In un post a commento di un mio articolo sull’esito del dibattito parlamentare sulla fiducia al governo, Federico Baldini, giovane ravennate solidamente ancorato alla tradizione repubblicana, mi poneva una stimolante sollecitazione che raccolgo volentieri. “Mi interessava un tuo commento su due aspetti minori(mi scuso per il termine ma visto che nè repubblicani nè liberali negli ultimi anni godono di grossa “salute” elettorale non mi sembra improprio..): come ne escono Guzzanti e Giorgio La Malfa?”
Paolo Guzzanti, giornalista notissimo, da giovane socialista formatosi alla scuola di Giacomo Mancini, poi in grande confidenza con il presidente della repubblica Cossiga, quindi eletto in parlamento da Berlusconi e infine passato al piccolissimo partito liberale é assai diverso da Giorgio La Malfa. Funambolico e talvolta sopra le righe quanto l’erede della tradizione repubblicana si mostra sobrio e riservato. Ma i due hanno anche due tratti in comune: spessore culturale e indipendenza che costituiscono merce rarissima nel desolante panorama politico. Hanno votato contro la fiducia a Berlusconi ma non é difficile immaginare il loro imbarazzo per essersi trovati intruppati nel caravanserraglio degli oppositori al governo. Da un lato non potevano contraddire le loro fondate critic he al governo. Dall’altro hanno esperienza e conoscenze tali da non aver dubbi che una crisi senza sbocco non é cosa da augurare all’Italia in questo momento. Ma non potevano permettersi un voto che li portasse in rotta di collisione con la prospettiva di una loro adesione al terzo polo di Casini, Fini e Rutelli.
É la maledizione dei laici e dei socialisti in questa cosidetta seconda repubblica. Deboli e sparpagliati, sono sopraffatti dalla preoccupazione di dove approdare con le loro barchette per portare in salvo il maggior numero di compagni di naufragio. I socialisti, da questo punto di vista, con la loro storia recente, raccontano l’esperienza piú emblematica e drammatica. Sono sopravvissuti senza mai presentare il loro simbolo e sempre cercando una soluzione ai problemi dell’oggi,fino a quando Veltroni non ha loro sbattuto la porta in faccia.
Eppure, ormai é dimostrato che non ci sono piú rendite ed ereditá del passato da spendere. Simboli e sigle, ancorché gloriosi, non producono piú reddito politico. Ma a questi ci si attacca in mancanza di altro che, colpevolmente, nessuno ha pensato a costruire. E, alla vigilia di quel rimescolamento generale che gli scricchiolii nei due maggiori schieramenti annunciano con insistenza, la mancanza di una iniziativa connotata dalla cultura laica e riformista, viva ma sperduta in mille rivoli, si configura come colpevole fuga dalle responsibilitá.
Per salpare per una nuova e grande avventura, laici, liberali e socialisti devono unirsi e tagliarsi tutti i ponti alle spalle. Anche e sopratutto nel momento iniziale, quello della individuazione del disegno e dello strumento per realizzarlo. Da escludere le grandi assemblee nazionali affollate di truppe cammellate e manipolate dai detentori delle consunte organizzazioni attuali. Per cominciare, molto meglio assemblee autoconvocate in tutte le province. Quí, dal basso, dovranno rimescolarsi e contaminarsi le diverse esperienze partorite dalla cultura laica e riformista. Non c’é bisogno di rottamare o escludere nessuno. I dirigenti che hanno operato in momenti di grandissima difficoltá non devono essere colpevolizzati per gli scarsi risultati. Ma tutti dovranno ricominciare dallo stesso livello e recuperare il legame con il territorio. Solo cosí, attraverso una nuova classe dirigente selezionata dal basso, e non frutto delle solite logiche spartitorie, e con proposte e programmi individuati con lo stesso metodo, la cultura, la politica e le proposte dei laici e dei riformisti potranno costiuire un forte elemento di innovazione per l’Italia e non il culto di pochi nostalgici.
Nicola Cariglia

Gentile Cariglia,
La ringrazio per la Sua pacata e cortese risposta.
