
Irrefrenabili, arrivano i commenti del dopo voto.
Si parte da “Flop referendum”, probabilmente il commento più utilizzato. Calca la mano La Russa con “Il campo largo è morto”. Non manca la firma di Salvini con “Italiani bocciano la cittadinanza regalata”. Arriva l’elegante selfie, con un raggiante sorriso di Giorgia Meloni, da leader di FdI dimentica di essere la Presidente del Consiglio, in risposta alla più contenuta dichiarazione della Schlein “Più voti che per Meloni”.
In chiusura non poteva mancare la reazione del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, evidentemente terrorizzato e sollevato per lo scampato pericolo, che ha fatto confezionare la più goffa proposta di legge di questa legislatura, per rendere più difficile presentare il referendum: Tajani vuole raddoppiare le firme necessarie, da 500 mila a 1 milione.
Il fatto commentato è lo stesso, ma le dichiarazioni somigliano agli eccessi che dividono sempre gli organizzatori di una grande manifestazione di Piazza e la immancabile precisazione “della Questura”: per gli organizzatori 500 mila persone in Piazza, per la Questura 40-50 mila al massimo.
Insomma uno spettacolo con due costanti.
La prima che vede il centro destra infastidito dal voto referendario, nei cui confronti manifesta visibile ostilità, ma sempre unito e coeso.
La seconda costante, che si manifesta anche in questa circostanza, è la propensione alla divisione nel campo progressista.
Divisione che si alimenta già a partire dalla competizione tra organizzazioni sindacali e che cresce di intensità fino a raggiungere il suo apice, con toni sprezzanti, negli “strati moderati” del centro-sinistra.
Ed è proprio li che si gioca la partita elettorale e politica delle prossime elezioni: dentro il campo del centro-sinistra.
Forzando, non di poco, il termine “riformista”, c’è tutta un’area del cosiddetto campo largo, a partire dal PD fino ad Azione, che non sembra aver sofferto per il mancato raggiungimento del quorum. C’è anche chi, non riuscendo a spostare lo sguardo dallo specchietto retrovisore affascinato da un passato, oramai lontano e diverso, agita erroneamente l’esperienza di Craxi come una clava per bollare di “massimalismo” l’appoggio al referendum della Cgil. Se siamo ancora al “massimalismo vs. riformismo”, la sinistra non avrà futuro.
Insomma ognuno “vuol menar l’acqua al suo mulino e lasciar secco quello del vicino”, ma senza rendersi ben conto delle conseguenze.
Con minore fretta, bisognerebbe riflettere sul referendum, il quorum e la dinamica di un voto come questo.
Da anni gli elettori manifestano apatia nel recarsi alle urne in tutte le competizioni elettorali, con una differenza: alle elezioni politiche ci sono numerosi candidati che si contendono un ruolo istituzionale, mentre nei referendum non c’è la contesa del potere tra candidati.
Nel referendum manca la spinta del candidato consigliere comunale, consigliere regionale, parlamentare che scende in campagna elettorale, che investe denaro, utilizza le sue relazioni, applica strategie, sostenuto da una rete, un gruppo personale e/o politico, con la potenza di fuoco delle televisioni, quasi completamente assenti nella campagna referendaria.
In assenza di una interessata spinta al voto dei candidati, l’argomento contenuto nei quesiti referendari rappresentava una genuina offerta politica, su temi sociali rilevanti, giusti o sbagliati, ma rilevanti.
Si sono scomodate più di 14 milioni di persone per chiedere un cambiamento sul tema della precarietà del lavoro; il 30% degli aventi diritto al voto.
Più di 14 milioni di italiani che esprimono “una domanda politica” e che “cercano un’offerta” politica. 14 milioni di persone che non sono state strattonate per arrivare nella cabina elettorale dai candidati.
14 milioni di persone che vanno ringraziate perché sono state mosse solamente dalla loro sensibilità.
Se si osserva questo dato calato in ognuno dei piccoli comuni italiani si può vedere la mappa di un tesoro, la fotografia di un elettorato “rilevante”, con una marcata sensibilità politica, alla ricerca di interpreti appropriati, dirigenti politici spesso distratti dalla sterile contrapposizione che tende a banalizzare il confronto tra vincitori e sconfitti.
Servono interpreti all’altezza, in grado di creare un competitivo spirito di coesione dell’area progressista, partendo proprio da questa domanda di politica, non demonizzandola.
Una coalizione plurale, ampia, competitiva, capace di interpretare questa pessima legge elettorale che il Parlamento continua colpevolmente ad mantenere e che costringe alle grandi coalizioni.
Coloro che si auto-assegnano il ruolo di riformisti, come Calenda, dovrebbero ridimensionare il livello di polemos che non mancano di allenare, aiutando a costruire un’offerta alternativa alla destra nazionalista.
Una grande coalizione progressista costruita su punti programmatici convergenti.
Questo chiedono gli Italiani, a partire da quei 14 milioni che andando a votare hanno dato una lezione civica al Paese, lezione che nessuno vuole ascoltare.
Livio Valvano
(Direttore responsabile “Avanti Online”)

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