Non e’ stata solo una lezione di garbo quella che, forse, non ci saremmo mai aspettati da quel piccolo piombinese dai modi spicci e dall’ eloquio diretto che risponde al nome di Fabio Mussi, che fu il “babbo” per i giovani D’Alema e Fassino.
Il suo addio alla “famiglia” Ds, e’ stato anche una lezione di politica ad una sinistra che, assieme ai vecchi vessilli, sembra aver perso soprattutto la voglia di riconoscersi e di farsi riconoscere dagli elettori, di salvaguardare una identita’ anche a costo di possibili sconfitte.
“Sono i partiti che fanno i governi, non i governi che fanno i partiti ed i partiti vivono anche nelle sconfitte, non sono fatti solo per la vittoria. E sono soggetti identitari, non solo programmatici. Quando qualcuno ti chiede: ‘Chi siete?’Non basta rispondere: ‘Siamo tanti’”. Cosi’ ha detto Mussi, intervenendo ieri al quarto Congresso della Quercia, rivolgendosi ad una platea che non ha potuto fare a meno di applaudirlo piu’ volte e intensamente. Una platea che, pochi minuti dopo, ha espresso il proprio stato confusionale riservando lo stesso entusiasmo e la stessa intensita’ di applausi all’ intervento del “gia’ Democratico da dieci anni Walter Veltroni.
Quello di Mussi non e’ stato uno strappo che rientra nei parametri del trasformismo italiano. E’ stato il gesto di dignita’ politica,il gesto di uno che rifiuta di cambiare pelle, convinto che “si stia commettendo, sia pure a larga maggioranza un errore di vasta portata”. “Capita”, ha detto, spiegando di esser convinto che “si stia imboccando una strada che porta la sinistra non a rinnovarsi, come e’ pur radicalmente necessario, ma a perdersi. Sinistra non e’ un bagaglio appresso che i dirigenti si portano dietro. E’ un insieme di valori, programma fondamentale, identita’”.
Ed e’ capitato piu’ volte nella tormentata storia della sinistra italiana che ha privato il Paese per decenni di una autonoma forza di governo socialista e democratica. Ed e’ capitato piu’ volte al partito che fu di Gramsci e di Togliatti sul quale pesano anni di demonizzazione del socialismo liberale che hanno impedito di avviare un processo di “rassemblement” con i propri simili, spingendolo alla continua ricerca di un “oltre” da riempire di volta in volta di contenuti politici.
Anche questa volta, mentre si corre verso il Partito Democratico, sembra essere cosi’. E Mussi lo ha detto alla sua gente ricordando che “la retorica dell’oltre: oltre i partiti, oltre le tradizioni, oltre il socialismo non dice nulla se non e’ chiaro dove si va”.
La grande lezione del “Babbo” (riflessioni sull’ addio di Mussi)
Il suo addio alla “famiglia” Ds, e’ stato anche una lezione di politica ad una sinistra che, assieme ai vecchi vessilli, sembra aver perso soprattutto la voglia di riconoscersi e di farsi riconoscere.

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