Avevo ben compreso “l’uso figurato del termine” e certo non mi scandalizza più di tanto, quello che meno capisco è il perché rifiutarsi di fare dei nomi.
La mia formazione politica è avvenuta leggendo o meglio divorando i testi del giovane liberale rivoluzionario Piero Gobetti che era abituato a fare nomi e cognomi quando voleva indicare precise responsabilità, motivo che gli causò l’avversione mortale non solo di Mussolini e dei suoi sgherri ma anche di molti altri pseudodemocratici. Pertanto quando parlo o scrivo prefersico sempre dare un volto ben preciso ad eventuali responsabili. La chiarezza a volte può risultare pericolosa ma contribuisce a fare un pò di ordine e di pulizia al contrario dell’uso figurato.
Come Lei si interroga, anche io e migliaia di persone oneste ci interroghiamo, sul motivo che conduce i liberali, riformatori, laici (aggiunga Lei chi preferisce) ad una perenne e costante divisione/avversione che dura purtroppo non da qualche anno ma a mio avviso da diversi secoli. Se vogliamo capirci proviamo a dare un volto a questo malessere secolare partendo da lucide analisi per arrivare a delle concrete sintesi per affrontare in modo realistico la vita politica.
Io non desidero rifugiarmi in comode nicchie (settecentesce, ottocentesche, risorgimentali, patriottiche etc…) da dove poter sentenziare su chi la pensa diversamente da me e poi gridare al mondo intero sono io il migliore ed è fesso chi non mi capisce e mi segue. Rivendico il solo diritto di comprendere meglio la realtà per poter poi ben deliberare in “scienza e coscienza” come un tempo si diceva.
Grazie per l’attenzione. Cordialmente, Giuseppe Selvaggi.
Caro Selvaggi,
anche se mi trovo piuttosto “disarmato”, dove sono in questo momento, quanto a dizionari, potrei contrapporre ai suoi ineccepibili rilevi un “Persona o cosa che è causa di danni, di sventure” reperito nel dizionario della lingua italiana del Colletti.
E i laici, come Ella sa meglio di me, assieme a cose egregie, probabilmente le migliori per l’Italia, hanno combinato pure dei pasticci.
Ma, come avrá sicuramente capito, ho voluto accentuare le mie tesi con un uso figurato del termine.
Perché il non riuscire a stare assieme e spaccare il capello in quattro sembra proprio un destino imposto da qualche entitá superiore al quale i laici non riescono da tempo emmemorabile a sottrarsi. Poi, so benissimo che ci sono responsabilitá personali. Ma non mi faccia fare nomi, ché altrimenti lo spazio di Pensalibero se ne va tutto. E, sui nomi indicati, chissá quante altre zuffe, anche tra i lettori di Pensalibero.
Un cordiale saluto,
Nicola Cariglia
Per Nicola Cariglia.
Lei scrive nel titolo: “La maledizione dei laici”; Lei riscrive nell’articolo: “E’ la maledizione dei…”
Devo dirLe che non mi piace assolutamente il termine MALEDIZIONE. Nel “Vocabolario della lingua italiana” di Nicola Zingarelli (1967) sulla parola maledizione è riportato quanto segue: “Maldicenza. Esecrazione, Dannazione. Scomunica. Non riuscire a trovar bene. Oggetto di esecrazione, Cosa o persona maledetta. Persona che porta sventura.” Nel dizionario dei “Sinonimi e contrari” di Giuseppe Pittàno (1995) maledizione è sinonimo di: “Esecrazione, anatema, abominazione, scomunica, imprecazione, malaugurio.”
Non comprendo perché utilizzare questa parola che ha a che fare evidentemente con il mondo dell’irrazionale per spiegare fatti che hanno a che vedere con il mondo del razionale. La politica è razionalità, non è metafisica o astrologia. Poi associare la maledizione ai laici è quanto di più assurdo ci possa essere. Sempre lo Zingarelli di laico fornisce la segunte spiegazione: “Non iniziato nelle cose sacre”.
