
Continuiamo a parlare della globalizzazione come se fosse una scelta politica, un modello economico deciso a tavolino oppure un processo che qualcuno possa ancora fermare chiudendo una frontiera, imponendo un dazio o facendo un bel discorso sulla sovranità nazionale. Il problema è che la globalizzazione non nasce principalmente dalla politica. Nasce dalla tecnologia. È uno tsunami prodotto dalla rivoluzione delle comunicazioni, dalla velocità dei trasporti, dalla digitalizzazione, dalla circolazione istantanea dei capitali, dalla logistica mondiale e dalla capacità ormai acquisita da miliardi di persone di comunicare, commerciare, lavorare e scambiarsi informazioni praticamente in tempo reale. Il pianeta fisico è rimasto grande come prima, ma quello economico e sociale si è ristretto enormemente. Una decisione presa a Washington può muovere capitali in Asia nel giro di pochi secondi, una crisi nel Mar Rosso modifica i costi di un’impresa europea, un componente progettato negli Stati Uniti viene prodotto a Taiwan, assemblato in Vietnam, montato su un prodotto tedesco e venduto in Italia. Possiamo discutere all’infinito se ci piaccia oppure no, ma il punto è che questo mondo esiste già.
Ed è proprio questa interconnessione crescente a produrre uno degli effetti più interessanti della globalizzazione: gli interessi delle nazioni non stanno scomparendo, stanno diventando sempre più intrecciati. Il capitale cerca continuamente mercati, lavoro, competenze, materie prime, tecnologia, infrastrutture e consumatori. Quando trova condizioni favorevoli si sposta, investe, costruisce nuove attività e genera a sua volta altri flussi economici. Non significa naturalmente che ogni movimento finanziario produca automaticamente benessere o che la globalizzazione distribuisca ricchezza con qualche miracolosa giustizia matematica. Senza istituzioni, infrastrutture, istruzione, stabilità e capacità produttiva il capitale può attraversare un Paese senza modificarlo profondamente. Ma il processo generale è evidente: regioni del mondo che mezzo secolo fa occupavano posizioni marginali nell’economia internazionale sono diventate enormi piattaforme industriali, tecnologiche e commerciali. La ricchezza non è più concentrata esclusivamente nelle vecchie potenze occidentali e, per quanto il processo sia irregolare, contraddittorio e spesso brutale, l’integrazione economica tende nel lungo periodo a trasferire competenze, produzione e capacità di consumo verso aree precedentemente molto più povere.
Fin qui tutto relativamente semplice. Il problema comincia quando ci accorgiamo che questa gigantesca rivoluzione economica, tecnologica e sociale non è stata accompagnata da una trasformazione politica altrettanto veloce. La tecnologia corre, l’economia corre, le comunicazioni corrono, le società cambiano, mentre la politica internazionale continua spesso a ragionare attraverso categorie nate nel Novecento e qualche volta nell’Ottocento: sfere d’influenza, blocchi contrapposti, nazionalismi, imperi, appartenenze religiose, territori considerati simboli di potenza, economie immaginate come sistemi chiusi e Stati convinti di poter controllare informazioni e popolazioni come settant’anni fa. È questa differenza di velocità, molto più della globalizzazione in sé, a generare buona parte delle contraddizioni del nostro tempo. Abbiamo costruito un’economia mondiale senza costruire una cultura politica mondiale capace di governarla.
L’ONU rappresenta perfettamente questa contraddizione perché nello stesso edificio siedono Paesi che appartengono allo stesso sistema economico globale ma vivono all’interno di universi politici, sociali e culturali completamente differenti. Democrazie parlamentari, monarchie assolute, repubbliche autoritarie, teocrazie, sistemi monopartitici e governi militari partecipano alla stessa organizzazione e devono teoricamente trovare un linguaggio comune pur partendo da concezioni spesso inconciliabili della libertà individuale, della religione, del ruolo della donna, della stampa, della sovranità e perfino del significato della parola democrazia. È come averli fatti salire tutti sullo stesso treno senza aver prima concordato dove debba andare.
La scena vista durante il discorso di Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale è stata, sotto questo profilo, quasi didascalica. Decine di delegazioni hanno abbandonato l’aula o lasciato vuoti i propri posti mentre molte altre sono rimaste ad ascoltare. Sarebbe però sbagliato ridurre tutto a una comoda divisione tra democrazie rimaste in aula e regimi autoritari usciti. Tra chi ha protestato figuravano anche Paesi democratici, mentre tra chi è rimasto erano presenti Stati appartenenti a sistemi politici molto diversi fra loro. Ed è proprio questo il punto interessante. Quella sala non era divisa semplicemente in due campi. Era la fotografia di un pianeta composto da decine di modelli politici, interessi economici, alleanze, culture e concezioni morali differenti che tuttavia non possono più permettersi di ignorarsi.
