
Fino a pochi anni fa nessuno voleva fare il Segretario generale della NATO. Era un incarico marginale, privo di vero potere e di scarsa attrattiva politica. Oggi è diventato uno dei ruoli più esposti e ambiti d’Europa. Non perché il mondo sia più sicuro, ma perché la guerra è tornata a essere centrale. Mark Rutte, ex premier olandese, incarna perfettamente questa trasformazione. Sempre presente ai vertici, sempre davanti alle telecamere, sempre pronto a rilanciare l’allarme. Il Segretario generale non parla di pace, ma di minacce. Non raffredda i toni, li alza. Non cerca spiragli, li chiude. È il volto istituzionale di una narrazione che ha bisogno del conflitto per legittimarsi. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina l’idea di una guerra tra NATO e Russia era considerata propaganda da guerra fredda. Oggi è diventata linguaggio quotidiano nonostante manchino prove concrete di un’aggressione imminente all’Europa. A meno di sostenere che 150 milioni di russi, classe dirigente compresa, abbiano improvvisamente smarrito ogni razionalità. Putin sarà autoritario e cinico, ma non è suicida. Tantomeno stupido.
Perché mai dovrebbe distruggere l’Unione Europea, il più grande mercato del mondo, una gallina dalle uova d’oro da 500 milioni di cittadini tra i più ricchi e istruiti del pianeta. La verità è più scomoda. Il sistema economico globale è in affanno. Le decine di conflitti in corso tengono in moto una macchina che procede ormai per inerzia. Le grandi guerre e le pandemie hanno solo rimandato il problema. Quando il modello scricchiola, la guerra torna utile. Azzera, rimescola, ridefinisce. Anche l’ipotesi di un’escalation nel cuore dell’Europa, persino con una sola esplosione nucleare, smette di essere un tabù e diventa una variabile non detta ma contemplata. È brutale ammetterlo, ma è ciò che la storia insegna. Nel frattempo anche le democrazie occidentali mostrano crepe evidenti. Governi sempre più forti, meno mediazioni, meno dissenso. La guerra giustifica tutto. Anche la rinuncia alla pace. Il Segretario generale della NATO è il simbolo di questa deriva. Un ruolo che da secondario è diventato centrale proprio perché la pace non è più l’obiettivo. Ogni negoziato viene visto come una debolezza, ogni richiesta di dialogo come un tradimento. La guerra non è più l’ultima ratio, ma una condizione permanente.
Forse è solo una lettura maliziosa. Ma resta un dato difficilmente contestabile. Se oggi quella poltrona è così ambita, è perché la guerra rende visibili, potenti e indispensabili. Fino a ieri nessuno la voleva. Oggi tutti la difendono. Ed è forse questo il segnale più inquietante.
Angelo Santoro

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