Utilizzare questo linguaggio “fantastico o religioso” è un pò non voler comprendere come stanno realmente i fatti, significa richiamare su di sé una evidente autoassoluzione per fatti che non sono controllabili dagli uomini perché appartengono al mondo della magia o dell’irrazionale. A mio avviso l’uomo è sempre artefice del proprio destino, e mi si consenta la dotta citazione: “L’uomo forte crea lui gli eventi, l’uomo debole subisce quelli che il destino gli impone” (A. de Vigny).
Purtroppo gli insuccessi secolari della politica italiana hanno un nome ed un cognome, e dovremmo tutti quanti iniziare a fare questi nomi senza nasconderci dietro presunte maledizioni. Forse faremmo più chiarezza se ci servissimo per le nostre analisi del contributo di uomini come Machiavelli, Guicciardini o Prezzolini i quali eran soliti mantenere i piedi ben piantati sulla terra. E di maledizioni ben poco o nulla si intendevano.
Cordialmente, Giuseppe Selvaggi.
“la battaglia dei cervelli è sempre vincente per liberare le nuove idee idee; il problema è che qui qualcuno – non uno solo e avrai capito di chi parlavo – vorrebbe riesumare quelle talmente vecchie, che non ci sono rimaste neanche l’ossa”
era per Giampaolo Mercanzin
la battaglia dei cervelli è sempre vincente per liberare le nuove idee idee; il problema è che qui qualcuno – non uno solo e avrai capito di chi parlavo – vorrebbe riesumare quelle talmente vecchie, che non ci sono rimaste neanche l’ossa
Caro pinzimonio, tu dovresti saperlo perché ben ti accopii con varie verdure: per far bene all’amore bisogna prima litigare!
Giusto l’incitamento di Cariglia, però per cominciare farei piazza pulita di tutti quelli che hanno scritto fin qui. Me compreso, ovvio!
Ideario repubblicano: parte seconda.
Immediatamente subito dopo la prima guerra mondiale ero un piccolo bambino che frequentava le prime classi della scuola elementare. La guerra, e tutto ciò che la comprende: paure, odio, sangue e tante, tante, macerie, provocate dai numerosi bombardamenti aerei, avevano impoverito gli animi, oltre all’economia, che, però, riprendeva piano, piano, a ricostruire nuove certezze.
In quel tempo veniva spesso a trovarci la cognata di mia madre, il cui marito era stato tra i primi caduti al fronte austro ungarico, nel maggio del 1915, la quale, da donna pratica e svelta, veniva dalla campagna a trovare un figlio, la nuora e i nipotini, che abitavano accanto a noi, in città, ma che non avevano il posto per ospitarla.
La zia Marianna aveva i capelli bianchi, lunghi, raccolti in una crocchia, gonfia e voluminosa, che curava con scrupolo, per mantenere il bel viso, rugoso e fiero, in armonia con tutto il resto del massiccio corpo, avvolto in una veste grigio scuro, abbottonata davanti, dal bavero scolastico.
Sopra la veste, sul davanti, portava sempre un ampio grembiule, quasi sempre a quadrettoni bianchi e grigi, lungo fino alle caviglie. Ai piedi portava, in casa, delle comode pantofole di panno, ed i piedi erano avvolti in spesse calze di lana, anch’esse scure.
Se l’aspetto pareva di donna lugubre, del genere vecchia vedova di guerra, il resto della persona rivelava la contadina forte, dal carattere duro, e dal sorriso materno e bonario.
La ricordo e la segnalo per un episodio che ci vide protagonisti: eravamo in casa….. io giocavo e fingevo di essere un soldato, essendomi procurato, con l’aiuto di mio padre, un fucilino di legno.
Volevo fare una bandiera e cercavo nei cassetti della cucina un panno da adibire a tale arnese, come avevo visto fare ad un portabandiera dell’esercito inglese, durante una parata militare, che passava dalla strada in cui abitavamo.
Naturalmente mia madre si dimostrò contrariata ed ostacolava questo mio desiderio. Neanche le lacrime riuscivano a dare soddisfazione a questo mio capriccio. Quando zia Marianna intervenne, prendendomi da parte, così allontanandomi dai rimbrotti materni, mi prese tra le braccia e mi portò nell’orto che avevamo dietro casa.
