
A Firenze, certe mattine, la luce scivola sulle pietre come un ricordo stanco. Non illumina: accarezza. È una città che conosce la misura, che sa quando tacere e quando mostrarsi. E per questo stona — quasi ferisce — vedere una bandiera palestinese comparire sulla facciata di un palazzo istituzionale come un pensiero intruso, un colore non annunciato.
Non è solo una questione di legge. Il punto è che le istituzioni non dovrebbero mai parlare con la voce delle emozioni, né cedere alle urgenze del presente come fa un passante colto da un improvviso slancio morale. C’è una sobrietà antica, quasi rinascimentale, nello Stato: la misura, la compostezza, il rispetto dei riti. È ciò che impedisce al potere di diventare propaganda.
Eppure eccola, la bandiera. Appesa come un sospiro troppo forte.
Si dice spesso che i simboli sono innocenti, ma è un’illusione. I simboli sono coltelli: tagliano sempre da qualche parte. E quando vengono usati fuori dal loro contesto, senza un cerimoniale, senza un motivo ufficiale, senza nemmeno un racconto che li accompagni, non indicano solidarietà. Indicano abbandono. Abbandono della prudenza, della complessità, della responsabilità.
È lo stesso abbandono che ritroviamo nelle narrazioni confezionate, come in No Other Land passato su Rai 3: un racconto levigato, senza spine, in cui il dolore ha già un volto e la colpa anche. Un film che consola chi lo guarda confermando ciò che credeva già, senza disturbare, senza disturbarsi. Il mondo, però, non funziona così. La storia meno di tutti.
La sinistra — o ciò che ne resta, come un vestito dimenticato nell’armadio — oggi si rifugia in questi simboli come in una preghiera laica. Non studia, non indaga, non affronta l’enigma dell’umanità che soffre da entrambe le parti. Si limita a ripetere una formula logora, un “free Palestine” che non chiede niente e non dà niente, se non la sensazione passeggera di essere dalla parte giusta. Ma essere dalla parte giusta non è una sensazione: è una responsabilità.
E guardando quella bandiera sventolare dove non dovrebbe, si avverte una strana malinconia — non per il gesto in sé, ma per ciò che rivela. Che abbiamo smarrito il gusto della profondità, che preferiamo la luce piatta a quella che scolpisce le ombre. Che ci accontentiamo di narrazioni semplici perché la complessità ci stanca. Che una facciata ci basta, purché sia colorata.
Quando un’istituzione espone il simbolo di un’altra terra senza un motivo cerimoniale, non sta parlando della Palestina. Sta parlando di noi: del nostro bisogno di scegliere un racconto invece della verità, di appendere una bandiera invece di ascoltare una storia, di scivolare sulla superficie invece di immergerci dove si fa buio.
Ma è nel buio che si forma la coscienza. È lì che la storia non mente più.
E allora quella bandiera, fissata dove non doveva, non dice ciò che si crede. Dice questo: che siamo diventati incapaci di sostenere la densità del mondo. E che, per non affrontarla, preferiamo la scorciatoia del simbolo.
Una facciata non è mai solo una facciata. È il nostro specchio.
Nico Kir

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