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La deriva degli imperi nella faglia di Ceuta

Ormai è noto che stiamo vivendo la stagione dei risvegli imperiali, in cui la geografia viene violentata dai fantasmi del passato. Vladimir Putin giustifica l’aggressione all’Ucraina evocando la Rus’ di Kiev, un falso storico sulla Grande Russia dato che quel baricentro medievale fioriva autonomamente ben prima che Mosca emergesse da villaggio sperduto. E se Pechino ridisegna i confini sul Mar Cinese Meridionale tramite la “linea dei nove tratti”, Donald Trump rispolvera la Dottrina Monroe, ribattezzando il Golfo del Messico in “Golfo d’America” e rivendicando pretese egemoniche su Venezuela, Messico, Panama, Cuba, Canada e persino sulla Groenlandia.

di Critica Liberale | 7 Agosto 2026

di Maurizio Delli Santi*

È necessaria un’indagine internazionale indipendente e che l’ Europa rifletta sulle ‘esternalizzazioni’ se non vuole offrire altre leve alla minaccia ibrida.

Ormai è noto che stiamo vivendo la stagione dei risvegli imperiali, in cui la geografia viene violentata dai fantasmi del passato. Vladimir Putin giustifica l’aggressione all’Ucraina evocando la Rus’ di Kiev, un falso storico sulla Grande Russia dato che quel baricentro medievale fioriva autonomamente ben prima che Mosca emergesse da villaggio sperduto. E se Pechino ridisegna i confini sul Mar Cinese Meridionale tramite la “linea dei nove tratti”, Donald Trump rispolvera la Dottrina Monroe, ribattezzando il Golfo del Messico in “Golfo d’America” e rivendicando pretese egemoniche su Venezuela, Messico, Panama, Cuba, Canada e persino sulla Groenlandia. Al contempo, il governo israeliano mira al disegno del “Grande Israele” a scapito delle legittime aspirazioni dei palestinesi e delle altre entità arabe oppositrici,  mentre Erdogan guarda al progetto neo-ottomano della Patria Blu e della Grande Turchia con mire già estese su Cipro, Libia e Somalia.

In questa mappa globale dei nazionalismi, perché dovrebbe fare eccezione il resto del Nord Africa?

Le analisi internazionali sulle immagini drammatiche di Ceuta  si interrogano sui disegni oscuri che si celerebbero dietro una minaccia ibrida in cui vi potrebbero essere interessi convergenti di gruppi criminali e apparati statali. Occorreranno  verifiche puntuali, ma non si può non considerare l’ipotesi formulata da alcuni osservatori che riconducono la vicenda al  progetto geopolitico del “Grande Marocco”.

Per comprenderne la portata, occorre rifarsi alla  natura del suo potere dinastico:  il re non è un semplice capo di Stato, ma l’Amir al-Mu’minin, il Principe dei Credenti, e tutta la dinastia Alawita, al potere dal XVII secolo, fonda la sua legittimità sulla discendenza diretta da Maometto tramite la figlia Fatima  e il genero Alì. Questa sacralità fonde l’identità nazionale con quella religiosa, per cui  nella  tradizione marocchina la sovranità spirituale del Sultano si estende oltre i confini coloniali, coprendo il Sahara, la Mauritania e porzioni dell’Algeria occidentale.

In quest’ottica anche  le esclavi spagnole di Ceuta e Melilla tornerebbero ad essere  considerate territori occupati da ricongiungere alla madrepatria.

Il collasso alla frontiera viene ora letto dagli analisti come una risposta asimmetrica di Rabat : ha allentato i controlli per pretendere considerazione e far capire che può agire sulla sicurezza anche europea. Il fulcro del progetto del Grande Marocco rimane il Sahara Occidentale, che il Marocco considera “province meridionali”.

Contro l’assimilazione si batte il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, che rivendica l’autodeterminazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, ma si trova confinato oltre il “muro di sabbia” eretto dai marocchini e nei campi profughi di Tindouf. La morsa di Rabat si estende a sud anche con una raffinata strategia di soft-power lungo la dorsale saheliana tramite l’Iniziativa Reale Atlantica.

Il Mali, isolato dopo i colpi di Stato e la rottura con l’ECOWAS, ha trovato in Rabat una sponda strategica tramite accordi bilaterali commerciali e agricoli. In cambio dell’accesso ai porti sull’Oceano Atlantico, Bamako ha ritirato il riconoscimento alla causa del Polisario, allineandosi al piano di autonomia marocchino. Questo corridoio deve attraversare la Mauritania che, pur mantenendo una prudente neutralità per non irritare l’Algeria, è spinta dalla realtà economica verso l’asse marocchino, accelerando un coordinamento strategico sulla sorveglianza delle frontiere che isola Algeri.

