
L’accordo di difesa tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan può essere definito una sorta di “mini NATO” per una ragione molto semplice: introduce il principio fondamentale della deterrenza collettiva, quello secondo cui un attacco contro uno viene considerato un attacco contro tutti. Non siamo davanti a una NATO islamica vera e propria, ma il segnale politico è pesante. Ankara porta una grande forza militare e un’industria della difesa ormai autonoma, Riad mette sul tavolo denaro, petrolio e centralità strategica, Islamabad aggiunge un esercito enorme e soprattutto l’arma nucleare.
Il punto più interessante, però, riguarda l’Iran. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan hanno interessi diversi e rapporti differenti con Teheran, ma anche loro sembrano iniziare a percepire con maggiore chiarezza il pericolo rappresentato dal sistema costruito attorno ai Pasdaran: finanziamenti, armi, droni, missili e sostegno a organizzazioni come Hamas, Hezbollah, gli Houthi e le milizie sciite irachene. È la struttura della guerra ibrida iraniana: colpire attraverso altri, mantenendo aperti diversi fronti e costringendo gli avversari a disperdere risorse militari, economiche e politiche. Ed è proprio qui che il nuovo accordo finisce indirettamente per rafforzare una tesi che Netanyahu ripete da anni: continuare a combattere soltanto le organizzazioni periferiche significa tagliare i rami lasciando intatto il tronco. Finché il regime iraniano conserverà la capacità di finanziare, armare e ricostruire quella rete, la destabilizzazione potrà continuare. Non significa che Turchia, Arabia Saudita e Pakistan abbiano fatto propria la strategia israeliana, né che l’accordo sia formalmente diretto contro Teheran. Ma quando tre grandi potenze musulmane sentono il bisogno di costruire una deterrenza collettiva, significa che la percezione del rischio regionale è cambiata.
In sostanza ridimensionare la capacità iraniana significherebbe anche ridurre uno degli strumenti attraverso i quali Russia e Cina possono beneficiare dell’instabilità mediorientale, costringendo Stati Uniti, Israele e monarchie del Golfo a impegnare continuamente risorse e attenzione.
Il paradosso è tutto qui. Netanyahu sostiene che il problema non siano soltanto Hamas, Hezbollah o gli Houthi, ma il sistema che li alimenta. Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non lo dicono apertamente, ma stanno iniziando a comportarsi come se quel problema esistesse davvero.
Piero Terracina

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