
di Paola Morselli*
La Malaysia ha avviato la prima fase del programma di rimpatrio di cittadini del Myanmar, presenti in grandi numeri sul suo territorio in campi di detenzione per migranti. Il primo gruppo comprende 1.476 persone di età tra gli 8 e i 60 anni, per poi arrivare al rimpatrio progressivo di circa 5.000 birmani, nell’ambito di un accordo raggiunto con le autorità di Naypyidaw per facilitare il rientro di persone che si trovano in Malaysia senza uno status migratorio regolare. Secondo il ministero dell’Interno malaysiano, si tratta di persone che hanno acconsentito al rientro e i cui nomi erano stati identificati e trasmessi dal governo birmano. Sulla natura volontaria di questi rientri si concentrano però molte critiche: nonostante Kuala Lumpur abbia presentato il rimpatrio come volontario, ha negato all’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) l’accesso ai rimpatriandi e la possibilità di verificarne la volontà.
Insieme ad altre organizzazioni internazionali e per i diritti umani, l’Onu ha messo in guardia dai rischi legati a eventuali rimpatri in Myanmar, Paese ancora attraversato da un conflitto armato e da una grave crisi umanitaria. La Malaysia, che ospita un’ampia popolazione di rifugiati e richiedenti asilo dall’estero, non ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951 e non riconosce formalmente lo status di rifugiato. Per Kuala Lumpur, il problema non è quindi soltanto come rapportarsi al regime del presidente birmano Min Aung Hlaing, ma anche come gestire una presenza ormai consistente di cittadini del Myanmar – secondo dati dell’Unhcr, i rifugiati e i richiedenti asilo provenienti dal Paese sarebbero circa 215.000, tra cui oltre 126.000 Rohingya, fuggiti in larga parte dalle persecuzioni e dalla repressione. Per questi ultimi, il rimpatrio è particolarmente complesso: in Myanmar i Rohingya non sono formalmente riconosciuti come cittadini e continuano a essere esposti a gravi forme di discriminazione e persecuzione.
A complicare ulteriormente il quadro è il contesto interno birmano, che non offre garanzie di stabilità. Dal 3 aprile scorso il Myanmar ha formalmente un nuovo presidente, Min Aung Hlaing, già capo delle forze armate e leader della giunta che ha preso il potere con il colpo di Stato di febbraio 2021. La sua elezione è arrivata al termine di un lungo processo elettorale svoltosi tra dicembre 2025 e gennaio 2026, dal quale le principali forze di opposizione sono state escluse o non hanno potuto partecipare. L’esercizio elettorale ha quindi formalizzato il passaggio della giunta a un governo formalmente civile, ma i legami con l’apparato militare restano diretti. Nonostante la scarsa trasparenza dell’elezione, Min Aung Hlaing ha intanto intensificato l’attività diplomatica per accreditarsi come leader legittimo, visitando diversi Paesi Asean per riallacciare i rapporti politici ed economici interrotti dal colpo di Stato.
Sul campo, intanto, il conflitto non si è fermato. Le forze armate continuano a combattere contro una molteplicità di gruppi armati etnici e forze di opposizione, mentre il National unity government formato dagli esponenti del governo deposto continua a rappresentare un’unità politica alternativa. Anche i tentativi di avviare negoziati non hanno finora prodotto una cessazione delle ostilità, se non per brevi pause circoscritte.
Tra principi e realtà, le difficoltà di Anwar
Il primo ministro malaysiano Anwar Ibrahim, ex prigioniero politico, si è spesso presentato come difensore dei diritti umani e in passato aveva esortato a fare di più per la condizione dei Rohingya. Sotto la sua guida, la Malaysia ha inoltre mantenuto una posizione particolarmente critica nei confronti della giunta di Min Aung Hlaing, rifiutando assiema agli altri paesi Asean di riconoscerla come governo legittimo del Myanmar. Oggi, però, Kuala Lumpur negozia i rimpatri con quello stesso regime e si prepara a invitare il suo leader in Malaysia, contribuendo così a offrirgli quella legittimità internazionale che i militari cercano da anni.
Su questo equilibrio pesa anche il cambiamento dell’atteggiamento dell’opinione pubblica malaysiana nei confronti dei Rohingya. Per anni la Malaysia, anche per la forte componente musulmana della sua popolazione, aveva mostrato una posizione relativamente solidale nei confronti della minoranza musulmana perseguitata in Myanmar. Tuttavia, pur avendo trovato rifugio dalla persecuzione del governo birmano in Malaysia, la popolazione Rohingya non ha comunque accesso alla cittadinanza del Paese, non può formalmente accedere al mercato del lavoro e i bambini non possono frequentare le scuole statali, così cge la loro istruzione è affidata a centri gestiti o sostenuti dalle ong.
A partire dalla pandemia da Covid-19, la crisi economica e le tensioni legate alla gestione dei migranti hanno alimentato sentimenti più ostili anche verso i Rohingya, accusati di sottrarre posti di lavoro, diffondere il virus e non rispettare le norme locali. Il fenomeno si è riacceso quest’anno, quando sui social sono circolate diverse campagne e notizie false contro la comunità, alimentando vecchi timori sulla loro integrazione e sulla possibilità di ottenere la cittadinanza malaysiana. È tornato così nuovamente centrale il dibattito sulla presenza dei Rohingya nel Paese, portando alla diffusione di una petizione che ne chiedeva l’espulsione. In un contesto in cui il consenso di Anwar non è ai massimi storici e il premier non riesce a consolidare un supporto consistente da parte della popolazione di etnia malese (Malay) – che rappresenta circa il 70% del totale e tra cui si registra una crescente opposizione alla presenza dei Rohingya – Kuala Lumpur deve confrontarsi con un’opinione pubblica sempre più sensibile al tema dell’immigrazione. Mantenere una politica particolarmente aperta nei confronti dei Rohingya comporta quindi costi politici crescenti in un contesto in cui Anwar è tenuto a convocare le prossime elezioni generali entro l’inizio del 2028.
