
Tra la notte e ieri mattina. Attacchi missilistici russi hanno colpito nella notte Kyiv senza che sia scattato alcun allarme preventivo. Dopo la minaccia americana di cessare lo scambio di informazioni di intelligence, indispensabili per poter intercettare i missili -se gli ucraini avessero continuato a colpire le raffinerie in territorio russo-, suona poco convincente la dichiarazione del ministro degli Esteri Andriy Sybiga secondo cui la cooperazione con i servizi segreti americani continua. I dispositivi bellici che hanno colpito edifici residenziali e infrastrutture civili nella capitale ucraina sarebbero di tipo nuovo e per questa ragione sfuggiti anche alla osservazione dell’intelligence americana. Eppure subito dopo aver compiuto la loro missione i missili erano stati identificati come 5 Iskander. Appare più probabile dunque che Sybiga abbia voluto gettare acqua sul fuoco e che da parte ucraina si sia preferita per l’ennesima volta la via diplomatica pur di non approfondire la crisi già profonda dei rapporti con gli Stati Uniti.
L’altro giorno, subito dopo l’incontro del 9 e 10 ottobre tra i negoziatori americani e ucraini, Donald Trump ha accusato il presidente ucraino Zelensky di essere il maggior responsabile dell’enorme aumento dei costi energetici e del perdurare della guerra, concludendo che gli ucraini farebbero bene a darsi un nuovo presidente della Repubblica. Il punto più basso delle relazioni tra i due capi di Stato -unilateralmente cercato dal presidente americano- dal 25 febbraio 2025, quando nello Studio Ovale le speranze di Volodymyr Zelenskyj di assicurarsi la solidarietà attiva degli Stati Uniti si spensero di fronte al muro delle minacce di Trump e del vicepresidente Vance. Ma Trump ha fatto di più e, se possibile, di peggio. Ha comunicato di aver sospeso le sanzioni contro la Russia in cambio dell’apertura di un ingente flusso di gasolio russo per gli Stati Uniti e il mercato globale che risolverà in pochi giorni il problema dell’approvvigionamento energetico nel mondo. Trecentomila tonnellate subito, altre cinquecentomila a novembre e 4 milioni in tempi successivi. Un annuncio che oltre allo sdegno provoca molta incredulità.
All’ultima intemerata di un Trump sempre più atterrito dalle previsioni riguardanti il risultato delle elezioni di mid-term, a Wahington persino i repubblicani stanno cercando di far tornare sui propri passi un presidente fuori controllo ricordandogli che con la sospensione delle sanzioni ha di fatto contravvenuto alla stessa risoluzione con la quale ha minacciato solo pochi mesi fa di colpire i Paesi che avessero tentato di aggirare le sanzioni contro la Russia. Alle dichiarazioni del Commander in chief degli Stati Uniti l’Unione Europea ha contrapposto un pacchetto di sanzioni, finora inedito nelle proporzioni, destinate a colpire 1600 soggetti russi tra imprese, dirigenti e politici. Il problema per l’Ucraina è che entreranno in vigore solo a gennaio del 2027. Zelenskyj a sua volta ha denunciato che il provvedimento americano a favore di Putin equivale a un via libera all’attacco russo, e ha proposto una tregua di 60 giorni durante la quale l’Ucraina andrebbe alle elezioni presidenziali.
La tregua? Potrebbe effettivamente esserci -ha concesso il portavoce di Vladimir Putin, Peskov- ma dovrebbe durare un giorno soltanto, quello delle elezioni. A una settimana dall’attacco che ha distrutto due navi nella zona economica esclusiva della Bulgaria nel Mar Nero, altre due imbarcazioni commerciali -tra cui una ucraina- sono state affondate ieri da ordigni russi. Undici i marinai dispersi. Il premier della Bulgaria Rumane Radaev ha convocato l’ambasciatore russo a Sofia per chiederne conto. Questa mattina il presidente francese Macròn ha reso noto che una nave della Marina del proprio Paese ha abbordato la petroliera russa DF Peak nelle acque di La Réunion, nell’Atlantico a 700 km a est del Madagascar, già sanzionata come parte della flotta fantasma con cui Putin ha cercato in questi mesi di aggirare le sanzioni. Con un tempismo che segnala l’escalation in corso, l’episodio avveniva mentre le autorità francesi comunicavano che un attacco informatico ha bloccato i sistemi di refrigerazione in 350 supermercati in tutta la Francia provocando il deterioramento di tonnellate di cibo, e il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski avvertiva i Paesi Nato a prepararsi “a un attacco ibrido letale della Russia”, rilanciando, con la preoccupazione di un Paese confinante con la Russia da parte della quale soffrì l’invasione nel ’39, il discorso tenuto ieri a Varsavia al Forum sulla sicurezza dal Comandante dell’Alleanza Atlantica.
In quella sede il generale Alexus Grynkewich, che è anche il comandante delle forze statunitensi in Europa, ha fornito rassicurazioni che il Piano alleato contro un attacco russo è già pronto, spingendosi addirittura a definirlo “Piano della vittoria”. Di poche ore fa l’annuncio che l’Ucraina ha colpito il territorio russo con il missile balistico tattico FP-7 capace di coprire una distanza di oltre 300 chilometri. Il vettore è prodotto dall’azienda Fire Point che ha già in sviluppo una variante ancora più performante, capace di colpire a quasi 900 chilometri di distanza.
Se le parole di Grynkewich sembrano quasi ispirate a correggere l’idea che l’Amministrazione americana sia sempre più lontana dai destini dell’Europa, il fatto che la NATO comunichi un atteggiamento determinato è forse quanto oggi corrisponde al minimo necessario per contenere la realtà della guerra che la Russia sta conducendo in forma convenzionale, ibrida e cognitiva contro le democrazie europee.
Claudio Rocco

Lascia un commento