In gioco, anche per chi fa finta di non capire, dalla Camusso alle elites di Cernobbio e a tutte le corporazioni italiche, è il primato della politica. Che in democrazia è sacrosanto, anche se richiederebbe, per questo motivo democratico, leggi meno imbarazzanti dell’Italicum o della riforma di Senato e Province.
Ritornando un po’ sui suoi passi, forse Camusso si è accorta, se non altro per scaramanzia, di aver sbagliato ad evocare la Teatcher come modello di Renzi. Non c’è insulto peggiore, a sinistra, che dare del teatcheriano a qualcuno, figuriamoci al segretario PD. Ma la Teatcher inflisse al sindacalismo inglese delle mitiche Trade Unions una sconfitta storica.
Arrivò fino al punto di stabilire per legge che gli scioperi si fanno, votando a scrutinio segreto, solo se la maggioranza dei lavoratori li vuole, cosa impensabile (fino a Marchionne) in un’Italia che non ha mai attuato l’articolo costituzionale sui sindacati. Nessuna simpatia per la Lady di ferro. Siamo della scuola di Giovanni Malagodi che la combattè come presidente dell’internazionale liberale, in nome di una popperiana Società Aperta. Ma resta il fatto che, dopo un’eclisse di 13 anni, i laburisti, tornati al potere con Blair, non cambiarono sostanzialmente le sue riforme, e tutta l’Europa socialista dovette tenerne conto.
Questo aspro scontro Renzi-CGIL (esteso anche all’”amico” Landini, ma presto toccherà per par condicio alla Confindustria), ci sembra soprattutto il frutto di una bella trappola in cui molti stanno cadendo volentieri, quella di riportare al centro un simbolo ideologico, che dovrebbe essere morto e sepolto, come l’articolo 18. Una trappola bella, diciamo, perché conveniente per molti: per la sinistra PD (che finora non c’era) e un sindacato in difficoltà, cui non par vero di ritrovare un vessillo, e per lo stesso Renzi, che ha sempre bisogno di nemici, o di gufi. L’art. 18 è il pezzo dello Statuto dei Lavoratori che nel 1970 passò più inosservato, e che tutt’oggi riguarda meno della metà del lavoro dipendente, con poche migliaia di ricorsi al Giudice su 9 milioni di contratti. Difficile negare l’esistenza di un apartheid, che discrimina pesantemente chi non è nel recinto garantito, precari innanzitutto.
E’ però un totem simbolico. Farà addirittura traballare il Governo, perché, se i berlusconiani sostituiscono i malpancisti della maggioranza, è crisi. Eppure è materia che si potrebbe tecnicamente risolvere se passa, sembra senza contrasti, il contratto a tutela crescente, e le ultime notizie su una rimodulazione possibile lo confermerebbero. Dà però molto fastidio che abbia ragione la lunga battaglia di Ichino, il giuslavorista ieri PCI e PD, e si evoca allora un problema di “diritti” negati che risolleva emozioni spente. Più importante, sul piano dei principi, sarebbe se mai il cosiddetto “demansionamento”, cioè la possibilità di cambiarti posto e livello in azienda, ma tant’è, dobbiamo di nuovo sorbirci la querelle del reintegro si o no…
Ora si tratta di capire se l’orizzonte di Renzi è tattico o strategico. Tattica sarebbe la scelta di portare il suo partito oltre l’orlo di una crisi di nervi, prender atto che i gufi sono troppi, e sbarazzarsi di un Parlamento che in virtù di una legge elettorale “illegittima” ha prodotto un centinaio di deputati scelti dalla “ditta” in più, legittimati da primarie frettolose, ma sproporzionatamente numerosi.
Strategica sarebbe la scelta di una battaglia non per spazzolare le ultime tracce di PCI (D’Alema) e DC (Bindi) ancora in giro, ma per cambiare metodo e priorità. Trovando così il consenso europeo che gli serve nell’immediato e aprendo un lungo ciclo riformista, che Giovanni Orsina sulla “Stampa” ha addirittura definito giolittiano. Per ora, Renzi non è Giolitti, anche se ha il suo stesso pragmatismo, ma lo statista piemontese non aveva contro i grillini, e quindi non fu mai populista. Certo era un leader espresso dalla destra che seppe aprire a sinistra. Renzi deve ancora far tanta strada, per riuscire nell’operazione uguale e opposta: partire da sinistra per riscattare la destra, consegnandoci un Paese più moderno (altro che art. 18).
In gioco, anche per chi fa finta di non capire, dalla Camusso alle elites di Cernobbio e a tutte le corporazioni italiche, è il primato della politica. Che in democrazia è sacrosanto, anche se richiederebbe, per questo motivo democratico, leggi meno imbarazzanti dell’Italicum o della riforma di Senato e Province. Il problema è fare bene tutti questi cambiamenti nel pieno di una crisi che non finisce più, e forse la squadra di Renzi è un pò debole rispetto al progetto del capo. E allora il rischio vero sarebbe che il primato vada alla troika.

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