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La lirica e i teatri visti con gli occhi di un cantante non protagonista Intervista ad Alessandro Ceccarini

Cerchiamo con questa prima intervista di conoscere meglio il mondo dei “non protagonisti”, riduttivamente chiamati comprimari anche quando, invece, sono motore di alcuni momenti più significativi dell’opera.

di Stefano Mecenate | 29 Luglio 2019

Finora abbiamo riservato le nostre interviste ai protagonisti principali delle opere in cartellone. Il loro ruolo, la loro carriera, la fama che li precede sono stati motivi sufficienti per conoscerli meglio ed analizzare con loro il mondo della lirica.

Ma accanto a loro cantano molti altri “non protagonisti”: figure a contorno delle parti principali, talvolta come nella prosa presenti con una sola battuta, talaltra, invece, preziose spalle dei personaggi principali.

Cerchiamo con questa prima intervista di conoscere meglio il mondo dei “non protagonisti”, riduttivamente chiamati comprimari anche quando, invece, sono motore di alcuni momenti più significativi dell’opera.

Basso, figlio d’arte (suo padre è il baritono Giancarlo Ceccarini che ha calcato i maggiori teatri nazionali ed internazionali con ruoli di prestigio accanto ai più grandi nomi della lirica mondiale), Alessandro Ceccarini ha debuttato a soli 23 anni in Sparafucile nel Rigoletto di Verdi, e da anni svolge la sua attività di solista nel mondo della lirica.

Ha cantato in numerosi teatri e importanti sale da concerto italiane e all’estero: Festival Puccini di Torre del Lago, Firenze, Livorno, Pisa, Lucca, Palermo, Roma, Torino, Genova, Rovigo, Casale Monferrato, Assisi, Perugia, Ancona, Loreto, Carrara, Piacenza, La Spezia, Prato, Savonlinna Opera Festival, Konstanz e in numerosi altri centri della Toscana. Nel 2016 è risultato tra i vincitori del Concorso per ruoli d’opera di O.M.E.G.A. Firenze, aggiudicandosi il ruolo del Dottor Grenvil nella Traviata presso il Teatro del Popolo di Castelfiorentino, nel 2018 ha partecipato alla Mascagni Operastudio 2018 e ha vinto l’Operastudio LTL 2018/2019 per ruoli d’opera ne “La Bohème” di Puccini.

E’ stato il basso solista nella prima esecuzione in epoca moderna della Messa da Morti (1770) eseguita nel 2015 a Firenze presso la Basilica della SS. Annunziata di Firenze e la Chiesa di Ognissanti,

Accademico di Marina dei Cavalieri di Santo Stefano, ha partecipato a numerose iniziative benefiche, tra le quali: 30 Ore per la Vita (in Piazza della Signoria a Firenze), concerti di raccolta fondi per la Fondazione ARPA, l’AGBALT, Associazione ARCO, l’IRPUE e concerti organizzati in collaborazione con importanti sodalizi quali: il Kiwanis Club, il Rotary Club, l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano e il Lions Club.

– Un cantante “non protagonista” ha comunque un ruolo fondamentale nell’equilibrio di un’opera ma spesso questo non viene sufficientemente considerato. Può raccontarci la sua esperienza nelle molte produzioni a cui ha partecipato?

​Innanzi tutto mi preme ringraziare per l’attenzione e l’opportunità di questa intervista. Mi sento ormai a casa al Festival Puccini e mi sento onorato di farne parte. 

Ho iniziato il mio percorso artistico in ruoli principali in alcuni piccoli teatri della Toscana e sono approdato in teatri più importanti ed Enti grazie a ruoli secondari e di carattere, mantenendo sempre una “volontà artistica”, dedito ai ruoli che mi si presentavano sempre con grande curiosità e passione, siano stati essi piccoli, medi o più impegnativi.

L’anno scorso ho avuto l’onore e il piacere di celebrare il centenario del Trittico di Puccini nel ruolo di Ser Amantio di Nicolao a fianco di un grande artista come Bruno De Simone, personalità insigne del nostro panorama lirico italiano, e giovani emergenti che stanno facendo una bella carriera come il soprano Elisabetta Zizzo. 

