
È uno spettacolo di ombre cinesi, una recita grottesca a cui siamo costretti ad assistere mentre il mondo, fuori dalle stanze ovattate del Palazzo di Vetro, brucia sul serio. A New York, tra i corridoi profumati di ipocrisia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, va in scena l’ennesimo capitolo della farsa diplomatica tra Washington e Teheran. Ci avevano provato a propinarci la solita favola della buonanotte, la narrazione zuccherosa di “progressi tecnici”, di “colloqui costruttivi”, di una pace a portata di mano. Tutte menzogne, fumo negli occhi per occidentali ingenui che si ostinano a confondere il proprio desiderio di quiete con la realtà brutale della storia.
La realtà ha la voce ruvida e gelida di Teheran, che ha sollevato il velo della commedia con una smentita ufficiale che sa di schiaffo in pieno volto. Nessun passo avanti, nessun accordo tecnico. L’Iran degli ayatollah non negozia per trovare un compromesso; l’Iran detta le sue condizioni con la fermezza di chi sa che l’Occidente ha paura. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si è presentato al tavolo virtuale portando non un ramoscello d’ulivo, ma un ultimatum camuffato da piano di sette giorni.
Le pretese sono scritte con l’inchiostro del ricatto, limpido e arrogante. Teheran esige tutto e subito: la fine immediata di ogni azione militare americana nella regione, la revoca totale del blocco marittimo ed economico e lo sblocco immediato di decine di miliardi di dollari congelati all’estero. In cambio di cosa? In cambio di una concessione che suona come una beffa: la promessa di riaprire quello Stretto di Hormuz che loro stessi tengono in ostaggio, minacciando il respiro energetico del pianeta.
Dall’altra parte del tavolo c’è un’America che oscilla, rappresentata da inviati che sperano ancora nel miracolo di un’intermediazione qatariota, ma che si scontrano contro il muro di gomma del fanatismo ideologico. Le agenzie di stampa vicine ai pasdaran lo dicono apertamente, con quel disprezzo malcelato per la democrazia: Washington usa i negoziati solo per imporre la sua volontà. Non arretreranno di un millimetro, né sull’arricchimento del nucleare né sul controllo delle rotte commerciali.
È lo stallo perfetto, il trionfo dell’immobilismo teocratico contro l’illusione diplomatica occidentale. Mentre i burocrati studiano i dettagli dei comunicati stampa, la verità resta immutata, nuda e tragica: non si può negoziare la pace con chi usa il negoziato come un’arma da guerra.
Giuseppe Basilico

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