Dopo decenni di sbandamento in questa torrida domenica di fine giugno si decide la grande storia d’Italia e non solo la sua per il ruolo che il Paese ha e sempre più dovrà avere in un’Europa non da “riverniciare” ma da ricostruire “ab imis fundamentis”. Oggi si decide con il voto e/o con l’ astensione motivata, che ormai è a sua volta un pronunciamento politico, proprio perché, a differenza che nei regimi totalitari, l’affluenza alle urne non è più obbligatoria. Se il “mercato” politico-amministrativo offre solo merce scadente, è lecito voltargli le spalle. In molti casi, però, la proposta è chiara: voltare pagina con decenni di malgoverno fazioso, basato sulla “spartizione della torta”, che ha depresso città un tempo gloriose e ammorba Roma e Torino. E’ il caso di Genova, oggi al centro dell’attenzione nazionale, con un ventaglio di altre città simbolo (La Spezia, Alessandria, Parma, Como, Padova, …).
A far da guida per capire la posta in gioco sono molti libri presentati al Premio Acqui Storia, inanellati da tre requisiti fondamentali.
In primo luogo, propongono l’inquadramento delle cronache politiche quotidiane in una visione della storia istituzionale. Sin dall’Unità nazionale, nel remoto 1861, la politica è stata scandita da elezioni generali e amministrative. Lo scrissero Ullrich per le elezioni di Roma nel 1913 e Massimo L. Salvadori per le suppletive di Torino del 1914. Lo ripete Marco De Nicolò in “L’ultimo anno di una pace incerta. Roma, 1914-1915” (Le Monnier). La piazza facinorosa oscurò le “masse”. I sedicenti “intellettuali”, che affollavano i caffè politico-letterari delle aree nevralgiche delle città, misero in scacco le moltitudini di quanti campavano di duro lavoro e magri salari e la maggioranza della borghesia, pacifista per vocazione.
Anche dal 1948 a oggi la “politica” rinvia le decisioni da uno all’altro pur minimo appuntamento elettorale. Il dottor Matteo Renzi da sette mesi spera che di chiacchiera in chiacchiera venga dimenticata la batosta infilittagli al referendum del 4 dicembre 2016.
Perciò, appunto, in questa tornata di elezioni amministrative ogni voto pesa tre volte: per chi vota per la coalizione di centro-destra, cioè il futuro; per chi vota per la palude; e per chi non vota.
Ma così già era dieci anni dopo l’avvento della Repubblica, vittoriosa col modesto consenso del 42% degli aventi diritto al voto. Lo si comprende meglio attraverso le biografie, un genere a lungo in disuso quando dominavano le “folle”, il determinismo falso-hegeliano e gli elenchi della più insignificante associazione rivoluzionaria prevalevano sugli alberi dinastici delle case regnanti. Ora le biografie tornano quale cartina di tornasole della grande storia. Lo prova l’eccellente volume su Antonio Segni di Salvatore Mura (ed. il Mulino), premessa, speriamo, per una biografia di Giovanni Leone, il Presidente tuttora misconosciuto per lo squallido linciaggio riservatogli da certi“salotti”, fetidi “sifoni” della “piazza” d’un tempo. Altrettanto vale per la biografia di Aldo Moro, scritta da Roberto Formigoni, e per quella di Benedetto XVI di Elio Guerriero (Mondadori), opera che farà da breviario per cogliere la dualità dei due Papati: la Dottrina da un canto, “arena sine calce” dall’altro.
Il terzo motivo ispiratore delle opere candiate al Premio Aqcui Storia è il ritorno ai Grandi Scenari. Ne sono esempio tre opere finaliste, diversissime e tutte emblematiche. “Ribelli d’Italia” di Paolo Buchignani (ed.Marsilio) ripercorre il filo conduttore di “rivoluzionari” che anteposero le proprie fisime al corso reale della storia: insoddisfatti perenni, delusi, auto-emarginati,…Uno dei loro più insigni esponenti, Gabriele d’Annunzio, vi compare appena tre volte, mentre Julius Evola percorre interi capitoli. Con la differenza, va detto sul piano della storia fattuale, che d’Annunzio “fece” (ognuno dirà se male o bene), mentre Evola scrisse e “sussurrò” (un Maestro, come da decenni ricorda il suo maggior studioso, Gianfranco De Turris). In “Il Mondo nuovo” (Le Monnier) Marco Cuzzi documenta il percorso contraddittorio e infine autolesionistico della massoneria durante la Grande Guerra: avanguardia dell’interventismo, vittima del nazionalismo e poi del fascismo. Ma è soprattutto “Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta” di Hubert Heyriès (il Mulino) a indicare la via: collocare le vicende belliche “locali” nel quadro europeo e planetario. Mentre italiani e austriaci si battevano nella pianura padana, le Grandi Potenze si spartivano il mondo. Malgrado Custoza (uno scontro dall’esito incerto) e lo scacco nella battaglia navale di Lissa, il regno d’Italia, con Vittorio Emanuele II, acquisì Mantova, Venezia e le sue province. Intanto, però, la Francia si consolidava nella Cocincina, la Gran Bretagna avanzava ovunque e gli Stati Uniti, fatto fucilare a Queretaro lo sventurato Massimiliano d’Asburgo, imperatore del Messico, si accingevano all’espansione verso l’Asia Orientale. Da dieci anni avevano forzato i porti del Giappone.
La Grande Storia è la lezione di cui v’è bisogno giorno dopo giorno per capire l’importanza dei piccoli gesti, quel “senso dello Stato” che ogni cittadino deve vivere per sé e per gli altri, per dare corpo alla Comunità nazionale, che vien prima della Costituzione stessa perché affonda radici nella millenaria civiltà italo-italiana.
Perciò anche il “piccolo gesto” di recarsi alle urne in una torrida domenica di fine giugno o dire ad alta voce perché non lo si fa è il modo di saldare il presente con l’Italia costruita a fatica da un secolo e mezzo e ancora in cerca di unità. Non ha bisogno di “trasfusioni” etnico-demografiche artificiosamente inseguite per calcoli elettorali. Ha urgenza di ritrovare se stessa mentre l’ “Europa” è sempre più remota e il Mediterraneo è sempre più incandescente.
Oggi ogni voto peserà per tre… Si vota per la Grande Storia.
Aldo A. Mola

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