L’esperienza Gianni Schicchi, sempre a Torre del Lago, l’ho ripetuta a dicembre in occasione della consegna al grande soprano Angela Gheorghiu del Premio Puccini nella 47° edizione, dove ho interpretato oltre al Ser Amantio anche il Maestro Spinelloccio, divertendomi nella stessa opera a creare due ruoli di personalità e vocalità diversissima. 

Attendo con ansia di cantare insieme alla Gheorghiu nelle prossime recite di Bohème il 3 e 10 agosto al Festival Puccini ancora nei panni di Alcindoro.

Parlando dei ruoli non protagonisti, beh… come diceva giustamente il mio amico Sergio Licursi, ed è una cosa che in teatro più volte si afferma, “Non esistono piccoli ruoli, esistono solo piccoli artisti”, ed è la sacrosanta verità. Non mi considero né un piccolo, né un grande artista, ma certo se la propria attitudine allo spettacolo si mette bene a fuoco, si può ugualmente emergere e dare il meglio al nostro pubblico. 

Certo, se un artista ha qualità deve ambire, fin quando è giovane o comunque consapevole di poter avere ancora maggiore validità, a traguardi più alti; ad un certo punto del suo percorso artistico ha il dovere di interrompere le esperienze marginali e, studiando alacremente, puntare a palcoscenici e ruoli di impegno maggiore e di maggiore visibilità. La voce è un dono e il talento non va mai sprecatocome purtroppo accade tra molti giovani promesse.

Cantare con grandi maestri e accanto a grandi artisti come Dimitra Theodossiou, Maria Ghuleghina, Rachele Stanisci, Donata D’Annunzio Lombardi, Hui He, Zoran Todorovich, Alberto Gazale, Svetlana Kasyan, e molti altri con cui ho già avuto l’onore di cantare,ti cambia qualcosa dentro: ti mette alla prova, ti sveglia e ti stimola a dare il meglio di te.

Mi rivedo quando, studentello, sognavo di duettarci insieme pensandoche un giorno avrei potuto condividere lo stesso palcoscenico: tappe di crescita che fanno parte di un bagaglio artistico direi indispensabileper maturare e vivere da vero professionista questa stupenda professione fatta di passione ma anche di disciplina, studio e sacrifici. 

– Il rapporto con il regista può essere fondamentale nella caratterizzazione del personaggi, ma quanto di suo ci può aggiungere per renderlo più vicino alla sua sensibilità?

​Il ruolo del regista ha spesso preso il sopravvento negli spettacoli del teatro lirico, talvolta in netta difformità con il testo del libretto e della partitura, ma questi arbitri vengono venduti come genialità, colpi di scena che, alla fine, possono risultare inutili o addirittura dannosi. 

I grandi compositori hanno già scritto tutto, sarebbe sufficiente andare a leggere quello che vogliono nello spartito, e adattarlo alle sensibilità dei cantanti del cast a disposizione. Ritengo anche che, qualora mancassero nel cast valori artistici sufficienti, sarebbe un errore ricorrere a esagerazioni per coprire le nullità: è una pratica del teatro sempre più spesso perseguita, ed è davvero difficile esprimere un parere difforme da quello del regista. 

Durante le prove, possiamo suggerire alternative o solo indicare dei movimenti scenici o delle letture del personaggio che ci sono più affini ma spesso è un muro di gomma quello che ci troviamo davanti e, in quanto scritturati, siamo obbligati ad attenerci alle direttive che ci vengono date. Sta alla nostra “bravura” convivere con queste e dar comunque modo al pubblico di apprezzarci per ciò che vogliamo essere e raccontare.

– Vocalmente parlando, questi ruoli da “non protagonista” sono spesso impegnativi: come prepara i personaggi che si trova ad interpretare? Quale lezione si può cogliere dai grandi “non protagonisti” del passato?