Mi fece sedere sulla panchina di legno che mio padre aveva costruito. “ Vedi, Renato” mi disse, curvandosi verso terra, “ tu vuoi una cosa che non puoi avere e sei arrabbiato, perché il mondo dei grandi non sa darti soddisfazione; crescerai, e ti renderai conto, sempre di più, che ciò che si desidera non sempre si ottiene. Guarda – disse prendendo un po’ di terra – se questo mondo non ti piace, puoi fartelo da te. Prese un po’ d’acqua e bagnò la terra, su questa infilò qualche piccolo sasso, che era a portata di mano, e alcuni ciuffi d’erba.”
“ Ecco fatto, Renato, o ti adegui alle regole di questo mondo, anche a quelle che non ti piacciono, o fai come ho fatto io ………..ti costruisci un mondo personale.”
La filosofia popolare di Zia Marianna si adatta in modo perfetto alla manifestazione generale di non ingerenza dei benpensanti, i quali, sotto ogni latitudine “tirano quattro paghe per il lesso”, come disse il poeta toscano, durante gli ultimi giorni del governo lorenese di Firenze.
Una bimba di quindici anni che termina la propria vita nell’ambito della propria famiglia; un’altra che sparisce lasciando nello sgomento un’intera comunità paesana, l’ennesimo giovane soldato italiano che immola la propria vita nel compimento del dovere, un sasso di quattordici chili che precipita da una montagna e uccide un turista che transita a bordo della sua vettura e conversa amabilmente con la moglie, un pezzo di diga che crolla, riversando a valle milioni di litri d’acqua del bacino, terrorizzando centinaia di valligiani, la neve che cade fitta per ore e che blocca le strade e la ferrovia, obbligando migliaia di pendolari a stare fuori di casa per decine di ore. Questo è lo spettacolo offerto nello scorcio dell’ultimo 2010.
Il benpensante trema, impaurito, e, piccolo, piccolo, non trova altra soluzione che alzare gli occhi al cielo e pregare quel Dio, onnipotente ed eterno, capace solo lui di rimettere le cose a posto.
Ho da sempre ritenuto molto difficile, e, se accaduto, molto casuale, che l’osannato Onnipotente si occupasse delle cose degli uomini e da Zia Marianna ho tratto esempio ogni qual volta ho ritenuto utile “ costruire un mondo tutto mio”.
Nella crescita, da bambino a giovanotto, poi da uomo, marito e padre tante svelte riflessioni, in numerose occasioni, mi rendevano edotto che, oltre al nido da me costruito, c’era il mondo, quello vero e grande, multifunzionale e multiuso, multietnico e multimediale, con il quale bisognava fare i conti.
In seguito a questa esigenza, la fantasia della quale sono dotato, unita alla razionalità e alla preparazione culturale, ha fatto maturare in me la scelta ideologica della quale sono ancora pervaso, e che si riassume nella piena adesione agli insegnamenti mazziniani e repubblicani.
Sono maturato in un vero e proprio clima di conciliazioni, di compromessi, di rinunce, anche, ma non quelle fondamentali, nel lavoro, nella famiglia e nella società.
Attualmente dico, quando sono coinvolto a dire la mia in questioni di politica, che da almeno tre lustri non mi reco a votare, e che io non appartengo alle fazioni attualmente in voga; non sono ne di questa destra, ne di questo centro, tanto meno di questa sinistra, e taglio corto.
Come faccio a spiegare che ho letto il libro scritto da Melchiorre Gioia sul finire del settecento: “Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità degli italiani”?
Come potranno capirmi coloro i quali, in questa epoca berlusconiana del “Grande Fratello” e de “L’isola dei famosi”, dei tronisti e delle veline, vivono e prosperano, se racconto loro della Repubblica Romana, dei “Doveri dell’Uomo”, del concetto economico “ Capitale e lavoro nelle stesse mani”.?
Non sono concetti obsoleti, grandio! Non lo sono affatto.