Questo è il paradosso centrale del nostro tempo. Abbiamo intersecato gli interessi molto più velocemente di quanto siamo riusciti a intersecare le culture politiche. Un Paese può considerarne un altro un concorrente strategico e contemporaneamente averne bisogno come mercato, fornitore o cliente. Due governi possono insultarsi pubblicamente e scambiarsi miliardi di dollari di merci pochi giorni dopo. Una potenza può parlare di autonomia strategica mentre le sue industrie dipendono da componenti prodotti dall’altra parte del pianeta. Persino la guerra, che rimane purtroppo uno strumento della politica internazionale, diventa sempre più costosa perché non colpisce soltanto i contendenti ma attraversa immediatamente mercati energetici, assicurazioni, trasporti, catene produttive, prezzi e investimenti. L’interdipendenza non elimina il conflitto, ma aumenta enormemente il prezzo della rottura.
Ed è proprio questo che, nel lungo periodo, potrebbe rappresentare l’aspetto più positivo della globalizzazione. Non una conversione improvvisa dell’umanità alla fratellanza universale, che possiamo tranquillamente lasciare ai convegni pieni di buone intenzioni, ma qualcosa di molto più concreto: la convenienza. Se il mio benessere dipende anche dal tuo mercato, dalla tua tecnologia, dalle tue materie prime o dalla tua capacità produttiva, distruggerti diventa economicamente meno conveniente. Non è particolarmente romantico, ma la storia dimostra che gli interessi materiali hanno spesso una capacità di persuasione superiore ai sermoni.
Rimane però aperta una questione enorme: quanto tempo impiegherà la politica ad adattarsi? Le principali istituzioni internazionali sono state costruite alla fine della Seconda guerra mondiale per amministrare un pianeta completamente diverso. Nel 1945 Internet non esisteva, la Cina non era la potenza economica e tecnologica attuale, gran parte dell’Africa era ancora coloniale, miliardi di persone erano sostanzialmente escluse dai grandi circuiti commerciali e la trasmissione mondiale istantanea di informazioni apparteneva alla fantascienza. Oggi continuiamo a utilizzare molte di quelle stesse strutture per governare un mondo nel quale denaro, conoscenza, tecnologia e produzione attraversano continuamente le frontiere. Non sorprende quindi che il sistema mostri crepe sempre più evidenti.
La vera domanda del XXI secolo, allora, non è più se essere favorevoli o contrari alla globalizzazione. Quella discussione è stata superata dai fatti. Possiamo modificarne le regole, correggerne gli squilibri, proteggere settori strategici, impedire che intere popolazioni ne paghino il prezzo e pretendere che i benefici siano distribuiti meglio, ma pensare di riportare miliardi di relazioni economiche, finanziarie, tecnologiche e sociali dentro compartimenti nazionali completamente separati significa semplicemente non aver capito quello che è successo negli ultimi cinquant’anni.
La globalizzazione non ha creato un mondo unito. Ha creato qualcosa di molto più complicato: un mondo che continua a essere profondamente diviso ma che non riesce più a separarsi. Ed è forse questa la più grande rivoluzione politica del nostro tempo. La tecnologia ci ha messi tutti nella stessa stanza molto prima che imparassimo a parlare la stessa lingua.
E qui azzardo una previsione personale. Quando di me non saranno rimaste neanche le ossa, il terreno sopra ciò che resterà della mia memoria sarà probabilmente calpestato da uomini e donne che vivranno in un contesto umano molto diverso dal nostro. Forse parleranno tutti la stessa lingua, o comunque avranno strumenti capaci di rendere irrilevante la differenza tra una lingua e l’altra. Le frontiere continueranno magari a essere disegnate sulle carte geografiche, ma avranno sempre meno il significato politico, economico e perfino emotivo che attribuiamo loro oggi. E non mi stupirebbe affatto se gran parte del pianeta finisse per utilizzare la stessa moneta, o qualcosa che ne svolga esattamente la stessa funzione.
Non perché l’umanità sarà diventata improvvisamente migliore, più buona o più intelligente. Semplicemente perché tecnologia, economia e convenienza continueranno a spingere nella stessa direzione nella quale ci stanno spingendo da decenni: verso una crescente integrazione.
Io naturalmente non ci sarò per controllare, ma si accettano scommesse.
Piero Terracina

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