
Da una parte c’è la favola patinata la coppia straniera che sceglie il casolare nel verde, il bosco, l’acqua di pozzo, i pannelli solari, i bambini scalzi tra gli alberi, l’istruzione fai da te lontano dal “sistema”. Dall’altra, lo Stato cattivo che “rapisce i figli” e il solito pubblico plaudente che si schiera a prescindere. Hashtag, slogan, servizi lacrimosi in tv, commenti indignati sui social.
Peccato che in mezzo ci sia un dettaglio non proprio irrilevante: vivono in Italia. Non in una capanna sperduta in Alaska, non nella taiga siberiana. Vivono in un Paese con obbligo scolastico, norme igienico sanitarie, responsabilità genitoriali scritte nero su bianco. Non è un luna park ideologico, è uno Stato di diritto.
La mania tutta italiana è questa: appena qualcuno dichiara “io non riconosco le vostre regole”, parte il tifo. Più è “anti sistema”, più viene coccolato. Che poi il sistema, in questo caso, siano la scuola, il pediatra, i controlli minimi per non far crescere i bambini in condizioni borderline, questo passa subito in secondo piano. L’importante è avere la storia giusta da raccontare. I puri del bosco contro il Leviatano burocratico. Buoni contro cattivi. Favola pronta.
Ora, sia chiaro: vuoi vivere nel bosco, coltivare l’orto, cucinare sul legno e leggere fiabe alla luce delle candele? Libero di farlo. Nessuno ti vieta lo stile di vita rurale, sostenibile, estremo quanto ti pare. Ma nel momento in cui entrano in scena dei minori, non stiamo più parlando delle tue fantasie da eremita new age. Stiamo parlando di diritti dei bambini. Che non sono proprietà privata, non sono un’estensione dell’ego spiritual ecologista dei genitori, non sono personaggi del loro romanzo “alternativo”.
In Italia la scuola non è un optional, l’igiene minima non è un’opinione, la tutela dei minori non è una fissazione dei “cattivi”. Quando giudici, assistenti sociali e medici intervengono, non lo fanno perché qualcuno coltiva pomodori bio. Lo fanno perché, a un certo punto, i rischi superano la soglia accettabile e la legge è obbligata a muoversi. Non per estetica, ma per dovere.
Il problema, paradossalmente, non è neanche solo la famiglia che ha scelto una strada radicale. Quella vicenda la valuteranno i tribunali, con tutti gli errori di forma che ci possono essere, perché lo Stato spesso si muove male, comunica peggio e ci mette del suo per farsi odiare. Il problema vero è il contorno: l’applauso automatico.
Abbiamo trasformato qualsiasi storia borderline in una crociata ideologica. Appena qualcuno urla “Stato oppressore”, una parte del Paese si accende. Politici in cerca di telecamere, opinionisti a gettone, spiritualoni da tastiera, ecologisti della domenica che si svegliano solo se c’è un bosco sullo sfondo. Tutti pronti a dire che siamo diventati un regime, che non c’è più libertà educativa, che chi vive “in armonia con la natura” viene perseguitato.
Poi, se ti prendi la briga di guardare dentro, scopri tre cose elementari.
Che esiste una struttura sociale complessa.
Che ci sono regole uguali per tutti.
Che esistono rischi concreti per i minori, rilevati da ispezioni, relazioni, segnalazioni, non da tweet indignati.
Nel frattempo la saga prosegue come una serie tv. Il casolare offerto gratis, la casetta “della nonna” trasformata in sfondo perfetto per la narrativa bucolica, i racconti del viaggio verso la nuova sistemazione come se fosse un pellegrinaggio epico. Quando serve cacciare lo Stato, è il mostro. Quando serve un tetto pulito per sistemare i problemi igienici, lo scenario diventa improvvisamente neutro, quasi invisibile.
Qui sta la follia culturale: in un Paese democratico la regola viene interpretata come un’opinione politica. L’obbligo scolastico diventa “imposizione ideologica”. I controlli sanitari diventano “violenza istituzionale”. Le decisioni dei tribunali minorili vengono trattate come complotti contro la libertà alternativa.
E così ogni volta si ripete lo stesso copione.
C’è qualcuno che ignora o scavalca le regole comuni.
Intervengono istituzioni e magistratura.
Metà del Paese non entra nel merito, ma si schiera a prescindere con chi sfida le norme, perché fa più scena appoggiare il ribelle che il principio.
Non importa se si parla di evasione spacciata per “ribellione fiscale”, di occupazioni abusive vendute come “lotta al capitale” o di vita nel bosco esibita come “resistenza ecologista”. Basta che ci sia uno che dice “io non mi adeguo” e subito qualcuno lo consacra a martire.
Solo che la democrazia funziona al contrario: più libertà hai, più devi rispettare le regole che tengono insieme il gioco. Vuoi i diritti dello Stato moderno, ma non vuoi i doveri. Vuoi la sanità se il bambino si fa male, ma non vuoi lo Stato quando ti dice che non puoi crescerlo come se fossi fuori dal mondo, scollegato da qualunque rete di tutela.
Alla fine, i più deboli sono sempre gli stessi: i bambini.
Per i genitori “eretici” sono la prova vivente che un’altra vita è possibile. Per lo Stato sono soggetti da proteggere. Per il pubblico sono comparse. Conta l’eroismo del bosco e il mostro dello Stato, non le teste piccole che si porteranno dietro tutto questo casino per anni.
Essere polemici qui non significa esaltare la burocrazia o santificare i tribunali.
Significa dire una cosa banale che ormai suona rivoluzionaria: non si può trasformare ogni violazione delle regole in un atto eroico. Non si può applaudire chiunque dica no alle norme minime che rendono vivibile un Paese, solo perché la sua storia ci piace, ci commuove, ci fa sentire più “liberi” dal divano di casa.
Vuoi la baita nel bosco, le stufe a legna, il pane fatto in casa e l’orto biologico? Benissimo. Ma insieme a questo mandi i figli a scuola o garantisci davvero un’istruzione equivalente e verificabile. Rispetti le norme igieniche minime. Accetti che in un Paese moderno esiste un limite oltre il quale non puoi dire “faccio come mi pare, sono libero”.
Altrimenti non sei un pioniere, sei uno che pretende un condono esistenziale.
Lo Stato avrà sicuramente le sue colpe, i suoi eccessi, i suoi errori. Ma questo non trasforma chi rompe le regole in santo martire del bosco. Trasforma solo noi, come pubblico, in tifosi che si attaccano alla saga del momento pur di non guardare in faccia la realtà: una democrazia è fatta di libertà più regole, non di libertà contro le regole.
Meno mitologia del bosco. Più rispetto per i bambini, per la comunità, per il senso delle norme. Perché se ogni volta che qualcuno dice “io le vostre leggi non le riconosco” partono gli applausi, il problema non è la famiglia del bosco. Siamo noi che abbiamo smarrito la differenza tra coraggio e irresponsabilità.
Piero Terracina

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