Sono solo concetti diversi dalle fondamentali teorie insegnate dai preti e dai professori marxisti; e sono linee guida profondamente differenti dai soggettisti di Mediaset e di Rai, i quali hanno consegnato allo spettatore- utente- consumatore, il microfono e la videocamera, con la scusa di discettare del paese reale, quando insistono nel tallonare i genitori di una giovane vittima, chiedendo loro quale pensiero abbiano, o magari intervistandolo in uno studio provocando il loro dolore e pianto, così aumentando l’audience.
Il Partito Repubblicano Italiano, del quale ho la tessera da qualche tempo, ha delle altre proposte da fare, ma nessuno vuole ascoltare quanto abbiamo da dire, dal momento che non avendo in mano la gestione di alcun potere, non si può dare in cambio ciò che l’italiano vuole con l’atavico istituto della “raccomandazione”.
Il posto di lavoro, gli avanzamenti di carriera e la pensione, sociale sono oggi i cardini su cui appoggia la richiesta dalle famiglie dell’Italia che va in Chiesa, e che vota Bersani, Berlusconi, Casini e Di Pietro; l’esenzione dal servizio militare oggi non è più, ma una volta ci dette modo di crescere; ricordo il vertiginoso aumento degli iscritti, alla mia sezione, delle mamme e dei papà ansiosi del benessere dei propri pargoli ventenni. Erano i primi anni ottanta.
La eliminazione degli Enti Provincia e delle Comunità montane sono una delle battaglie iniziate dall’amico Del Pennino, ma ci sono anche riforme nel mondo del lavoro, del fisco, dell’economia e della scuola.
Interventi profondi relativi all’ambiente, alle fonti energetiche, alla finanza e alle forze armate, sono altri punti su cui il Partito Repubblicano ha un progetto concreto e reale, nell’ambito della tradizione democratica europea, che ci vede impegnati nel ELDR.
Io, nel partito, sono uno tra quelli che auspica la riforma costituzionale della rappresentanza democratica: sono convinto che sarebbe la ricetta vincente: eleggere con sistema proporzionale i membri del Parlamento, chiamati a legiferare, nell’assioma che non è scritto da nessuna parte che sia la maggioranza ad avere le idee migliori, e che più opinioni a confronto portano a migliori decisioni. Una misura urgente da adottare per me sarebbe questa: eliminazione dell’appellativo di “onorevole” per gli eletti, i quali andranno nominati con il titolo di “ deputati”, che meglio rende l’idea della sovranità popolare.
Il potere esecutivo deve essere rappresentato dal Capo dello Stato, eletto con metodo maggioritario direttamente dai cittadini elettori, il quale sarà il leader di un governo a cui spetta la gestione dell’intero paese, le cui periferie istituzionali operano solo per delega.
Infine il problema della gestione della Giustizia. Per dare concretezza all’immagine dei giudici con la Costituzione stretta tra le mani, si dovrebbe proporre la eleggibilità tramite votazioni democratiche di coloro che posseggono i titoli giusti per diventare Giudice, da effettuarsi in un territorio suddiviso per distretti. Questi incarichi, con personalità giuridica, saranno chiamati ad amministrare la giustizia al di fuori da qualsivoglia organizzazione privatistica.
L’altro ramo della Giustizia, quello inquirente, sarà svolto da esperti Procuratori della Repubblica, organizzati su base provinciale, i cui posti andranno a concorso pubblico e gli avanzamenti di carriera regolamentati da una periodicità di controlli sul lavoro svolto.
Ci credete! Per questo inizio d’anno, l’aver vuotato il sacco mi fa sentire meglio e mi fa meglio sperare per l’avvenire prossimo venturo.
Renato Traquandi http://www.sentierirepubblicani.it
L’abbraccio di Visentini si sarebbe potuto concretizzare molto tempo prima se solo i socialdemocratici di Saragat, i socialisti di Silone, i liberali di Croce e di Malagodi, gli azionisti e i repubblicani avessero seguito l’indicazione di Ugo La Malfa affinché nascesse una terza forza alternativa al blocco clericale e a quello comunista. Purtroppo vinse la politica di Nenni che preferì il compagno Stalin.
