come un servizio garantito gratuitamente dagli Stati Uniti. Non perché la Russia rappresenti una minaccia convenzionale in grado di travolgere militarmente l’Europa. Dopo anni di guerra, Mosca ha mostrato tutti i limiti del proprio apparato militare, consumando uomini, mezzi e risorse senza riuscire a conseguire gli obiettivi strategici che si era prefissata.
La vera questione è un’altra. Anche una Russia economicamente indebolita e militarmente logorata continua a possedere uno dei più grandi arsenali nucleari del pianeta ed è ancora perfettamente in grado di esercitare pressione sull’Europa attraverso cyberattacchi, operazioni ibride, sabotaggi, ricatti energetici e continue provocazioni ai confini orientali dell’Alleanza Atlantica. È proprio questa realtà a rendere necessario un rafforzamento della capacità di deterrenza europea. Più deterrenza significa meno probabilità di conflitto e una maggiore credibilità dell’intero sistema di difesa occidentale.
Parallelamente, la crescente competizione con la Cina ha costretto Washington a spostare progressivamente il proprio baricentro strategico verso l’Indo-Pacifico. Le risorse militari americane non sono infinite e mantenere lo stesso livello di presenza contemporaneamente in Europa, Medio Oriente e Asia è diventato sempre più difficile.
Per questo motivo i Paesi europei stanno aumentando sensibilmente i propri investimenti nella difesa. Non si tratta soltanto di soddisfare una richiesta americana, ma della presa d’atto che la sicurezza del continente deve poggiare su basi più autonome. L’Europa è chiamata ad assumersi una quota maggiore delle responsabilità comuni, rafforzando la NATO anziché indebolirla.
Questo non significa che gli Stati Uniti escano penalizzati. Al contrario. Continueranno a beneficiare di un’Alleanza più solida, di partner militarmente più credibili e di nuove commesse per la propria industria della difesa. Cambia però il rapporto di equilibrio: non più un’America che sostiene quasi da sola il sistema occidentale, ma un’alleanza nella quale gli europei contribuiscono in misura molto maggiore alla propria sicurezza.
Il vero problema, oggi, non riguarda tanto la distribuzione delle spese quanto la qualità della leadership politica americana.
Gli Stati Uniti hanno costruito la loro supremazia mondiale comprendendo che le alleanze rappresentano un moltiplicatore di potenza e non un costo da sopportare. Donald Trump sembra invece leggere la politica internazionale esclusivamente attraverso il filtro della contabilità. Riduce ogni questione geopolitica a una trattativa commerciale, continua a ripetere che gli alleati abbiano sfruttato gli Stati Uniti e ignora il fatto che proprio quel sistema di alleanze abbia garantito a Washington ottant’anni di primato economico, politico e militare.
Le sue continue minacce, gli ultimatum, gli improvvisi cambi di posizione e gli attacchi verbali rivolti agli stessi partner occidentali stanno progressivamente erodendo quel capitale di fiducia che gli Stati Uniti avevano costruito dalla fine della Seconda guerra mondiale. Un patrimonio geopolitico immenso che nessun bilancio pubblico è in grado di quantificare.
Il paradosso è evidente. Mentre l’Europa aumenta gli investimenti nella difesa assumendosi responsabilità sempre maggiori, Trump continua a raccontare che gli Stati Uniti siano stati vittime di un gigantesco raggiro economico. È una narrazione efficace in campagna elettorale, ma poco credibile sul piano storico ed economico. La NATO non è mai stata un regalo all’Europa. È stata uno dei più grandi affari strategici mai realizzati dagli Stati Uniti.
L’Occidente sta entrando nella fase geopolitica più delicata dalla fine della Guerra Fredda. Servirebbero lucidità, equilibrio, capacità diplomatica e una visione strategica di lungo periodo. Invece gli Stati Uniti sono rappresentati da un presidente che appare sempre più prigioniero del proprio narcisismo politico, dell’improvvisazione e di un progressivo declino personale che rischia di trasformarsi in un problema per l’intero mondo occidentale.
Per la prima volta dopo molti decenni, il punto debole dell’Occidente non è la NATO. È la qualità della leadership che oggi guida gli Stati Uniti.
Piero Terracina

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