
C’è chi la chiama “missione umanitaria”, ma il termine più consono sarebbe “flottiglia della retorica”. Perché di tecnico e di concreto, la Global Somud Flotilla ha ben poco. Israele, nel rispetto del diritto internazionale, fermerà inevitabilmente la spedizione: nessuna nave entrerà mai a Gaza senza controlli. Non lo farà per capriccio, né per arroganza, ma per la stessa logica che governa qualunque Stato sovrano in guerra: evitare che sotto il velo dell’“umanitario” passino armi, equipaggiamenti, fondi o strutture che possano rafforzare Hamas.
È pura aritmetica della sicurezza. Ogni carico non verificato è un rischio. Ogni deroga, una falla. E chiunque conosca un minimo le leggi internazionali sa che Israele è nel pieno diritto di sequestrare, ispezionare e bloccare tutto ciò che non passa dai canali ufficiali. Non a caso il Manuale di Sanremo sul diritto internazionale applicabile ai conflitti armati in mare del 1994 sancisce espressamente che uno Stato può dichiarare e far rispettare un blocco navale, fermare e ispezionare imbarcazioni sospette, a patto che restino garantiti i canali ufficiali per il transito degli aiuti umanitari. È esattamente ciò che Israele fa da anni.
Dunque, chi allestisce la Global Somud Flotilla non è un ingenuo benefattore. È un attore politico che conosce perfettamente il risultato finale: lo scontro mediatico.
Il paradosso è che non c’è nemmeno la scusa del “non sapevo”. Dal 2010, quando la Mavi Marmara si trasformò in teatro di propaganda, la regola è chiarissima: nessuna flottiglia entrerà mai senza controlli. Punto. E allora perché continuare?
Perché l’obiettivo non è portare un pacco di farina o una scatola di antibiotici a Gaza. L’obiettivo è produrre immagini, titoli, indignazione prêt-à-porter. È la passerella mediatica perfetta per personaggi in cerca di applausi facili, come Greta Thunberg, che dal clima è passata senza colpo ferire all’attivismo antisionista, pur di non perdere un centimetro di visibilità. Non importa la causa, basta il palco.
Queste iniziative hanno dunque una matrice chiara, e non è la solidarietà. È un antisionismo rancido, travestito da bontà internazionale, che sfocia inevitabilmente nell’antisemitismo più banale e codificato. Perché se l’unico Stato ebraico del pianeta viene sempre e solo isolato, accusato, demonizzato, mentre regimi che massacrano davvero i loro popoli restano intoccati, la verità si scrive da sola.
La Global Somud Flotilla non salva vite, non porta pane né cure. Porta narrazione. Una narrazione fragile, manipolata, che cade a pezzi appena si incrocia con il dato oggettivo: Israele bloccherà sempre ogni tentativo illegale di forzare il mare, mentre continuerà a garantire il passaggio di aiuti solo attraverso i canali ufficiali e verificati. Il resto è scenografia, propaganda a buon mercato.
Alla fine, resta solo una lezione di logica elementare: se vuoi aiutare davvero, usi i canali legali e istituzionali. Se invece vuoi soltanto farti vedere, sali su una barca e ti metti a urlare slogan.
E qui la spiegazione più semplice di tutte: chi grida “free free Palestine” sventolando cartine senza Israele non sta chiedendo la pace, ma stoltamente persegue la cancellazione di uno Stato dalla geografia. Ma tranquilli: noi ebrei non dimentichiamo.
Piero Terracina

Lascia un commento