Il balletto degli emendamenti che vanno e vengono nel controverso disegno di legge sulle intercettazioni evidenzia due tendenze contrapposte nella maggioranza di governo. Da una parte stanno i berluscones con in testa gli avvocati del premier Ghedini, Longo e il ministro della giustizia Alfano, che vorrebbero dare una stretta alle indagini della magistratura e chiudere la bocca ai giornalisti di giudiziaria. Dall’altra stanno i finiani, che, legittimati dall’intervento del presidente Napolitano, sono d’accordo sulla necessità di una riforma ma non con le restrizioni avanzate dai berluscones. Il rischio è che nella ridda di voci che girano intorno a questo disegno di legge fatta di lanci di agenzia e dalle più diverse interpretazioni politiche, scompaiano i contenuti. Vediamo allora di capire quali sono e quali le contraddizioni.
Nella sua ultima stesura, dopo vari tiraemolla, l’emendamento della maggioranza conterrebbe alcune aperture sulla durata delle intercettazioni accompagnata, però, da una procedura complicata che prevede una richiesta di proroga ogni 48 ore per i reati ordinari. Il magistrato, infatti, sarebbe obbligato, ogni volta che intende continuare delle intercettazioni, a dare delle ragioni diverse da quelle fornite in precedenza. Inoltre, per quanto riguarda la prima autorizzazione ad intercettare, la domanda dovrebbe essere rivolta al tribunale distrettuale e sottoposta al via libera di tre giudici invece di uno. Procedura curiosa e dal punto di vista giuridico illogica, visto che un solo magistrato può condannare all’ergastolo in caso di rito abbreviato mentre dovrebbero decidere in tre se far intercettare oppure no. Si presenterebbero anche problemi di sicurezza e lungaggini burocratiche visto che, a quanto sembra, i “faldoni” processuali sarebbero trasferiti in una sede lontana da quella delle indagini. In più i giudici chiamati a decidere sull’autorizzazione non potrebbero più occuparsi del processo relativo. E poi c’è la questione degli ascolti ambientali. Al testo attuale, la cimice potrebbe essere messa “dove si possono acquisire elementi fondamentali per le indagini o per impedire la commissione di nuovi reati”. Prima invece la cimice poteva essere messa solo dove si sta commettendo un reato. Facendo un passo indietro, dunque, si è riconosciuto che la cimice è da considerarsi uno strumento per accertare se il reato c’è o non c’è e non una dimostrazione del reato già compiuto.
Per quanto riguarda il lavoro dell’informazione, il testo del ddl pare avere un altro cortocircuito logico. Accetterebbe, infatti, la pubblicazione “per riassunto” degli atti giudiziari, ma direbbe no alla pubblicazione del contenuto delle intercettazioni anche se non ci fosse più il segreto istruttorio. Ma senso vuole che un riassunto per essere tale non può non parlare del contenuto e quindi finirebbe per parlare anche delle intercettazioni. E se è vero che in passato sono stati commessi degli abusi con la pubblicazione di telefonate che toccavano la privacy dell’indagato, ma nulla avevano a che fare con l’indagine, per il resto rimane il diritto dei cittadini a controllare chi riveste ruoli pubblici.
Rimane anche la sanzione a carico degli editori, che è stata abbassata da 465.000 a 309.000 euro nel caso il giornalista abusasse dell’uso delle informazioni a sua disposizione. Ma la sanzione, di fatto, taglierebbe la già tanto limitata libertà del giornalista a indagare e sulla sua testa oscillerebbe la spada di damocle dell’editore che, da par suo, non avrà alcuna voglia di pagare una penale. Da qui un maggiore potere di controllo dell’editore e una conseguente deriva verso la censura di mercato.
Insomma, la frittata è fatta anche se le uova non erano buone. Rimane, però, la frittata e, comunque la si condisca, rimarrà indigesta da mangiare. Ma andrà mangiata. Comunque.
Samuele Bartolini

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