
C’era una volta un’Italia che, per quanto litigiosa e prigioniera di fazioni e schieramenti ideologici contrapposti, condivideva la comune consapevolezza che non andavano oltrepassati i limiti della convivenza democratica e della libertà conquistati dalla Resistenza in un ventennio di lotta contro il fascismo e da ultimo a dispetto di una guerra disastrosa che aveva consegnato l’Italia al nazismo.
La Costituzione repubblicana antifascista rappresentava insieme la pietra angolare della nuova comunità nazionale e l’argine delle nuove istituzioni contro ogni possibile futura deriva.
Il parlamento come luogo fondamentale e fondante della capacità legislativa del Paese, rappresentava la garanzia contro ogni possibile recrudescenza anti democratica che fosse riemersa nel tempo a venire.
A tutela di tale funzione venne varata una legge elettorale che garantiva la rappresentanza proporzionale delle diverse istanze popolari ed il radicamento degli eletti ai territori di appartenenza.
Su di essa trovavano forza, disciplina e capacità di operare al riparo da ogni tentazione autoritaria le Istituzioni popolari.
Dai comuni allo Stato Centrale.
Dalle amministrazioni locali al governo nazionale.
Era troppo vivo e ancora sanguinolento il retaggio del fascismo per immaginare ogni sia pur minima fuga autoritaria.
E questo valeva per tutti, proprio per tutti, anche per quanti continuavano a riconoscersi nella palude fascista.
La rappresentanza proporzionale garantiva anch’essi.
La sfida consisteva nel coltivare la fede democratica che perseguendo il progresso del popolo in uno con la libertà, avrebbe allargato i confini della consapevolezza sociale e politica creando una società responsabile “colta” vale a dire desiderosa di conoscere, sapere e affermarsi in piena autonomia in un contesto aperto e rivolto al futuro.
Scuola e Università da un lato, lavoro e sviluppo dall’altro, divennero altrettanti veicoli o ascensori per la mobilità e la crescita sociale.
Il miracolo economico, con tutti i suoi limiti, diede consistenza a tale impostazione.
Le competizioni elettorali si giocavano sui programmi e sugli uomini.
Gli eletti formavano maggioranze e governi al centro ed in periferia essendo comunque chiamati a render conto sul territorio del loro operato.
Ministri e parlamentari ma anche sindaci e consiglieri comunali, presidenti di provincia e, a partire dagli anni settanta, presidenti di regione ed assessori, dovevano render conto ai territori ed agli elettori che ne avevan consentito, con il loro voto e le loro preferenza, la elezione nelle istituzioni repubblicane.
Ospedali e strade, anche autostrade e porti, poli industriali e aziende strategiche nazionali, università e scuole nacquero allora in ogni punto della penisola.
Si parlò addirittura di clientelismo per il fatto che parlamentari, ministri, consiglieri comunali spostassero verso il proprio bacino elettorale lo sguardo e l’azione delle istituzioni. Ovvio che le opposizioni gridassero allo scandalo. Era essenziale al confronto democratico e fondamentale per evitare storture e assurde penalizzazioni o strabismi amministrativi.
Gli incontri degli eletti con gli elettori, sia pure intermediati dai partiti, erano la regola ed erano assai frequenti e al momento delle elezioni bisognava render contro se si voleva conquistare ancora il voto e la preferenza popolare.
De Gasperi a ridosso del varo delle Istituzioni repubblicane, preoccupato del rischio sfilacciamento della maggioranza, nel 1953 propose una legge elettorale che avrebbe premiato lo schieramento che avesse ottenuto il 50% dei voti validi, si badi bene, il 50% non il quarantadue per cento dei voti, con un numero di parlamentari in sovrappiù sino a raggiungere il 64% dei seggi.
A proporlo fu un uomo dalla moralità specchiata e da tutti riconosciuta che all’ONU, nella seduta plenaria in cui egli era chiamato a ripristinare la dignità ed il decoro della nazione Italia, si recò con un cappotto rivoltato tanto era consunto.
Così raccontano le cronache di un uomo che con la politica non era riuscito nemmeno a costruire o comprarsi una casa per la sua famiglia.
De Gasperi non aveva in mente riserve antidemocratiche o addirittura liberticide. Esse erano inesistenti per chi aveva contribuito a creare la Repubblica antifascista.
Eppure si scatenò l’inferno contro quella proposta che avrebbe aperto una falla nella democrazia che con il tempo si sarebbe potuta allargare.
E gli italiani che pure stimavano ed apprezzavano, molti amavano, De Gasperi, non concessero la maggioranza assoluta alla Democrazia Cristiana e suoi alleati e fecero fallire la legge che avrebbe premiato quella maggioranza.
Le opposizioni la definirono “ Legge Truffa” e tale restò nell’immaginario collettivo.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
Certo le forze politiche da lì in avanti dilapidarono in larga misura il patrimonio di fede democratica, il legame con i territori, la profonda dimensione etica e morale ereditata dalla lotta antifascista e dalla ricostruzione postbellica.
La politica nata come arte sublime ed impegno disinteressato per il bene e la felicità delle persone e del popolo nonché per il progresso della nazione, la pace e l’integrazione internazionale, divenne via via strumento e grimaldello per perseguire interessi di gruppi, potentati, caste, persino interessi personali.