​Molti ruoli non protagonisti, definiti nel teatro “comprimari”, sono sicuramente molto impegnativi. Vocalmente è necessaria spesso una vocalità pronta, ben presente, una voce proiettata e buona musicalità. Ad esempio, un ruolo importante ma non protagonista come il Comandante di Marina nella Manon Lescaut ha effettivamente poche battute, ma tutto l’atto si risolve con la sua celebre frase che termina con un fortissimo dell’orchestra “Ah! Popolar le Americhe giovinotto desiate? Ebben.. ebben…. sia pur! Via, mozzo, v’affrettate!”. Penso sia stata la cosa più difficile che ho cantato (ahahah) perché davvero di impatto. Una vocalità che è attribuita da Puccini al basso, che però richiede sicuramente una voce potente e pronta, è una vera e propria sfida per un giovane basso che si cimenta in un teatro. Cantare infatti “a gola fredda” richiede… sangue freddo

Ma, solo per citare altri personaggi solo apparentemente “non protagonisti” potrei dire del Principe Yamadori o dello zio Bonzo nella Butterfly, ruoli che ho interpretato e che, pur nella loro brevità, costituiscono elementi cogenti della storia.

– Quest’anno, al Festival Puccini è impegnato in due opere, Fanciulla del West e Bohème: nella prima veste i panni di Billy Jackrabbit, nella seconda quelli di Alcindoro: al di là di come il due registi hanno deciso di rappresentarli, come li vedrebbe lei potesse scegliere di rappresentarli a suo gusto?

​In primo luogo devo dire che sono assolutamente due ruoli di carattere che adoro, in particolare Billy che ho visto sempre come un personaggio da film, un po’ trasognato; ha il duettino all’inizio del secondo atto con la Wowkle che è un breve anfratto di familiarità inserito in un turbine di neve e colpi di pistola, un ruolo che ricordo essere stato interpretato anche da grandi bassi come Paolo Washington. La guida del grande maestro Renzo Giacchieri mi è stata decisamente utile e lo ringrazio per i suoi preziosi consigli, come ringrazio il M° Alberto Veronesi e la direzione del Festival Puccini per avermi dato fiducia anche quest’anno.

L’amore con “il non decrepito”, secondo me, Alcindoro è nato a Palermo, con l’esperienza che feci due anni fa allo Spasimo, con la regia di Alberto Gazale e la direzione del maestro Sergio Oliva. 

L’ho rincontrato con grande successo, unitamente a Benoit, nella Bohème di Opera Studio 2018/2019 LTL che ho vinto e che ho avuto modo di approfondire con la splendida guida del M° Gianna Fratta e il regista Joao Carvallo Aboim. 

Insomma ormai fa parte del mio bagaglio di ruoli artistici, maschere che mi sto cucendo addosso, adattando, quando possibile, e adeguando al mio fisico attuale. Anche con il regista Alfonso Signorini ho lavorato benissimo, una persona molto speciale di grande umanità, che sa riconoscere il talento.

Alcindoro è uno degli ultimi personaggi seri inseriti in un contesto buffo di tutto il repertorio: piano piano la commedia dell’arte è scomparsa, mutandosi in farsa grottesca, gioco vocale. Adoro Alcindoro per questo, perché è il più moderno delle maschere, è il meno decrepito dei vecchi, è il motore musicale e scenico di una delle scene più belle dell’intero melodramma com’è il secondo atto della Boheme. Grazie a Puccini per tutto questo.

– Con la scarsità di tempi a disposizione, l’allestimento di un’opera non ha più molte prove e spesso queste vengono impiegate dando più spazio ai protagonisti: anche lei ha vissuto questa esperienza? Come vive un “non protagonista” la nascita di un nuovo allestimento di un’opera?

​L’opera è lo spettacolo più impegnativo che esista, richiede mille attenzioni, valori in campo assoluti che spesso vengono adeguati alle esiguità del tempo e degli spazi; non succede, ahimè, mai il contrario, cioè valorizzare tutto il valorizzabile. Solo nei grandi teatri o all’estero si tende a disporre giorni per la formazione dei vari personaggi, ma questioni di budget rendono tutto molto difficile. 

Il pubblico si accorge delle piccole o grandi imprecisioni, della poca attitudine al ruolo: il famoso “non so che fare”, in scena diventa macroscopico sotto i riflettori. 

Agli spettatori dobbiamo tutto il nostro rispetto, ma anche ai compositori che hanno inciso le tavole su cui ci muoviamo, cioè le partiture con annesse note di “messa in scena”: le loro volontà devono, o dovrebbero essere un  imprescindibile punto di partenza per chi allestisce un’opera. Invece discrezionalità e pressapochismo diventano “abitudine” e il bello nella sua espressione più alta ed ampia si perde in una mediocrità che rischia di non essere più percepita.

