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La Francia dopo il primo turno. Tutto è cambiato e tutto può cambiare

Le forze politiche organizzate restano 3, socialisti, gollisti e FN e questo avrà ancora un peso, sempre che specialmente a sinistra non si capirà la lezione.

di Felice Besostri | 24 Aprile 2017

Il 7 maggio la Francia sceglierà tra Macron e Le Pen, rispetto al 2002 il candidato del FN raddoppierà i voti, anzi di più perché la figlia parte già con uno score superiore al primo turno del misero 17,7% del padre al secondo turno delle presidenziali 2002. Tutto cambierà perché quello che nel 2002 fu un incidente dovuto la frammentazione della sinistra e del campo socialista con Jospin al 16,18% e Chevènement al 5,33 % (e un’estrema sinistra LCR e LO che con il PCF aveva il 13,34%) nel 2017 è un dato strutturale perché il FN appare essere il primo partito francese ed è cambiata la natura delle elezioni presidenziali al primo turno: buona parte dei cittadini elettori hanno votato, come se fosse un secondo turno, cioè voto utile di testa e non di cuore o di pancia per il candidato espressione dei suoi convincimenti politici. Per gli elettori non del FN si trattava di scegliere chi dovesse andare al secondo turno, anche se i sondaggi davano tutti vincenti contro la Le Pen, compreso Mélenchon.

Tuttavia le elezioni di giugno per l’Assemblea Nazionale potrebbero portare ad una situazione confusa, perché Macron è espressione di un movimento e non di un partito, una specie di Renzi senza PD. Il suo risultato, 23,9% è paragonabile a quello dei centristi Alain Poher, 23,31%, nel 1969 o di Bayrou, suo sostenitore in questa elezione, con il 18,57% nel 2007.
Le forze politiche organizzate restano 3, socialisti, gollisti e FN e questo avrà ancora un peso, sempre che specialmente a sinistra non si capirà la lezione. Nel presidenziali del 1969, le seconde ad elezioni diretta si produsse un fenomeno analogo con il candidato socialista della SFIO Gaston Defferre al 5,01% /(Hamon con il 6,35% ha fatto meglio ). Non fu l’inizio della fine dell’area socialista, perché anche l’alternativa di sinistra Rocard era la 3,61% e spiccava ancora con Duclos un partito comunista al 21,27%, cioè una percentuale superiore a quella di Mélenchon 2017 con il suo 19,62%. Rispetto a quell’anno l’unico elemento di continuità è quello dei trozskyisti di Lutte Ovriere con lo 0,6% di Nathalie Arthaud oggi e lo 1,06% di Alain Krivine allora.

Per le legislative bisogna fare un passio avanti per allargare gli accordi tra socialisti, ecologisti e radicali di sinistra con alleanze al primo turno e desistenze programmate al secondo turno. La prima difficoltà è che a differenza della Unione de la Gauche di Mitterrand l’interlocutore a sinistra non è un partito come il PCF, ma uno stato d’animo rappresentato da Mélenchon, che è allergico ai partiti come dimostrato dai suoi trascorsi socialisti in posizione eccentrica anche rispetto alla sinistra di Emmanuelli e il contributo decisivo alla dissoluzione al Front de la Gauche. Se l’asse tradizionale destra/sinistra è sostituito da altre contrapposizioni del tipo populisti/responsabili o europeisti/sovranisti, altrettanto generiche ed indeterminate, cioè se la sinistra non ha programmi credibili per un’altra politica economica o per un processo alternativo di integrazione europea, la sua crisi in Italia ed in Europa è destinata ad aggravarsi, chiunque vinca le primarie del PD ovvero se Pisapia diventasse una sorte di Mélenchon, ma più moderato.

Felice Besostri

Pubblicato in : EditorialeTag: crisi, elezioni, espressione, europa, francia, integrazione, italia, movimento, natura, pd, primarie, processo, radicali, renzi, responsabili, socialisti

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