La questione dei rimpatri si inserisce così in un equilibrio sempre più difficile tra la tradizionale solidarietà della Malaysia nei confronti dei Rohingya, le esigenze di controllo dell’immigrazione e le pressioni politiche interne.
Cosa aspetta ai deportati
Ancora prima del raggiungimento dell’accordo tra Malaysia e Myanmar per i rimpatri, le organizzazioni per i diritti umani contestavano a Kuala Lumpur una serie di pratiche nei confronti dei rifugiati ritenute non in linea con il diritto internazionale: espulsioni compiute nonostante i rischi per la protezione dei migranti, respingimenti in mare finiti in tragedia, detenzione a tempo indeterminato e l’assenza di un sistema d’asilo trasparente.
Per i Rohingya il rimpatrio appare quindi ancora meno praticabile. Non essendo riconosciuti come cittadini dal Myanmar, molti non hanno i documenti che consentano un rientro regolare nel Paese. Anche la libertà di movimento è fortemente limitata, considerando che i Rohingya rimasti in Myanmar sono concentrati soprattutto nello Stato di Rakhine, nell’ovest del Paese al confine con il Bangladesh, da cui a partire dal 2017 è partito il principale flusso di fuga della comunità. Ma oggi gran parte del Rakhine è sotto il controllo dell’Arakan Army ed è interessato da combattimenti e bombardamenti dell’esercito centrale. Il paradosso è evidente: proprio l’area verso cui i Rohingya dovrebbero tornare è oggi una delle più instabili del Paese. Solo pochi giorni fa l’esercito del governo centrale ha colpito con un attacco aereo una zona nei pressi di un mercato a Kyauktaw, nel Rakhine, uccidendo almeno 49 persone e ferendone decine. Il rischio per i rimpatriati non è quindi soltanto quello di trovarsi nuovamente in un paese in guerra, ma anche di essere coinvolti direttamente nel conflitto. Tra i pericoli vi è quello del reclutamento forzato, sia da parte dell’esercito sia dei gruppi armati che lo combattono, tra cui l’Arakan Army. La giunta ha attivato nel febbraio 2024 la legge sulla coscrizione militare, che consente di reclutare uomini e donne in età idonea. Nel caso dei Rohingya, il rischio è ancora maggiore: secondo l’Onu, migliaia di uomini e ragazzi Rohingya sono stati reclutati con la forza dall’esercito birmano a partire dal 2024, e anche l’Arakan Army è accusato di pratiche di coscrizione forzata.
E se i rimpatri iniziassero altrove?
La questione dei rimpatri di rifugiati e richiedenti asilo non riguarda solo la Malaysia. Un eventuale proseguimento del suo programma potrebbe creare un precedente per altri paesi che ospitano cittadini del Myanmar, soprattutto quelli della regione. Ad esempio, il Bangladesh tratta da anni con il governo centrale birmano per il ritorno dei Rohingya, presenti nel Paese in percentuale molto più numerosa che in Malaysia, ma finora senza trovare una risoluzione vista anche l’assenza di condizioni per rimpatri sicuri, volontari e sostenibili.
È in questo clima di tensione che si intravede un cambiamento più ampio nella diplomazia regionale. Il Consenso in cinque punti di Asean, adottato nell’aprile 2021 pochi mesi dopo il colpo di Stato in Myanmar, doveva rappresentare la risposta comune dell’organizzazione alla crisi. Il documento prevedeva cinque passaggi: la cessazione immediata delle violenze, l’avvio di un dialogo tra tutte le parti, la nomina di un inviato speciale Asean incaricato di facilitare il dialogo, la fornitura di assistenza umanitaria, e la visita di un inviato e di una delegazione per incontrare tutte le parti coinvolte nel conflitto. Il piano, però, non ha prodotto finora una soluzione alla crisi e la stessa Asean ha più volte riconosciuto la mancanza di progressi sostanziali. Intanto, però, i Paesi vicini subiscono direttamente le conseguenze della guerra civile in Myanmar: rifugiati, instabilità lungo i confini, traffici e commerci compromessi. Questa pressione spinge quindi i governi della regione a cercare intese più pragmatiche e circoscritte, anche in assenza di una soluzione politica complessiva e congiunta. L’iniziativa malaysiana potrebbe indicare proprio questo passaggio, cioè quello da quadri diplomatici regionali più ampi alla contrattazione su singoli dossier, approccio che potrebbe estendersi agli altri governi regionali: la Thailandia ha interessi legati a confini, energia e commercio; il Bangladesh al rimpatrio dei Rohingya; mentre il Myanmar cerca investimenti e un ritorno alla normalità dei rapporti regionali. Il rischio è però che la ricerca di soluzioni concrete nell’immediato finisca per procedere più velocemente della risoluzione delle condizioni che hanno generato la crisi.
Paola Morselli
*Istituto Ispi

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