– Accanto a lei, qui a Torre del Lago ma certamente anche in altri teatri, ci sono sempre più cantanti stranieri: non esiste più una scuola italiana di eccellenza o sono altri a suo avviso i motivi che privilegiano cantanti stranieri a quelli italiani?

​Da italiano, ma anche cittadino del mondo, devo dire ben vengano gli scambi culturali, specie se paritari. Anche nella lirica si sta assistendo a una globalizzazione, un incrocio sempre più importante di culture e mondi anche diametralmente opposti. 

Il male sta nel fatto che sempre più spesso noi italiani, che dovremmo essere “quelli che ne sanno di più”, demandiamo la nostra posizione di testimoni e protagonisti del melodramma per interessi che con i valori artistici non hanno nulla a che vedere. 

La lirica è fatta di valori assoluti: o si è o non si è, indipendentemente da dove si provenga. Percorsi facilitati non ci devono essere né tantomeno spartizioni o “favori”, chi merita ha diritto a stare sul palcoscenico chi non ha meriti può cercare un’altra modalità di esprimere le proprie velleità artistiche.

Qui al Festival Puccini ci sono artisti internazionali di assoluto rilievo che hanno dato un significativo contributo all’arte del canto. Chi spera di far carriera puntando su altre doti che non siano quelle canore, certamente si perderà come avvenuto in passato per centinaia e centinaia di cantanti. 

Dispiace solo che seri professionisti siano costretti a stare al palo per lasciar posto a queste “meteore” che salgono alla ribalta per motivi diversi dalle loro capacità vocali e interpretative e poi si dimostrano palesemente inadatte. Un ritorno al sistema “meritocratico” non farebbe male né alla musica né ai teatri: il pubblico ne guadagnerebbe in ascolti e in allestimenti e coloro che davvero dedicano la loro vita alla musica troverebbero attenzione e riconoscimento.

Un’altra cosa vorrei tornasse in auge: l’amicizia e la collaborazione, cose “d’altri tempi” che però creerebbero oggi le basi per un diverso modo di interagire, più trasparente, più “vero”, più onesto.

– Quali “protagonisti” vorrebbe interpretare se le fosse data la possibilità? quali sono i personaggi a lei più cari del melodramma europeo?

​Con la mia insegnante, Donata D’Annunzio Lombardi, sto affrontando il repertorio di basso cantabile, rivedendo alcuni ruoli che ho interpretato in più giovane età come Raimondo della Lucia, Ferrando del Trovatore, il Re nell’Aida, e affrontando ruoli di maggiore spessore come Fiesco del Simon Boccanegra, ruolo che ho debuttato con il Teatro Carlo Felice di Genova nella Stagione Young nello spettacolo “La Taverna del Doge”, di cui mi sono perdutamente innamorato e grazie al quale ho scoperto una vocalità che credevo di non avere. 

Sto altresì affrontando arie e ruoli di maggior impegno. Certo, oltre al Fiesco del Simone, mi piacerebbe reinterpretare Ramfis in Aida, ruolo che ho debuttato al Teatro Verdi di Montecatini in forma di semiscenica. Altro ruolo che vorrei interpretare è Mephistopheles del Faust di Gounod, e tutti i colleghi “diavoletti” fino arrivare al monumentale Mefistofele di Boito. Sognando e comunque sempre studiando si arriva lontano, basta non avere fretta e bruciare le tappe.

La maturazione di un basso, del resto, avviene oltre i trent’anni. Non c’è da meravigliarsi, serve solo studiare ed essere consapevoli, senza abbandonare quella verve che mi fa divertire e diverte il mio pubblico quando caratterizzo ruoli come Don Pasquale, Mustafà nell’Italiana in Algeri, ma anche Don Geronio del Turco in Italia, Leporello del Don Giovanni, monumenti di genialità a cui bisogna approcciarsi comunque con una vocalità piena e ben registrata, mai per ripiego. Sarebbe da cattivi artisti. 

Altro ruolo che mi piacerebbe reinterpretare è il Ficcanaso del Convitato di Pietra di Pacini, a cui ho dato vita l’anno scorso per il Festival Puccini alla Villa Paolina di Viareggio, opera che mi ha dato una grande soddisfazione e l’opportunità di lavorare con un bravissimo regista come Giandomenico Vaccari.