Di tutti i repubblicani che avete citato, Vi siete dimenticati di Bruno Visentini che sosteneva che un abbraccio (uso Sue parole di tempi purtroppo andati …) tra repubblicani e socialisti da un lato con il PCI avrebbe svincolato molti comunisti dal partito guida, partito padrone, partito classe.
Ed in pratica lo avrebbe laicizzato.
Purtroppo fu una voce isolata in un mare in tempesta che portava irreparabilmente al cattocomunismo dal quale la sinistra italiana ancora non si è liberata.
Di tutti i repubblicani che avete citato, Vi siete dimenticati di Bruno Visentini che sosteneva che un abbraccio (uso Sue parole di tempi purtroppo andati …) tra repubblicani e socialisti da un lato con il PCI avrebbe svincolato molti comunisti dal partito guida, partito padrone, partito classe.
Ed in pratica lo avrebbe laicizzato.
Purtroppo fu una voce isolata in un mare in tempesta che portava irreparabilmente al cattocomunismo dal quale la sinistra italiana ancora non si è liberata.
Ovviamente al mio elenco di generosi combattenti per la libertà si potrebbero aggiungere molti altri nomi: Vincenzo Cuoco, Cavour, Carlo Cattaneo, Giustino Fortunato, Piero Gobetti, Ernesto Rossi e molti altri esponenti della cultura liberale, socialista, azionista, repubblicana, liberalsocialista. Cambiano le sigle ma l’intento è comune a tutti: tentare di inserire l’Italia nel contesto europeo più avanzato e progredito. Impresa ardua ma non per questo impossibile.
Il commento del sig. Orsini per quanto corretto e pienamente condivisibile dal sottoscritto, dice sostanzialmente una cosa che da più di cent’anni qualcuno ripete o meglio urla senza venire per niente ascoltato: chi si ricorda delle battaglie di Gaetano Salvemini, Antonio De Viti De Marco, Carlo Rosselli, Luigi Einaudi, Ugo La Malfa? Cambiano i nomi dei protagonisti ma la sostanza rimane sempre la stessa: il Paese Italia è diviso tra reazionari di destra e di sinistra che sono poi la faccia della stessa medaglia e una sparuta e risibile minoranza di riformatori/riformisti che contano ben poco e finiscono per rintanarsi in una specie di circolo Pickwick della politica. Vox clamantis in deserto…
La macchina si e’ messa in moto il commento di Orsini fa una fotografia chiara di quello che deve essere il nuovo percorso.
Ecco cosa ha fatto (in sintesi) Ugo La Malfa: liberalizzazione degli scambi, politica dei redditi, ha salvato i risparmi di milioni di italiani dalle manovrine occulte di un certo Sindona/Calvi, ha salvaguardato l’autonomia della Banca d’Italia. Giusto per citare qualcosina. Dal 1861 ad oggi l’Italia ha avuto solo tre grandi statisti: Camillo Benso conte di Cavour, Giovanni Giolitti e Ugo La Malfa.
A proposito di “delfino” cresciuto in casa. Giorgio La Malfa ha meritato e ancora oggi meriterebbe la segreteria del Pri, la sua competenza in materia economica è di gran lunga superiore a quella di ogni socialista passato, presente e futuro. Per non parlare del suo alto senso delle istituzioni. Se dipendesse da me il successore naturale del Presidente Napolitano sarebbe Giorgio La Malfa.
Viva il Risorgimento.
Caro Nicola mi sembra un ‘ottima idea e forse l’unica percorribile per iniziare un cammino di democrazia di liberta’ e di vera partecipazione. E’ una cosa complessa difficile che richiede tanti sacrifici pero’ percorribile.
E’ talmente vasta l’area di chi non ama piu’ questo sistema politico che rende possibile anche qualcosa di straordinario.
La nostra e’ una democrazia occidentale senza avere la sostanza dei paesi sviluppati, le persone cominciano ad avere questa consapevolezza e si aspettano un grande cambiamento.
Questo cambiamento non puo’ arrivare da chi riformando puo’ perdere privilegi. Il potere sembra forte solo perche’ qualsiasi iniziativa muore con un piccolo premio.
