
Per due secoli il mondo occidentale ha discusso di socialismo e comunismo come se fossero i grandi progetti di redistribuzione della ricchezza della storia moderna. Marx, Engels, le rivoluzioni del Novecento, le economie pianificate, l’idea di uno Stato che redistribuisce risorse per costruire una società più equilibrata.
Poi è arrivata la globalizzazione ed è successo qualcosa di paradossale.
Il meccanismo economico che ha realizzato la più vasta redistribuzione di ricchezza della storia non è nato da una piattaforma socialista, ma dal capitalismo globale.
Nel giro di quarant’anni centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema. Asia, Sud-Est asiatico, parti dell’America Latina, intere regioni del pianeta sono entrate nel circuito della produzione industriale e dei consumi. Non per ideologia. Per necessità economica.
Qui sta il nodo che spesso sfugge.
Un’economia globale veloce, basata su scambi continui, catene produttive integrate e mercati aperti, non può funzionare se la ricchezza resta concentrata in poche mani e in pochi Paesi. Non basta produrre. Serve qualcuno che acquisti. Il motore reale della globalizzazione non è la fabbrica, è il consumatore.
Per questo la globalizzazione ha prodotto un fenomeno che ricorda molto più il comunismo teorico che il capitalismo ottocentesco: la diffusione su larga scala dei ceti medi. Un sistema economico globale ha bisogno di centinaia di milioni di persone che guadagnano abbastanza da poter consumare. Persone che comprano case, automobili, elettronica, servizi, viaggi. Persone che spendono. Senza questa massa critica il sistema si inceppa.
Se il reddito resta concentrato in poche élite, la produzione supera la capacità di assorbimento del mercato e l’economia rallenta. Le fabbriche si fermano, gli investimenti si congelano, il circuito dello scambio perde velocità. Non è difficile da capire. È esattamente ciò che gli economisti chiamano economia di interscambio veloce: un sistema che vive di flussi rapidi di produzione, vendita, reddito e nuovo consumo.
In sostanza si tratta di un ciclo che funziona solo se la ricchezza circola.
Le vecchie piattaforme socialiste avevano intuito il problema ma avevano scelto la strada sbagliata. Pensavano di risolverlo attraverso la pianificazione statale e l’abolizione del mercato.
La globalizzazione ha fatto l’operazione opposta.
Ha mantenuto il mercato ma ha diffuso produzione e reddito su scala planetaria. Ha creato nuove classi medie in Cina, India, Vietnam, Indonesia, Corea del Sud, Messico. Ha trasformato milioni di lavoratori agricoli in operai, tecnici, professionisti, consumatori.
È una forma di redistribuzione che non passa attraverso lo Stato ma attraverso la struttura stessa del sistema economico.
Per questo la globalizzazione è, sotto molti aspetti, il concetto più “comunista” che il XXI secolo abbia prodotto.
Non perché abolisca la proprietà privata o il profitto, ma perché rende strutturalmente necessario ciò che il socialismo aveva sempre proclamato: la diffusione del benessere. Un’economia globale non può sopravvivere senza ceti medi solidi, cioè milioni di persone in grado di lavorare, guadagnare e consumare.
Quando questo equilibrio si rompe il sistema entra in crisi. La domanda si contrae, le tensioni sociali aumentano, la politica torna a chiudere i mercati e a proteggere le produzioni nazionali.
È il motivo per cui oggi la globalizzazione vive una fase di rallentamento e di ripensamento. Non perché il modello sia sbagliato in sé, ma perché negli ultimi anni alcune grandi potenze e i loro leader hanno spinto verso nuove concentrazioni di potere economico e verso logiche più nazionali che globali.
E quando la ricchezza smette di circolare l’economia mondiale perde il suo carburante principale.
Il grande paradosso del nostro tempo è tutto qui.
Il sistema che più di ogni altro ha diffuso ricchezza nel mondo non è nato dalle teorie socialiste. È nato dal capitalismo globale. Un capitalismo che, per funzionare, ha bisogno esattamente di ciò che Marx aveva previsto: masse enormi di persone che partecipano alla produzione e alla distribuzione della ricchezza.
La differenza è che non lo fa per ideologia. Lo fa perché, senza quella redistribuzione diffusa, il motore dell’economia mondiale semplicemente non gira.
Piero Terracina

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