
La Federal Reserve statunitense ha tagliato di 25 punti base i tassi d’interesse. Si tratta del terzo calo consecutivo in quest’anno. La Fed segnala preoccupazioni per il mercato del lavoro nonostante l’inflazione resti elevata e i dazi del presidente degli Usa, Donald Trump, continuano a pesare sull’economia.
Il taglio di un quarto di punto percentuale porta i tassi a un intervallo compreso tra 3,50% e 3,75%, ma il percorso futuro è meno certo. Le divisioni all’interno della banca centrale si sono approfondite: due funzionari hanno votato per mantenere invariati i tassi, mentre un altro responsabile di politica monetaria ha chiesto una riduzione più ampia.
La mossa della Fed non ha sorpreso, ma ha posto qualche interrogativo soprattutto sul fronte delle banche. Tra le tante osservazioni che sono circolate a Milano, in una Piazza Affari sempre più attenta alla finanza delle banche, con la capitalizzazione del comparto salita dai 159 miliardi di inizio anno agli oltre 238 miliardi di fine novembre, e un peso passato dal 31,51% al 38,69% alcuni si sono preoccupati per le ripercussioni sugli istituti di credito italiani.
Se i tassi diminuiscono, i margini di guadagno degli istituti bancari possono ridursi: un effetto che in astratto può riflettersi anche sulle banche europee, e quindi italiane. Pesano una serie di fattori quali l’interconnessione finanziaria globale, il commercio bilaterale e l’esposizione al dollaro. In passato, variazioni della politica monetaria americana hanno portato gli istituti con attività oltreoceano a ridurre l’offerta di credito nell’eurozona quando aumentava l’incertezza politica o monetaria statunitense. Ma non è questo il caso secondo Paolo Gesa, amministratore delegato di Credito Lombardo Veneto, che in un colloquio con l’AdnKronos ha commentato: “Il taglio dei tassi della Fed non avrà un impatto rilevante sulle banche italiane: la Bce ha già fatto la parte più significativa del lavoro di normalizzazione monetaria in Europa”.
Pur ridimensionando l’effetto sull’Italia, Gesa vede nella mossa di Washington un elemento di stabilizzazione affermando: “La mossa della Fed aiuta comunque a ridurre la divergenza tra le due sponde dell’Atlantico e a stabilizzare le aspettative dei mercati. Rimangono però presenti i rischi inflazionistici, alimentati anche dall’elevato debito pubblico globale, che richiedono prudenza nelle politiche economiche. Nel complesso il segnale della Fed contribuisce a consolidare un quadro macroeconomico più equilibrato, pur in un contesto che resta complesso e da monitorare”.
Un giudizio analogo lo fa anche l’economista tedesco Daniel Gros, che intervistato dall’AdnKronos ha dichiarato: “Non vedo in nessun caso ripercussioni sulle banche italiane. Una posizione rafforzata da due dati: il primo è che i mercati si aspettavano da tempo un taglio limitato di 25 punti base, già pienamente incorporato nelle aspettative degli operatori, e il secondo è che per il 2026 si prevede un solo taglio dei tassi. Politica monetaria espansiva dunque, ma con giudizio”. Dunque oltre agli effetti positivi di politica espansiva, la riduzione del costo del denaro porterebbe benefici per il debito pubblico e una riduzione di proventi dalle rendite finanziarie.
Salvatore Rondello

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