Il nuovo percorso dovra’ escludere il potente di turno senza piu’ implicaziioni con questo sistema.
L’avrei giurato. Per esperienza so che i repubblicani, pronti a criticare tutto e tutti (e il nome cassandra non l’ho inventato io!), non, sono disposti ad accettare critiche. Dal 1948, in poi sono sempre stati esseri superiori, appunto TESTE D’UOVO. Faceva difatti “stato”, in un certo ceto sociale, dichiararsi repubblicano. Nessuno nega quindi a loro dei meriti: io ho avuto immensa stima per Visentini, erede di Adriano Olivetti, che ha avuto il solo torto di cedere alla tracotanza di De Benedetti. Ma totale disistima per la Cassandra, che ha pontificato, ma non è molto legato a leggi fondamentali dello Stato e che nel dopoguerra, all’unione dei laici, ha preferito costruire un piccolo partito personale, addirittura creandosi il “delfino” in casa.
Caro signore. Se vogliamo andare avanti dobbiamo avere il coraggio di dire PANE AL PANE. E poi costruire.
Noi socialisti, siamo stati da sempre i più criticati di tutti, o perché mangiapreti (DC) o perché ravanelli (PCI) e nessuno, nessuno, ha aiutato la nostra causa, che comune a quella Inglese, tedesca, francese e via via. ha liberato il mondo da tutte le supertizioni. Le Leggi che hanno cambiato l’Italia (in meglio!) portano sempre la firma di illustri (e dimenticati) SOCIALISTI.
Purtroppo devo dire che molta colpa, in questa malandata Repubblica, è anche nostra ed ho l’amaro in bocca per questo.
C’è un po’ di spirito di Bertinoro nell’analisi e nelle risposte di Cariglia ad un problema reale ma che temo di difficile se non impossibile soluzione. Già i cocci socialisti (contaminati fortemente dagli anni del socialismo tricolore, della fuorviante ricostruzione di Pellicani/Craxi sul socialismo di Proudhon da contrapporre a Marx, dal partito degli assessori e dai nani e le ballerine) faticano a rimettersi insieme, proprio perché manca chiarezza su quale socialismo, figuriamoci il solo pensare di mettere assieme socialisti, liberali e repubblicani (a loro volta contaminati dai lunghi anni di vassallaggio democristiano) a quale risultato porterebbe.
Quello che vorrei si realizzasse è invece un nuovo e forte partito socialista, come nel resto del mondo, capace di instaurare un dialogo permanente con le forze laiche residuali del paese, con l’intento che anche esse si rafforzino per garantire un controbilanciamento rispetto all’attuale Italia berlusconizzata, che assomiglia molto ad un paese fascista riveduto e corretto (e corrotto).
Francamente leggere un commento così ingiusto su Ugo La Malfa mi rende a dir poco furente. Ugo La Malfa per cosa o per chi lavorava? Per il comunismo? Ma stiamo scherzando o diciamo sul serio? Ma la storia dell’ Italia repubblicana la conosciamo solo grazie ai libri di Bruno Vespa?
Ugo La Malfa sin dagli anni venti/trenta considerò fallimentare e pericoloso il marxismo-leninismo e ormai superata l’esperienza sovietica (rileggetevi tutte le sue polemiche prima con Togliatti e poi con Giorgio Amendola). Il suo modello di riferimento fu sempre quello britannico o comunque sia dei paesi anglosassoni. Conobbe e frequentò Giovanni Amendola (liberale) che considerò sempre la sua stella polare. Ugo La Malfa fu uno dei fondatori del Partito d’Azione sciolto grazie alle beghe/brighe di un certo Lussu. Molti azionisti furono “costretti” a confluire nel Pri perché all’epoca il panorama politico offriva molto poco per non dire niente. Ugo La Malfa tentò invano di creare una terza forza, alternativa sia alla Dc che al Pci/Psi, insieme a socialdemocratici, azionisti e liberali. Purtroppo la storia andò diversamente.