– Molti “non protagonisti” avrebbero, come lei, i requisiti per cantare da protagonisti: quali secondo lei le cause che rendono difficile questo passaggio? La mancanza di teatri di provincia può essere un motivo che rende più difficile questa “promozione”? E se sì, perché non sfruttare i tantissimi teatri che abbiamo anche in Toscana per realizzare produzioni destinate alla promozione delle belle voci?

​Sarebbe bello avere il supporto dei teatri dove si è nati, muovere i primi passi li dove si è vista la prima luce di un riflettore e non dover cercare altri lidi, se pure vicini, dove trovare un nido sicuro dove crescere. Purtroppo per me non è stato così, però ho ugualmente intrapreso l’arte del bel canto. Grazie a scelte di impresa e di direttori artistici illuminati, attenti anche a piccole produzioni per giovani cantanti, che sono giunti dopo che avevo diciamo ormai “rotto il ghiaccio”, ho notato che il nostro territorio si è vitalizzato di eventi, incontri musicali, è nato una sorta di tessuto lirico che da sicuramente la possibilità ai giovani cantanti di potersi esprimere. Direi che molti cantanti sono giovani di età, alcuni lo sono più di spirito, ma comunque diciamo giovani in generale. 

L’eccellenza è quella che paga sempre, quindi invito i miei colleghi a non farsi “comprare” da facili partecipazioni, tanto per debuttare il ruolo, perché non danno poi la giusta risposta né artisticamente né come promozione. Tutti ci siamo passati, ma bisogna anche arrivare al momento di dire basta. Meglio meno ma fatto bene e con le dovute prescrizioni professionali. Tutto è utile per cominciare, ma poi bisogna scegliere la professionalità. 

I teatri toscani si dovrebbero unire più per creare, a mio avviso, un unico grande cartellone di spettacoli, dato che molti centri si possono raggiungere in poco tempo con autostrade e ferrovie, magari proponendo ai turisti e agli appassionati una vera e propria maxi proposta che dura tutto l’anno. Inspiegabile la competizione tra teatri, auspicabile una condivisione di date e una mega promozione nel mondo degli spettacoli, che spesso sono molto interessanti e, come succede ad esempio a Pisa, vengono proposti titoli ricercati. Oltre ai teatri arricchire il grande programma anche con la programmazione dei concerti che in tutta la Toscana vengono offerti durante tutto l’anno. In questo certamente potrebbero avere spazio progetti scuola, veri spettacoli promozionali a cui giovani del territorio potrebbero partecipare e, finendo sopra a un illustre cartellone, essere notevolmente valorizzati. Tutto questo sarebbe quasi a costo zero, se non riservare qualche guadagno in quanto a ritorno di immagine e pubblicità. 

– Dopo Torre del Lago quali altri impegni l’aspettano?

​Finita la produzione di Bohème prenderò parte il 20 agosto ai concerti di Villa Paolina a Viareggio, sempre per il Festival, interpretando il ruolo di Gualtiero Churchill nella selezione della rarissima opera di Pacini “Maria Regina d’Inghilterra”che verrà rappresentata per la prima volta in epoca moderna in Italia. Si contano infatti due sole esecuzioni moderna per Opera Rara e niente più. Sarà un onore interpretare le pagine così rare e ricercate di questa opera, la dove Pacini ha vissuto e dove si respira ancora quel senso ottocentesco conservato nelle belle strutture della villa. Sempre in agosto sarò il Dottor Grenvil in Traviata a Montecatini Terme e a novembre Alcindoro, unitamente a Benoit nella bella Svizzera dove ritorno sempre molto volentieri a cantare. A dicembre poi a Pisa il consueto concerto per il Premio Nazionale Letterario Pisa e altri impegni di carattere musicologico che spero presto vedano la luce.

  • Livorno, Marzo2019 nella foto: Madama Butterfly Photo Augusto Bizzi

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: aida, anni, bohème, centenario, chiesa, comandante, concerti, disposizione, espressione, estero, festival puccini, figlio, firenze, genova, giovani, globalizzazione, intervista, italia, livorno, lucca, madama butterfly, mondo, nato, palermo, personaggi

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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