Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: “E’ l’unica città italiana che funziona”. Sono parole di Franco La Cecla (“Ecco gli italiani dai piedi leggeri”, Il Sole 24 Ore del 1.08.2010), che prosegue: “… Non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l’Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant’anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all’Europa e al mondo”.
Con quale semplicità si racconta di un dramma che ognuno di noi è in grado di sperimentare nella propria vita, nelle vicende quotidiane. Del resto, l’Italia che richiama milioni di turisti da tutto il mondo per il ‘pieno’ di opere, di monumenti, di città d’arte, per un micidiale ma non casuale paradosso è lo stesso Paese che offre ai propri cittadini il ‘vuoto’ di opportunità, di equità, di meritocrazia, di diritti, in un processo di depauperamento di talenti e di risorse che sembra pauroso e irreversibile.
E’, assieme a tutto questo, un morbo strisciante e subdolo che addormenta le coscienze in un quieto vivere – ma fasullo. Il conformismo umilia e chiude la società in un ingranaggio anti-moderno, semi-feudale. Apparentemente al suo opposto, lo sdegno – spesso istantaneo ed emotivo, dunque effimero – non è che l’altra faccia di una inavvertita assuefazione, complici quelle forze politiche che propongono il disappunto come programma politico, non avendo (mai avuto) uno straccio di progetto.
Ecco, per tutto questo ritengo importante rispolverare e riabilitare, depurandolo da tante scorie della storia, il concetto di rivoluzione. Si, semplicemente rivoluzione; una rivoluzione nel senso costituzionale, incruenta, non violenta e nondimeno dirompente. Ormai riforme e riformismo fanno rima con conformismo. Le ‘grandi riforme’ promesse non sono state compiute e l’organizzazione del Paese – per molti aspetti – si è fermata ad un’ora imprecisata, di un anno non meglio identificato di molto, di troppo tempo fa.
A Piero Gobetti dobbiamo quell’opera straordinaria che è La rivoluzione liberale. L’analisi in essa contenuta è ancora attuale. Che senso ha però, oggi, parlare di rivoluzione?
Il ragionamento è molto semplice: per recuperare il tempo perduto, per colmare il pauroso gap che ci separa dai Paesi più evoluti dell’Europa e dell’Occidente (comunque non potendo ignorare come il baricentro del mondo stia lentamente lasciando lo stesso Occidente) non è più possibile procedere per passi graduali o, peggio, per inutili compromessi. La rivoluzione – che piaccia o non piaccia – è già nelle cose, nell’accelerazione esponenziale dell’innovazione, nell’esplosione delle tecnologie della comunicazione. Da noi pare che ancora non si siano comprese le implicazioni, i paradossi, ma anche le potenzialità di questo momento storico. La rapidità sconvolgente con cui il mondo muta continuamente i propri connotati impone una discontinuità di sistema che solo una ‘rivoluzione’ può dare. Non basta più uno sforzo qualunque – quand’anche genuino, come non abbiamo più visto -, occorre riprogettare in poco tempo le regole fondamentali su cui si basa la nostra convivenza; è necessaria una alternativa secca al modello sin qui invalso.
Su quali basi, dunque, dovrebbe realizzarsi questa rivoluzione tutta italiana? Anche in questo caso la risposta è molto semplice: sul binomio libertà-responsabilità. Che è stato soffocato da un malinteso concetto di uguaglianza, dalla solidarietà di Stato (quella imposta e spesso gestita dai pubblici poteri) e dall’ipertrofia della pubblica amministrazione. Le istituzioni di un Paese moderno dovrebbero implementare il cambiamento come processo permanente, continuo; e una Pubblica amministrazione non dovrebbe ‘guidarlo’ bensì limitarsi ad assecondarlo. Garantendo l’uguaglianza nelle opportunità, il godimento di antichi come di nuovi diritti di libertà.
Può darsi che questa rivoluzione sia un vano auspicio, un sogno ad occhi aperti. Può darsi che continueremo naturalmente a scendere, sospinti da una crisi che potrebbe lasciare indietro anche un pezzo di ‘vecchia’ Europa.
L’essere umano, però, ha bisogno di sperare, di nutrire fiducia: ecco, allora, che cosa dobbiamo fare per non sentirci inerti, inutili, conformi, persino disperati. “Nella società umana – ha scritto il grande Philip Roth – la trasgressione più grande di tutte è pensare”. Mettere alla prova ogni pregressa certezza, far circolare i pensieri, smascherare la menzogna e la reticenza che allignano nei circuiti della comunicazione ufficiale. La rivoluzione che non ci si aspetta non ci chiede, probabilmente, neppure di muoverci dal nostro posto ma di svolgere al meglio il nostro compito, affinando quella autentica virtù che è la ragion critica e, magari, non solo… (per comprendere altrimenti cosa si intenda per rivoluzione e quale sia una possibile traduzione in chiave moderna del termine ‘rivoluzionario’, si provi a leggere Leader della rivoluzione di Gary Hamel).
Quando – e ove mai – dovesse presentarsi l’occasione di un grande cambiamento, questo non potrebbe mai realizzarsi con individui passivi, aridi, egoisti, distratti, spaventati, dissipati. La storia ci ha mostrato quali infausti rivolgimenti si concepiscono in analogo brodo di coltura. Si, lo sguardo non è al passato, sto parlando di una rivoluzione davvero rivoluzionaria.
Paolo Marini

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