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La grazia che non doveva nascere: quando lo Stato firma prima e verifica dopo

La grazia concessa a Nicole Minetti il 18 febbraio 2026 continua a generare interrogativi sempre più profondi, fino a coinvolgere direttamente il Quirinale in una richiesta di chiarimenti che non ha precedenti recenti.  Nelle ultime ore, inoltre, la vicenda ha assunto una dimensione ancora più complessa: secondo ricostruzioni giornalistiche, il Colle avrebbe chiesto al Ministero della Giustizia di fornire risposte entro 24 ore, mentre da Via Arenula trapela l’idea di scaricare la responsabilità dell’istruttoria su una dirigente, Giusi Bartolozzi.  Un quadro che non chiarisce, ma anzi amplifica, le zone d’ombra.

di Angioletta Massimino | 29 Aprile 2026

La grazia concessa a Nicole Minetti il 18 febbraio 2026 continua a generare interrogativi sempre più profondi, fino a coinvolgere direttamente il Quirinale in una richiesta di chiarimenti che non ha precedenti recenti.  

Nelle ultime ore, inoltre, la vicenda ha assunto una dimensione ancora più complessa: secondo ricostruzioni giornalistiche, il Colle avrebbe chiesto al Ministero della Giustizia di fornire risposte entro 24 ore, mentre da Via Arenula trapela l’idea di scaricare la responsabilità dell’istruttoria su una dirigente, Giusi Bartolozzi.  

Un quadro che non chiarisce, ma anzi amplifica, le zone d’ombra.

Il provvedimento, motivato da ragioni umanitarie legate alla necessità di assistere un minore affetto da gravi problemi di salute, è oggi al centro di un intreccio di elementi che mettono in discussione la solidità dell’intera istruttoria.  

Le inchieste giornalistiche hanno evidenziato discrepanze significative nella narrazione presentata nella domanda di clemenza, in particolare riguardo alla storia del bambino adottato in Uruguay.

Gli atti del Tribunale di Maldonado mostrano che il minore non era affatto privo di legami familiari, come invece indicato nell’istanza: entrambi i genitori biologici risultano vivi e identificati, e Minetti e il suo compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani, avevano avviato una causa per ottenere la perdita della patria potestà dei genitori, conclusa nel 2023.

Il punto più inquietante riguarda però la madre biologica. La donna, María de los Ángeles González Colinet, risulta scomparsa dal febbraio 2026, proprio nei giorni in cui la grazia veniva firmata.  

Le autorità uruguaiane hanno emesso un ordine di ricerca nazionale, senza esito.  

A rendere il quadro ancora più oscuro è la sorte della sua avvocata: la legale che la rappresentava è morta carbonizzata nel 2024 insieme al marito, anch’egli avvocato, in un incendio domestico considerato sospetto dagli inquirenti locali. Anche questo elemento è riportato da più fonti giornalistiche e non risulta smentito.

A queste anomalie si aggiunge ora un ulteriore livello di opacità: mentre il Quirinale chiede verifiche urgenti, dal Ministero della Giustizia filtra la versione secondo cui l’intera istruttoria sarebbe stata gestita da una sola dirigente, Giusi Bartolozzi, indicata come responsabile del dossier.  

Una ricostruzione che, se confermata, aprirebbe un fronte politico e amministrativo di proporzioni enormi, perché suggerirebbe una catena di controllo non solo fragile, ma addirittura monca.

Ma il nodo più grave riguarda la presunta malattia del bambino, elemento decisivo per ottenere la grazia.  

Secondo la memoria difensiva, il minore sarebbe stato affetto da una patologia rara e avrebbe avuto bisogno di cure urgenti in strutture altamente specializzate all’estero, dopo che alcuni ospedali italiani non erano riusciti a trattarlo.  

Eppure, le verifiche giornalistiche hanno rivelato che negli ospedali italiani citati non risulta alcun ricovero del bambino, né visite, né diagnosi.  

Il direttore di Neurochirurgia pediatrica dell’UOC di Padova, professor Luca Denaro, ha dichiarato di non aver mai visitato il bambino, di non aver mai avuto contatti con Minetti e di non aver mai espresso alcun parere sul caso.  

Anche al San Raffaele di Milano non esiste traccia di ricoveri, visite o consulti relativi al minore.  

Le “valutazioni negative” citate nella domanda di grazia erano dunque inesistenti, così come i ricoveri italiani che avrebbero giustificato l’urgenza di cure all’estero.  

Se la grazia è stata concessa anche sulla base di queste informazioni, allora Minetti e il suo compagno hanno presentato allo Stato una ricostruzione priva di riscontri, ottenendo un beneficio straordinario che ha evitato l’esecuzione della condanna definitiva a 3 anni e 4 mesi di reclusione.

