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La grandezza dell’Italia agli occhi degli hacker (e di chi sta loro dietro)

L’Italia non ha un peso paragonabile a quello degli americani, quindi non dovrebbe suscitare grande interesse, sostengono alcuni. Mai considerazione fu più sbagliata secondo me.

di Fabrizio Amadori | 26 Febbraio 2018
Siamo in prossimità delle elezioni politiche e sento alcuni  parlare del rischio di attacchi da parte di hacker. Uno scenario plausibile, visto e considerato quanto è successo in occasione delle presidenziali americane. Plausibile da un punto di vista tecnologico, intendo dire. Molti però mettono in dubbio che gli hacker internazionali siano interessati a intervenire, a loro rischio e pericolo, nelle questioni italiane, non essendo l’Italia gli Stati Uniti. L’Italia non ha un peso paragonabile a quello degli americani, quindi non dovrebbe suscitare grande interesse, sostengono alcuni. Mai considerazione fu più sbagliata secondo me. Voglio dire, l’Italia non è l’America, questo lo so benissimo (a non saperlo è forse solo la sciura Meloni, come ho scritto in un recente articolo): ha meno di un quinto della sua popolazione, circa un decimo del suo pil nominale (2016), meno di un trentesimo della sua estensione, per non parlare della rispettiva forza militare e tecnologica. A parte l’estensione, un tempo le differenze non erano così marcate, ma l’inadeguatezza della nostra classe politica, guidata da un’idea di rivalità non tra paesi concorrenti, ma tra partiti nazionali (il vero avversario, insomma, era in casa), è stato secondo me il principale motivo di un disastro del genere. Stiamo parlando davvero di due scale diverse dal punto di vista delle dimensioni: aggiungerò che un simile discorso vale anche per qualsiasi altro paese europeo, compresa la Germania (dalla quale, peraltro, siamo stati quasi doppiati negli ultimi 15 anni a livello di pil nominale). Che poi i britannici insistano a parlare di una relazione speciale con gli Usa mi è sempre parso ridicolo, perché sembra suggerire il tentativo da parte loro di mettersi allo stesso livello degli americani: due superpotenze sulle sponde opposte dell’Atlantico insomma. Detto ciò l’Italia è assolutamente un degno obiettivo degli hacker, e questo per lo stesso motivo per cui quando entra in crisi diventa un pericolo generale per l’Europa, e quindi per il mondo. Secondo un recente adagio che abbiamo sentito tutti, l’Italia è troppo grande per essere salvata – deve farcela (soprattutto) da sola – ma lo è pure per essere abbandonata a se stessa, come è successo alla Grecia. Se partiamo dal presupposto, insomma, che gli hacker agiscano per creare problemi quando si tratta di elezioni politiche, ebbene, attaccare l’Italia significa destabilizzarla dal punto di vista della governabilità, e un’Italia in difficoltà mette in difficoltà l’Europa e quindi, ripeto, il mondo. Se, come sembra, il mandante degli attacchi hacker più efficaci è Putin, mi chiedo se gli convenga avere un’Europa in difficoltà. Infatti, un’Europa debole è più facile da manovrare: sì, ma da parte di chi? Soltanto di Mosca o soprattutto di Washington? Non sono un esperto di relazioni internazionali focalizzate sul rapporto Usa-Russia, ma mi sembra che l’Europa, e in particolare la Germania, abbia più volte provato a smarcarsi dagli americani rispetto alle relazioni con Mosca, che Angela Merkel vorrebbe riprendere in grande stile. Capire quanto l’Italia pesi in dinamiche del genere, soprattutto agli occhi dei russi, significa prevedere con efficacia se e quanto gli attacchi hacker provenienti dall’Est contribuiranno a destabilizzare il nostro paese. 

 

Fabrizio Amadori

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: angela merkel, anni, classe politica, crisi, discorso, elezioni, elezioni politiche, europa, germania, grecia, italia, la germania, meloni, merkel, mondo, punto di vista, putin, stati uniti, usa

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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