Il cosiddetto conflitto di interessi tra quello privato e quello pubblico divenne una costante sino a diventare devastante.
Le leggi elettorali presero ad inseguirsi di governo in governo per favorire o blindare la vittoria di chi governava.
Leggi-truffa si susseguivano a leggi truffa nel silenzio generale.
La cosiddetta governabilità era diventata la parola d’ordine che tutto sdoganava: interessi privati, favori di parte, prerogative di casta. Chi più ne aveva più ne metteva.
La rappresentanza proporzionale scomparve dagli orizzonti della politica.
Si disse che il bipolarismo era il futuro delle democrazie.
O di qua o di là.
Chi vinceva si prendeva tutto chi perdeva niente.
E l’interesse del popolo, la democrazia delle Istituzioni?
Il futuro, anzi il presente, della democrazia?
Lasciato al buon cuore dei governanti ed a quel che sopravviveva del radicamento antico.
Intanto i partiti morivano.
Le ideologie tramontavano.
La memoria si perdeva.
I sindacato battevano in ritirata.
Il progresso diventava un miraggio.
La stessa industrializzazione una questione legata alla globalizzazione che inseguiva bassi salari e povertà condannando il paese alla miseria.
Miseria materiale e culturale. Etica e morale addirittura.
Le scuole e le università, orgoglio della Repubbluca nata dalla Resistenza?
Svaniti nell’orizzonte sempre più nebuloso e lontano in cui si perdeva il lavoro, la dignità, il legame con il proprio paese.
La Sanità Pubblica voluta con determinata feroce volontà dai politici, anzi dalle donne politiche uscite dalla Resistenza ( qualcuno ricordi Tina Anselmi)?
Svuotata a favore dei potentati privati.
La presenza pubblica nell’economia?
Preistoria priva di senso oltre che di prospettiva. Ormai dominava l’iper capitalismo della finanza in metastasi come un cancro fuori controllo.
La politica?
Un veicolo per salvaguardare i propri interessi e favorire caste, distribuire prebende e cercare interessenze con gli imperialismi mondiali governati da magnati, oligarchi ed ipercapitalisti avidi e guerrafondai.
Il collegamento con i territori e gli elettori?
Roba ridicola.
Adesso parlamentari ed eletti rispondevano al capo e scendevano dal centro verso la periferia ridotta a contado medievale.
Resta quella che il nuovo esperanto internazionale ha definito leadership.
Intorno ad essa ruota tutto. Ed essa cerca gli apparentamenti internazionali più proficui per sé ed i propri accoliti.
E siamo alla legge elettorale truffaldina che premia chi prende il 42% dei votanti, non degli elettori che, in massa, si defilano da simili scelte rifiutandosi di votare.
Votare perché per avallare simili scempiaggini?
Altro che De Gasperi.
Quindi?
L’Italia ha sin qui reagito solo quando la politica ha tentato di manomettere la Costituzione Republicana antifascista.
Da ultimo sullo scardinamento della giustizia.
E adesso con questa legge truffaldina non siamo allo scardinamento dello Stato tout-court?
Questa legge ormai può essere abbattuta solo nelle urne se, come al tempo di De Gasperi, passerà il messaggio che essa scardina la costituzione e compromette ogni architettura istituzionale e di rappresentanza democratica.
Bisognerà battere nelle urne la attuale deriva autoritaria incardinata in questa legge.
In caso di vittoria quella deriva non avrà più argini.
Essa scardinerà gli equilibri istituzionali senza possibilità di ritorno.
La stessa Costituzione repubblicana antifascista, così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi, verrà definitivamente smantellata a favore di uno stato autoritario, violento e antidemocratico pronto a farsi vassallo dell’imperialismo israelo-statunitense che punterà a dominare il Mediterraneo trasformando l’Europa, il vicino e medio Oriente, l’Africa Sahariana ( e sub sahariana) in altrettante propaggini subalterne dell’impero iper capitalista american-trumpiano.
Bisognerà costruire una grande alleanza democratica che raccolga e chiami alla responsabilità quanti hanno a cuore la democrazia, il progresso, l’indipendenza, finalmente, e la stessa libertà dell’Italia e dell’Europa.
Un’Alleanza per la Costituzione che superi lo steccato della sinistra che, proseguendo nel disegno di contrapposizione ideologica, rischia di consegnare, senza possibilità di ritorno, il Paese alle destre che ormai han gettato la maschera e, forti della convergenza con il suprematismo razzista xenofobo, militarista e iper capitalista-finanziario trumpiano-americano, si propongono come il nuovo ordine repubblicano dei prossimi decenni.
Dunque un’Alleanza Democratica per la Costituzione che ne ripristini il senso e la direzione rimettendo in carreggiata il ruolo pubblico dello Stato nei gangli vitali della nazione al riparo da inutili derive di schieramento che farà il gioco di chi punta a sostituire la costituzione Repubbluca democratica antifascista con una Costituzione autoritaria che annulli le istanze e le istituzioni democratiche.
Il gioco vale la candela e magari anche chi non ha voglia di votare per partiti consunti e senza forza vitale lo farà per difendere la Costituzione.
A patto ovviamente che finalmente la Costituzioni torni ad essere faro per la politica a cominciare da una legge elettorale che garantisca la rappresentanza proporzionale del Paese ed il radicamento degli eletti ai territori.
O no?
Antonio Corvino

Lascia un commento