A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge una rivelazione resa pubblica dal giornalista Sigfrido Ranucci, secondo cui una fonte anonima avrebbe riferito di aver visto il ministro della Giustizia Carlo Nordio nel ranch uruguaiano di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, proprio nel periodo in cui era in corso la pratica per la grazia.  

Si tratta di un elemento non verificato e privo, al momento, di riscontri ufficiali, ma che contribuisce a delineare un clima di opacità e di intrecci poco chiari attorno a una vicenda che avrebbe richiesto la massima trasparenza istituzionale.

La vicenda si innesta su un passato giudiziario già segnato da ombre pesanti. Minetti è stata condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione nel caso “Rubygate”, con un ruolo attivo nell’organizzazione delle serate e nel reclutamento delle giovani donne.  

Il suo compagno, Giuseppe Cipriani, non ha precedenti penali in materia, ma negli anni il suo nome è comparso in più inchieste giornalistiche legate al mondo della nightlife internazionale, delle feste private e delle frequentazioni con modelle e PR, ambienti spesso sfiorati da indagini su escort e giri di accompagnatrici.  

Pur senza configurare responsabilità penali, questo contesto rende ancora più delicata la valutazione dell’intera vicenda e delle rappresentazioni fornite allo Stato per ottenere un beneficio straordinario come la grazia.

Nel frattempo, Nicole Minetti respinge ogni accusa e definisce “infondate” le notizie circolate, annunciando azioni legali contro le testate che hanno pubblicato le inchieste.  

Una posizione che aggiunge un ulteriore elemento di conflitto a una vicenda già esplosiva.

Di fronte a queste rivelazioni, il Presidente della Repubblica ha chiesto al Ministero della Giustizia di verificare con urgenza la fondatezza delle informazioni emerse.  

Il Quirinale ha ricordato che il Capo dello Stato non dispone di poteri investigativi autonomi e può basarsi solo sui documenti forniti dal Governo e dall’autorità giudiziaria.  

Se tali documenti fossero risultati incompleti o inesatti, la questione assumerebbe un rilievo istituzionale enorme, perché metterebbe in discussione la trasparenza e l’affidabilità del procedimento che porta alla concessione di un atto di clemenza.

Il Ministero ha avviato un’istruttoria interna, mentre la Procura generale di Milano ha ottenuto l’autorizzazione per nuovi accertamenti.

In tutto ciò c’è un punto che non può essere ignorato: senza il lavoro dei giornalisti, nulla di tutto questo sarebbe emerso.  

Sono state le loro domande, le loro verifiche, la loro ostinazione a scoperchiare una vicenda che altrimenti sarebbe rimasta confinata negli atti amministrativi, protetta dall’opacità di un procedimento che non prevede trasparenza pubblica.  

E oggi, paradossalmente, è proprio il giornalismo a supplire a un vuoto istituzionale: quello di un sistema che non ha saputo garantire chiarezza nemmeno su un atto così delicato.

Perché se un provvedimento di clemenza può essere concesso così facilmente, senza un controllo rigoroso, allora il problema non è la singola domanda, ma l’intero meccanismo che l’ha accolta.  

È la dimostrazione di quanto sia pericoloso un sistema che si fida dei documenti senza verificarli, che firma prima e accerta dopo, che considera la grazia un atto amministrativo qualunque invece di un’eccezione che richiede trasparenza assoluta.

E quando lo Stato abdica al suo dovere di controllo, non è solo la credibilità di un provvedimento a crollare: è la fiducia dei cittadini nella capacità delle istituzioni di distinguere il vero dal falso, il diritto dal favore, la giustizia dalla scorciatoia.  

In un Paese dove la grazia può nascere così, la domanda non è più come sia stato possibile.  

La domanda è quanto a lungo potremo permetterci di considerarlo normale.

Angioletta Massimino

Pubblicato in : Editoriale

Info Angioletta Massimino

Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, musicali, giuridici, sociologici e giornalistici.
Dal 1987 ha guidato la ‘Massimino Editrice’ e la Tipolitografia ‘Sicilmediterranea’, collaborando con Giuffrè, Giappichelli e Istituzioni accademiche.
La Sicilia è il centro del suo impegno: una terra ricca e capace, spesso relegata in un ghetto culturale e politico. Il suo lavoro nasce dall’esigenza di restituirle spazio e dignità.
Socialista per convinzione, ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI, contribuendo alla redazione di un’interrogazione parlamentare sul MUOS e alla stesura di un disegno di legge sullo stalking giudiziario.
Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE e La Giustizia.
Vive e lavora in Sicilia.

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