
Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha incontrato il Primo Ministro libanese Nawaf Salam al Dipartimento di Stato, nel tentativo disperato di sbloccare un accordo di pace con Israele che sembra scivolare via come sabbia tra le dita.
E così si sono guardati in faccia. Da un lato del tavolo l’America di oggi, pragmatica e guardinga, incarnata da Marco Rubio; dall’altro Nawaf Salam, l’uomo venuto da Beirut per elemosinare scadenze certe, garanzie, un briciolo di sovranità che non sia soltanto una parola vuota scritta sui verbali dei diplomatici. Si sono incontrati a Washington, in quelle stanze ovattate del potere dove si pretende di decidere il destino del mondo a colpi di comunicati stampa, mentre fuori il Medio Oriente brucia.
Che illusione, che superba messinscena sono questi vertici. Si stringono la mano davanti ai fotografi, sfoderando quei sorrisi di circostanza che non ingannano nessuno, tanto meno chi la Storia l’ha vista sanguinare sulle strade del Libano. Cercano di salvare un «quadro sinergico» concordato a giugno. Un accordo, dicono. Ma quale accordo può reggere quando le bombe israeliane continuano a cadere sul sud del Libano e i miliziani di Hezbollah si rifiutano di cedere le armi, sbeffeggiando lo Stato e le sue fragili illusioni?
Salam è venuto a chiedere una cronologia. Una data sul calendario. Volete che l’esercito regolare libanese prenda il controllo? Volete che lo Stato torni a essere Stato? E allora l’IDF si ritiri, dice lui, e l’Iran la smetta di trattare Beirut come la propria provincia d’oltremare. Parole. Parole dettate dalla disperazione di un Paese che muore di una guerra non sua, trascinato nel baratro dall’irresponsabilità dei fanatici e dal cinismo dei potenti.
Dall’altra parte, Rubio ha risposto con la fredda fermezza di chi rappresenta l’impero. L’America vi sostiene, ha promesso, ma a patto che quel Libano sia libero dalle catene di Hezbollah e dalle mani di Teheran. Come se bastasse un miliardo di dollari o una firma su un foglio a Washington per cancellare decenni di odio, di trincee, di fanatismo religioso che divora la ragione.
È la solita commedia tragica della diplomazia internazionale. Si discute di “meccanismi di verifica” e di “zone pilota”, mentre più di quattromila persone sono già finite sotto terra e un milione di profughi non ha più una casa a cui tornare. Propro rassicurazioni reciproche, mentre nessuno si fida di nessuno. Ma la verità è un’altra, ed è spietata: finché le armi non apparterranno solo allo Stato, finché l’ombra dei teocrati s’allungherà sul Paese dei Cedri, questi incontri non saranno che un esercizio di retorica. Un ballo sul Titanic della pace mediorientale.
Giuseppe Basilico

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