Questa è la storia in sintesi di Ugo La Malfa, e pregherei qualcuno di avere un pò più di rispetto per la memoria di uno STATISTA che tanto ha dato per questo disgraziato Paese. E tanto poco o per meglio dire niente ha ricevuto.
La verità, caro Nicola, è che i laici non sono mai stati uniti, ma sempre “l’un contro l’altro armati”, ed alla ricerca dell’ombrello protettore. Al di là di tutti i principi affermati. Uno per tutti: Ugo La Malfa: la Cassandra, che prevedeva “l’ineluttabilità del comunismo” (leggi favore al compromesso storico) e lavorava perché ciò accadesse, a scapito del PSI allora emergente. Mi spiace per Baldini che è un caro amico, ma i repubblicani hanno solo e sempre lavorato per se stessi (le teste d’uovo del piccolo partito di massa!), mantenendo, questo sì, un carattere “anarchico” di differenziazione dai socialisti cher pure avevano pezzi importanti del disciolto partito di Giustizia e Libertà, e cercando sempre di essere “trait d’union” tra DC E PCI.
Gli unici che pur con notevoli sforzi, essendo considerati “di destra”, sembrarono crederci, furono i liberali, soprattutto con l’ascesa di Bettino Craxi. ma già i socialdemocratici (il tuo povero fratello queste cose le capiva) non digerivano l’unità dei laici, mentre la sinistra socialista agognava “l’alternativa di sinistra”.
Verità è che ciascuno difendeva la propria nicchia, rifuggiandosi in riferimenti ottocenteschi (Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Cavour. Addirittura Buonarroti!) per sopravvivere e trovare la corrente democristiana di riferimento per lucrare qualche Ministero.
Alla fine siamo diventati talmente liberi che assomigliamo ai CANI RANDAGI, che rimediano a fatica il, pasto quotidiano.
Dovremo al contrario essere molto più umili e, invece di spaccare il capello in quattro, trovare un LEADER credibile, che non sia il cattolico Casini o suo surrogato, con il quale non abbiami nulla in comune, per creare la vera “terza” forza, che sarebbe la prima per idee, programmi, senso dello Stato ecc. e che, proprio dall’attuale confusione, potrebbe godere di un insperato successo politico ed elettorale. Altro che Di Pietro e Grillo! Ma i giovani del dopo “golpe” di Tangentopoli, che ha distrutto totalmente la storia, riusciranno a capirlo?
Cari amici, il personaggio dell’anno in USA, a 23 anni, è circa 10 volte più ricco di Berlusconi, se prendiamo i 10 più ricchi in USA sotto i 25 anni, sono più ricchi di tutta Confindustria nostrana, specialmente finché la Fiat, invece di auto, ci fa spezzatini, ma in realtà gli USA sono in grande crisi ed ormai superati da Cinesi, Indiani, Russi, Messicani e Brasiliani, in tutte le classifiche di ricchezza individuale.
Sarà che sono poverello, ma mi sembra che dovreste considerare anche questo lì a sinistra: Avete vinto, ormai persino Berlusconi, a livello globale è povero, e noi?
Caro Nicola.
Mentre leggevo l’articolo: “La maledizione dei laici…..” ho visto la tua immagine prendere le sembianze
di Giacomo Leopardi e declamare i versi: ” …. Non ti difende Nessun dei tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io”.
Siamo costretti a vivere le stesse amarezze del grande poeta ,perché non ci sono più ideali.
BELL’IDEA, SICURAMENTE NON FACILE DA REALIZZARE. SPECIE IN UN MOMENTO COME QUESTO DOVE TUTTO INVITA ALLA FUGA DALLA POLITICA, PIU’ CHE AD UN RINNOVATO IMPEGNO PER LA COSA PUBBLICA. CHE IL 150NARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA POSSA ILLUMINARCI LA VIA.
Ad Maiora!
Condivido in pieno: abbiamo l’opportunità di unirsi nei principi illuminati del progresso e della tolleranza, della libertà, nel senso dello stato super parte, nell’ educazione. Mancano almeno tre cose fondamentali: la volontà, i soldi, la forza mediatica e poi si può partire.
Enrico Martelloni