Nonostante l’aggressività diplomatica, il regime marocchino poggia però su piedi d’argilla. La stabilità del Paese è legata alle risorse del Sahara, come i giacimenti di fosfati di Bou Craa — fondamentali per i fertilizzanti globali — e alle acque pescose, ma la ricchezza non si diffonde verso il basso. I dati macroeconomici descrivono un Marocco a due velocità: se il PIL cresce grazie a infrastrutture e turismo, il mercato del lavoro reale evidenzia fratture profonde. Il tasso di disoccupazione giovanile rimane a livelli drammatici, e la mancanza di opportunità colpisce in modo asimmetrico i laureati universitari che il sistema non assorbe. È questa asfissia la radice che spinge i marocchini ad anelare all’Europa.  La stessa monarchia vive una fase di transizione e delicatezza interna, con Re Mohammed VI  visibilmente affaticato da problemi di salute e senza  il pugno di ferro del padre Hassan II. Il potere reale e la sicurezza si sono concentrati nelle mani di un entourage tecnocratico e securitario rigidamente nazionalista. Si parla di figure controverse come Fouad Ali El Himma, consigliere del Re, e dello stesso  Ministro degli Esteri Nasser Bourita,  che avrebbero  alimentato la propaganda del primato nazionale per compattare l’opinione pubblica, deviando l’attenzione dalle riforme sociali mancate.

Ceuta e Melilla diventano i perfetti catalizzatori del riscatto patriottico, incoraggiati anche dalle politiche di Donald Trump. Con la firma degli Accordi di Abramo, l’amministrazione americana ha riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione dei rapporti con Israele, non curandosi del consenso ONU e offrendo a Rabat una patente di impunità.

Le scelte dell’ Europa si sono viste: insistono sulla sola logica dei respingimenti e del subappalto della sicurezza a regimi nazionalisti che ottengono così un’arma di veto sulle nostre democrazie. Con la crisi di Ceuta si è andati oltre: invece di unirsi nel percepire la minaccia ibrida proveniente dall’esterno si è preferita l’ennesima divisione con accuse reciproche di non saper affrontare le emergenze migratorie. L’Unione Europea deve ritrovare una voce unita e ferma, elaborando una strategia strutturata che guardi oltre le esternalizzazioni delle frontiere, foriere di aperture ad altre leve di pressione di Stati terzi che potranno replicare dieci, cento emergenze Ceuta. Gli aiuti economici europei e gli accordi commerciali devono essere legati a clausole vincolate di progresso sociale interno e alla creazione di canali di migrazione legale e circolare, perché di flussi migratori controllati realisticamente né la demografia né l’economia europee possono fare a meno.

Al contempo, la crisi di  Ceuta va considerata un altro monito  per non  rinunciare ai principi del diritto internazionale e alla tutela dei diritti umani dei migranti, usati come scudi umani della geopolitica: occorre subito una inchiesta neutrale e indipendente delle Nazioni Unite e della Corte penale internazionale sulle responsabilità del Marocco. Solo il diritto internazionale e una politica estera comune nel Mediterraneo potranno evitare che i confini meridionali d’Europa diventino la faglia su cui potranno perpetuarsi  nuovi crimini contro l’umanità in nome delle ambizioni di  altri imperi regionali. 

Maurizio Delli Santi

*membro dell’International Law Association

Fondazione Critica Liberale

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Critica Liberale

Critica liberale è da più di cinquant’anni la voce del liberalismo progressista in Italia. Nata negli anni ’60 come agenzia stampa della sinistra interna al Partito Liberale Italiano di quel tempo, la testata è dal 1974 quella di una rivista liberale del tutto indipendente da ogni forza politica italiana; dal 1994 Critica liberale è anche una fondazione che, assieme alla rivista, cerca di dare espressione e continuità a una tradizione politica e di pensiero che ha le sue radici nel liberalismo europeo, nella tradizione laica e illuminista, nell’impegno per i diritti civili e per l’integrazione federale dell’Europa democratica. È fra le organizzazioni che hanno dato vita al Forum Liberale Europeo, network di fondazioni e centri studi liberali che fanno riferimento all’Eldr (l’organizzazione che raggruppa tutti i liberali europei).

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